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Istruzione tecnica e professionale: e ora?
di Aldo Tropea *
Uno dei grandi scenari in cui si colloca in queste
settimane il dibattito sulla scuola è quello di una formazione
rinnovata, capace di rispondere alle problematiche poste dallo sviluppo
scientifico e tecnologico, particolarmente attraverso un nuovo comparto
tecnico-professionale, distinto da quello dei licei ma anche
radicalmente rinnovato, nei contenuti e nella professionalità dei
docenti.
Il passaggio dalla società dei diplomi alla società
delle competenze accertate (e dell'Europass, portfolio europeo delle
competenze), con proiezione sui controlli e sulla qualità, deve poter
diventare la nuova parola d'ordine delle scuole ad indirizzo tecnico e
professionale, sviluppando la prospettiva in cui si colloca il nuovo
biennio dell’obbligo di istruzione.
Esso infatti non può e non deve rappresentare un
semplice prolungamento del periodo di permanenza a scuola, ma comporta,
attraverso la definizione di competenze-chiave di cittadinanza
intrecciate con i saperi, un cambiamento profondo della didattica
ordinaria, basato sul principio dell’equivalenza formativa tra i diversi
indirizzi. La scelta strategica è quella di puntare gradualmente ma
nettamente su una didattica che guardi agli esiti, ai risultati attesi,
ai profili in uscita, alle competenze così come delineate, per i vari
livelli, nella Raccomandazione del Parlamento Europeo e che ragioni in
termini di curricolo e non di programma.
Una didattica da contrapporre alla vecchia visione
che trascura la formatività dell'ambiente, i tempi distesi
dell'apprendimento e i temi organizzativi, e che si alimenta ancora
della separatezza delle discipline, di un labile legame tra teoria e
pratica, di un uso povero dei laboratori, anche dove questi esistono e
funzionano bene; di pratiche valutative che quando non sono punitive,
ignorano la dimensione formativa e ogni rapporto con la certificazione
degli apprendimenti e il loro uso come crediti; della quantità piuttosto
che della qualità degli apprendimenti.
Tutto questo in teoria. In pratica, è facile
osservare come purtroppo l’applicazione del Regolamento, non sia stata
accompagnata da un’azione capace di mobilitare docenti e dirigenti
attraverso una precisa indicazione del senso di tutta l’operazione, dei
“perché” finali, senza dei quali non si crea motivazione autentica.
Partire dai “perché” e dalle ragioni delle scelte fatte (l’equivalenza
formativa, la centralità delle competenze, la laboriatorietà diffusa,
l’approccio unitario delle materie affini concorrenti allo sviluppo
delle competenze culturali degli “assi” proposti….) è invece condizione
preliminare per costruire quella che davvero dovrebbe costituire una
rivoluzione pedagogica e didattica. Per non dire dal drenaggio di
energie intellettuali e organizzative provocato da quell’autentica
“missione impossibile” che si è rivelata l’organizzazione dei corsi di
recupero per colmare i debiti formativi
Eppure, il cambio di marcia è urgentissimo. Secondo
la lucida analisi svolta dal prof. Silvano Tagliagambe nel corso di un
gran bel convegno, organizzato dall’ANDIS (Associazione Nazionale
Dirigenti Scolastici) nello scorso novembre a Legnano, il sistema scuola
del nostro paese soffre oggi chiaramente di due criticità: la prima,
diacronica, sta nella sfasatura tra i diversi cicli in cui si articola
il sistema scolastico e la mancanza di raccordo tra primaria, secondaria
e università. La seconda è costituita nel deficit di orizzonte culturale
relativo alla specifica funzione dei diversi filoni in cui si realizza
la scuola e quindi del rapporto tra le discipline umanistiche
scientifiche e tecnologiche.
In Italia la tecnica continua infatti ad essere
ritenuta una semplice applicazione, quando già nella prima metà del
secolo scorso si veniva affermando una predominanza delle scienze della
vita su quelle della materia e la demarcazione tra ciò che è naturale e
ciò che è artificiale si riduce sempre più.
Da una nozione di intelligenza basata su una mente
separata dal corpo bisogna invece passare, secondo Tagliagambe, a una
concezione di stretta relazione tra mente e corpo, tra intelligenza ed
emotività. Bisogna prendere sul serio questa relazione: le emozioni si
sentono, derivano dal corpo, funzionano in interconnessione e non – come
nella frattura cartesiana tra “res cogitans” e “res extensa” -
separatamente.
