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FOCUS: DEBITI & RECUPERI
Insegnare a imparare o imparare a insegnare?
di Eleonora Canetta *
Una recente indagine OCSE colloca gli
studenti finlandesi al livello più alto di rendimento, anche a fronte di
una dispersione scolastica più bassa della nostra. Oltre alle normali
ore di lezione, in quel Paese, gli studenti in difficoltà possono
rivolgersi a insegnanti preposti al recupero in modo che tutti siano
aiutati a superare le proprie carenze.
In Italia, purtroppo, i corsi di recupero sono stati istituiti ma, vuoi
per problemi economici, vuoi perché ritenuti da molti insegnanti poco
utili, non hanno certamente avuto il successo che ci si aspettava. A
questo si deve aggiungere la demotivazione di molti studenti che non
credono alle proprie capacità di recupero - anche con l'aggiunta di ore
pomeridiane - in discipline dove le difficoltà sono manifeste. Gli
studenti vivono l'obbligo di frequenza al corso o l'esame a settembre
come un fallimento legato alla propria persona, specialmente se hanno
già dovuto affrontare una bocciatura o hanno cambiato scuola perché
'l'altra' era troppo difficile per loro.
Forse la soluzione migliore sarebbe quella di adottare il sistema
finlandese che fornisce ai propri studenti la possibilità di usufruire
di corsi obbligatori o facoltativi, e di dare gli esami nella sicurezza
di una preparazione adeguata. Tuttavia, nella scuola italiana attuale,
così rigidamente organizzata ormai da
anni, la soluzione finlandese appare difficilmente proponibile.
D'altra parte ogni docente vive l'esperienza di alunni che si annoiano,
si distraggono, si dimostrano apatici e indifferenti, appaiono in
difficoltà nello studio individuale a casa e hanno una relazione
negativa con l'apprendimento. Tutto ciò dovrebbe far riflettere sui
motivi di questo disagio tenendo conto che l'apprendimento in
adolescenza assume un significato fondamentale per acquisire le
conoscenze e le competenze necessarie per affrontare il ruolo di adulto.
Umberto Galimberti1, nel suo ultimo libro, muove critiche
pesanti nei confronti degli insegnanti che spesso si preoccupano più di
trasmettere un sapere e di giudicare in base al profitto piuttosto che
di accertare il grado di autostima e di autoaccettazione dei propri
allievi, e asserisce che per compiere bene il lavoro di insegnante
occorrono "competenza psicologica, capacità di comunicazione, carisma".
Questo perché l'insegnamento si muove sempre all'interno di una
relazione e quindi nel riconoscimento dell'identità dell'altro: identità
ignorata quando la valutazione dell'alunno con rendimento scarso assume
il carattere di un giudizio sulla persona anziché quello di momento di
verifica delle sue capacità e di strumento di miglioramento.
Purtroppo nel nostro contesto scolastico spesso succede che si badi più
alla trasmissione delle conoscenze che alla cura della relazione, la
quale è, invece, un elemento fondamentale se si pensa che durante
l'adolescenza si sviluppa un'idea del sé che costituisce il fondamento
dell'identità nei suoi aspetti affettivi, si raggiunge una maggiore
consapevolezza delle proprie emozioni e si conquistano nuovi traguardi
cognitivi con il raggiungimento del pensiero astratto o ipotetico-
deduttivo e quindi riflessivo
La teoria socio cognitiva2, e in particolare gli studi di
Albert Bandura, considera la personalità, lo sviluppo e la motivazione
come il risultato della reciproca influenza triadica tra persona,
ambiente e condotta. In particolare ritiene che il senso di efficacia
percepita, ovvero le convinzioni che ogni persona ha in relazione alle
proprie capacità incidenti sulle scelte, le aspirazioni, i livelli di
sforzo, di perseveranza, di resistenza, la qualità delle prestazioni,
influenzino anche la motivazione all'apprendimento, in quanto dipendente
dalle relazioni sociali all'interno dell'ambiente in cui l'individuo
vive: in questo caso la scuola e la relazione con gli insegnanti. Il
problema, quindi, è che non ci si può rifare al concetto di "cattiva
volontà" da parte dello studente perché "la volontà non esiste al di
fuori dell'interesse, l'interesse non esiste separato da un legame
emotivo, il legame emotivo non si costruisce quando il rapporto tra
professore e studente è un rapporto di reciproca diffidenza, se non di
assoluta incomprensione."3 Ogni buona relazione si fonda
sulla fiducia e lo studente deve percepire di essere parte di un gruppo
di lavoro dove è accettato, stimato e coinvolto e dove, di conseguenza,
può accrescere anche la sua autostima e la percezione di autoefficacia.
In questo contesto anche la valutazione assume un significato diverso,
perché l'allievo non coltiva diffidenza nei confronti del professore; ma
per far si che questo accada bisogna riconoscere l'allievo nella sua
identità e chiarire fin da subito i criteri della valutazione e ciò che
deve sapere e saper fare. In questo modo il ragazzo, al momento del
voto, è indotto a percepire le sue reali capacità e magari anche
incoraggiato a migliorarsi senza sentirsi giudicato in quanto persona.