Oggi, insomma, emerge una cultura della tecnica
intesa come cultura della scienza e non come mera applicazione della
scienza. Non è vero che prima si teorizza e poi si mette in atto, in
realtà il prius è rappresentato dalla progettazione di un’azione e in
funzione di essa si concettualizza: la selezione del dato operata è
guidata dall’azione che si vuole fare. Questo nuovo ambiente culturale
ci impone il ripensamento dei processi cognitivi: operativizzazione
della conoscenza può voler dire finalizzazione al lavoro (prima si
studia e poi si lavora) ma anche capacità di selezionare informazioni
per risolvere problemi e retroazione della pratica sulla conoscenza.
D’altra parte, le indagini internazionali – ma anche
la nostra comune esperienza – ci dicono che gli studenti italiani
possiedono conoscenze in quantità soddisfacente – ad esempio in
matematica - ma incontrano difficoltà nella loro applicazione nella
soluzione di problemi il cui legame con le nozioni non sia stretto ed
immediato.
Quel che non c’è, insomma, nella nostra cultura e
quindi nella nostra scuola, è il rapporto “sapere”, “fare” e “formare”
ed è per questo che il problema del rilancio/trasformazione
dell’istruzione tecnica e professionale è legato all’orientamento
generale del nostro insegnamento scientifico e tecnologico.
Rispetto a questo quadro, la situazione lombarda si
caratterizza per una situazione di movimento, che certamente soffre
della persistente mancanza di orientamenti generali certi, ma che offre
ai decisori politici alcune buone pratiche portatrici di importanti
elementi di riflessione.
L’accordo tra USR e Regione Lombardia, per esempio,
ha messo in moto un processo di grande portata, ancora non pienamente
dispiegata, rispetto all’esigenza una istruzione/formazione tecnica
superiore non accademica che superi i limiti di incerta identità, di
instabilità e di precarietà di risorse che affliggono il meccanismo
dell’attuale IFTS. I Poli intendono infatti nel contempo costituirsi
come una risposta organica e articolata per aggregare e rendere visibile
l’offerta formativa professionalizzante, anche utilizzando modelli e
modalità di intervento diversi, perché a fronte della varietà e della
complessità della realtà lombarda, non possono esserci soluzioni
univoche e schemi rigidi, ma una pluralità di soluzioni che deve essere
regolata e governata.
I 31 Poli formativi oggi esistenti hanno una
distribuzione territoriale omogenea e coprono tutte le aree
professionali e i settori economici, con una prevalenza delle filiere a
carattere tecnologico e in generale legate all’innovazione. Il 67% delle
figure professionali degli IFTS è infatti riferibile all’innovazione
industriale e tecnologica. Non tutti, naturalmente, hanno uguale
capacità realizzatrice e si impone un momento di riflessione critica
reale sull’esperienza compiuta e sui suoi punti di debolezza: la
difficoltà a porsi come competitore rispetto ai percorsi accademici, per
esempio e, per quanto riguarda la realtà aziendale, l’impatto con cui le
stesse aziende si muovono nel delineare i loro bisogni di
professionalità trainante. Ma alcune pratiche eccellenti, come quelle
del Polo Moda di Legnano e del Polo Grafico, presentate nel corso del
convegno di Legnano, testimoniano che questa è la strada giusta per
recuperare un gap colossale con l’Europa ( e, sia detto per inciso,
anche per superare alcune debolezze ed ambiguità nella fisionomia delle
lauree triennali su cui si continua a discutere…)
Non credo che l’insieme di questo scenario possa
essere rimesso radicalmente in discussione dal mutamento recente di
quadro politico. Per certi versi, anzi, potrebbe subire un’evoluzione
trasversalmente condivisa. In Lombardia l’Ente Regione rivendica da
sempre la sua specifica competenza sull’istruzione e formazione
superiore e sulla FP: i corsi triennali sperimentali, che hanno avuto un
incontestabile successo di utenza vanno visti proprio nel contesto di
una nuova organizzazione del rapporto tra istruzione e formazione che
supera la vecchia logica dell’addestramento e punta invece a raccordare
la crescita culturale e quella professionale della persona, secondo
finalità che non sono diverse da quelle stabilite dallo Stato con la
definizione dell’obbligo di istruzione.
Per quanto riguarda gli orientamenti nazionali, le
linee tracciate dalla legge 40 sul mantenimento allo Stato dei corsi
quinquennali di istruzione tecnica e professionale saranno sicuramente
rimesse in discussione ma non in termini di puro e semplice ritorno
all’impianto della riforma Moratti, con la suddivisione binaria del
secondo ciclo tra licei e istituti di istruzione/formazione. Il
dibattito teorico è infatti andato avanti, il documento presentato il 3
marzo a Roma dalla Commissione istituita dall’allora ministro Fioroni
ha ripreso e sviluppato i termini dell’analisi svolta da Tagliagambe, le
parti sociali sembrano convenire su una fisionomia autonoma
dell’istruzione tecnica non solo di pari dignità, orientata tanto al
lavoro quanto alla prosecuzione degli studi, ma riscattata dalla storica
subordinazione delle tecnologie al pregiudizio umanistico.