La scuola è un ambito in cui l'adolescente può acquisire nozioni, ma
anche imparare qualcosa su di sé e sul ruolo che vorrà assumere da
adulto tenendo conto delle sue virtù e dei suoi limiti, come anche la
capacità di affrontare frustrazioni e imposizioni.
La scuola e gli insegnanti devono saper creare un ambiente attivo di
apprendimento realizzando strategie e offrendo strumenti che aiutino gli
allievi a percepire la loro autoefficacia. Fondamentale è la promozione
della capacità di selezionare e strutturare ambienti di studio adatti a
pianificare e organizzare le attività didattiche, facendo utilizzare
agli allievi strategie cognitive adatte al loro stile individuale di
apprendimento.4 La scuola deve diventare un luogo di
valorizzazione del sé promuovendo un protagonismo attivo5, che aiuti lo
studente a ricoprire un ruolo attivo nell'ambito dell'apprendimento (il
metodo della scoperta proposto da Piaget e Bruner o quello di
addestramento all'indagine trovano in questo contesto la loro efficacia)
ponendo anche maggiore attenzione alla sfera affettiva e emotiva.
Infatti bisogna partire dal presupposto costruttivista secondo il quale
i soggetti sono direttamente responsabili del proprio apprendimento,
nell'ambito di una didattica che parta dallo studente e lo spinga a
riflettere sulle proprie capacità e sulle competenze acquisite. Lo scopo
è la percezione del sapere come valore e non come frutto di uno studio
coatto, legato alle costrizioni familiari o al timore di un fallimento
che provoca inevitabilmente senso di colpa o di vergogna. Non bisogna
dimenticare che i ragazzi oggi sono molto meno avvezzi alle fatiche e
spesso gestiscono male le frustrazioni e le ansie: è così che la scuola
rischia di essere vissuta come persecutoria e non come un ambiente in
cui poter esprimere se stessi.
Per raggiungere questi obiettivi bisogna in primo luogo prestare molta
attenzione all'accoglienza e al clima che si crea all'interno della
classe; il coordinatore deve diventare un punto di riferimento per ogni
alunno cercando di cogliere informazioni sulle sue difficoltà senza
trascurare il gruppo classe; il Consiglio di Classe deve apparire come
un team che agisce in collaborazione e quindi essere di esempio per gli
alunni che devono sentirsi parte del gruppo (senso di appartenenza). Nel
contempo gli insegnanti devono fornire abilità quali:
-
saper
pianificare e organizzare il proprio tempo: questo può essere fatto
fornendo agli studenti il piano di lavoro di una settimana con le
lezioni, le interrogazioni, verifiche ecc.
-
sapersi
concentrare: in questo caso si possono dare esercizi che devono
essere svolti in un tempo breve
-
saper
selezionare e organizzare le informazioni: per esempio leggere il
testo con i ragazzi facendo sottolineare le cose più importanti o le
parole chiave
-
saper usare i
propri appunti: insegnare a rileggerli subito a casa altrimenti si
rischia di non capirli più
-
saper
controllare le proprie emozioni: la lezione partecipata insegna a
parlare in pubblico così come la discussione6.
Per evitare che si
crei disagio a scuola bisogna motivare i ragazzi a scuola non
trascurando la realtà in cui vivono; oggi è per loro molto più facile
leggere su Internet che accostarsi a un testo scritto e dimostrano di
avere più competenze tecniche che critiche. Le infinite sollecitazioni
rischiano di non venire accompagnate da una opportuna educazione a
gestirle e governarle. I ragazzi oggi subiscono una emotività
incontrollata. È necessario guidarli sulla strada della riflessione e
del riconoscimento delle loro capacità, dunque di una maggiore
consapevolezza e accettazione di se stessi. L'utilità dei corsi di
recupero è legata a un lavoro che non concerne solo le nozioni ma anche
il metodo, la motivazione, l'autostima. Lo scopo è portare lo studente a
non vivere la scuola come un luogo di frustrazione, perché da queste
smagliature nasce il disagio scolastico, un contesto nel quale anche
studenti con buone o normali capacità di apprendimento possono finire
per cambiare o persino lasciare la scuola.
* docente all'Istituto di istruzione superiore "Tenca"
di Milano
1 Galimberti U., L'ospite inquietante, Feltrinelli,
Milano 2007.
2 Lancini M., L'apprendimento a scuola, in.Maggiolini A. -Pietropolli
Charmet G., Manuale di psicologia dell'adolescenza: compiti e conflitti,
Franco Angeli, Milano 2004, pag.189.
3 Galimberti U., op. cit., pag.36.
4 Lancini M., op.cit., pag.190.
5 Ivi, pag. 199.
6 Matranga A, Insegnare a imparare, PAD Amico Charly
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