Al tempo stesso, tuttavia, non potrà non essere
ripreso il dibattito su quella che era sembrata ai più come la maggiore
debolezza del documento del 3 marzo – pur apprezzabile, come si diceva,
nel suo impianto generale – cioè il voler distinguere tecnica e
professionalità fondando questa seconda sull’operatività ad appoggiando
la prima ad un maggiore radicamento teorico. E’ infatti evidente la
debolezza – ed ,anzi, la contraddittorietà - di questa distinzione con
un impianto complessivo che valorizza fortemente il rapporto tra
tecnica, scienza e prassi.
Francamente, io penso che l’unica via percorribile
sia quella di considerare Istruzione Tecnica e Istruzione Professionale
quinquennale come rami distinti di uno stesso albero (eliminando insomma
il famoso trattino) , che si alimentano di raccordi stabili col mondo
delle imprese e dei servizi, ma anche con i centri della ricerca
scientifica e tecnologica. Alle Regioni va invece lasciata senza
ambiguità la titolarità dei percorsi di istruzione e Formazione
Professionale per l’attribuzione delle qualifiche di secondo livello
europeo, nonché la con-titolarità dell’istruzione e formazione tecnica
superiore, in un quadro però che la sottragga alla precarietà,
sciogliendo l’ambiguità presente nella legge 40 tra “Poli Formativi”
regionali e istituti di istruzione superiore statali.
All’interno di questa visone, sul piano organizzativo
si potranno allora sviluppare poli formativo di area, che prevedano un’
offerta polivalente e raccordi stabili con la Formazione Professionale
e il lavoro: una prospettiva resa ancor più credibile dal trasferimento
alle Regioni delle competenze previste dal master plan che riguardano
l’intero sistema educativo, nel quadro degli indirizzi generali e dei
livelli di prestazione fissati dallo Stato.
Il problema non è infatti quello di scontrarsi sui
soggetti dell’offerta formativa o di operare distinzioni a priori tra i
istruzione tecnica e professionale quanto di entrare nel merito dei
processi di lavoro e dei profili professionali, nella specificità del
rapporto tra scienza e tecnologia.
Il fattore tempo tuttavia non è affatto secondario.
E’ necessario che la ridefinizione degli indirizzi degli Istituti
Tecnici e Professionali proceda velocemente con il massimo
coinvolgimento, oltre a quello istituzionale della conferenza
stato-regioni, tanto delle associazioni professionali della scuola,
quanto delle istanze del mondo del lavoro, dell’imprenditoria e delle
università, al fine di non perdere un’occasione storica per la
ricostruzione - assolutamente strategica ed improrogabile – di un sano
rapporto scuola-lavoro.
Da questo punto di vista, il recente annuncio dei
risparmi di spesa previsti per l’istruzione dalla Finanziaria triennale
del ministro Tremonti può persino rappresentare un’opportunità, se è
vero – come è vero – che in questo paese le riforme più profonde passano
attraverso le politiche di gestione del personale. Naturalmente, a
condizione che l’ottica non sia quella dei tagli indiscriminati, secondo
un’imposizione del tipo del puro e semplice ritorno del maestro unico
alle elementari, ma quella di una revisione profonda dei curricoli,dei
monte-ore elefantiaci, delle terze aree professionalizzanti non svolte o
svolte solo attraverso corsi surrogatori, dei micro-indirizzi che
trascinano inevitabilmente microscopici gruppi-classe etc.
Si tratta di cose ben note e generalmente condivise,
come la drastica riduzione degli indirizzi attraverso l’individuazione
di grandi aree scientifiche, tecnologiche e professionali, impostata già
dal governo Prodi. Ad essa va accompagnato un processo di formazione
rigoroso all’utilizzo delle nuove tecnologie sia da parte dei docenti,
sia da parte del personale ATA, al cui interno è assolutamente
necessario distinguere tra tecnici indispensabili e altre figure che
solo benevolmente possiamo definire assistite.
E’ auspicabile che intorno a queste scelte, che non è
esagerato pensare fondamentali per la vita e la competitività del
sistema-paese, ma che non saranno indolori, non abbiano a riproporsi ed
a prevalere logiche pregiudiziali di schieramento o di difesa
corporativa, ricordando comunque che l’Italia è due punti sotto rispetto
alla media UE nel rapporto tra spesa per l’istruzione e prodotto interno
lordo.
*Dirigente scolastico, Ufficio scolastico per la
Lombardia
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