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FOCUS: DEBITI & RECUPERI
Un'occasione per riflettere
di Andrea Varani*
Probabilmente è l'ennesima occasione perduta. La
recente vicenda dei corsi di recupero sembra inserirsi in un lungo e
sconfortante elenco di iniziative che i diversi Ministeri
dell'Istruzione che si sono succeduti hanno proposto a fronte di
problemi reali: una serie di soluzioni superficiali, sbagliate,
apparentemente dettate più dalla fretta, dalla ricerca di un facile
consenso di immagine politica, che da una seria analisi della
situazione. Solo per citarne alcuni, tutti ricordiamo il "concorsone"
che affrontava il tema della carriera e della valorizzazione della
professionalità dei docenti, ma in modo così maldestro da provocare la
sollevazione della categoria e la conseguente chiusura per anni del
dibattito su questo aspetto centrale della riqualificazione della
scuola. Risultato analogo ha prodotto la trasformazione di un
validissimo strumento formativo, il portfolio delle competenze, in un
rigido e burocratico documento valutativo. Sulla stessa scia si colloca
la soluzione dei corsi di recupero indicata per risolvere un problema
serio e complesso.
Il dato del 70% di studenti con insufficienze nel primo quadrimestre è
un segnale grave che non può essere affrontato con approcci riduzionisti
e misure semplicistiche. E a poco serve attribuirne la responsabilità
alle caratteristiche delle nuove generazioni piuttosto che alle
precedenti normative in materia, come da più parti si è visto fare.
Siamo di fronte ad un sintomo di una più generale crisi della scuola che
non può trovare risposta senza una profonda riflessione da parte
dell'istituzione scolastica a tutti i suoi livelli e in particolare da
parte di chi quotidianamente opera in prima linea, i docenti.
Dal dibattito che in anni passati si era sviluppato sull'attuazione dei
corsi IDEI1 è risultato evidente che la pura riproposizione
per una quindicina di ore degli stessi contenuti, con le stesse modalità
utilizzate nelle ore curricolari, non può risolvere reali problemi di
recupero degli apprendimenti. Se il problema viene visto semplicemente
come il mancato approfondimento individuale da parte dello studente,
allora probabilmente non è necessario alcun corso suppletivo. In realtà,
dietro comportamenti socialmente diffusi di disinteresse, di scarso
impegno, di investimento nullo o minimo nei confronti della scuola non
possiamo non individuare, di volta in volta, anche problemi di
motivazione, di metodo di studio, di percezione di autoefficacia e più
in generale di attribuzione di senso rispetto alle proposte del
curricolo.
Il dato di criticità cui prima accennavamo, al di là delle enfasi
giornalistiche e di illusorie soluzioni, può invece diventare lo stimolo
e l'occasione per affrontare seriamente la sfida complessa e difficile
che il mutamento e la dinamicità della società pongono alla scuola.
Nuovi obiettivi
Di fronte alla complessità di questa sfida occorre
che la scuola superi l'attuale centratura sui singoli contenuti e sulle
singole discipline, che rischia di produrre individui totalmente
inadeguati rispetto ai prossimi mutamenti economici, tecnologici e
sociali. Occorre invece fornire regole di sufficiente generalità per
organizzare i nuovi apprendimenti che i ritmi accelerati del mondo e dei
saperi oggi impongono, in una situazione in cui «le tradizionali e
rassicuranti frontiere fra le discipline si mescolano e si confondono, e
nascono competenze e saperi fluidi, percorsi transdisciplinari, aree di
sovrapposizione.»2. L'obiettivo è formare menti che possano
disporre «di un'attitudine generale a porre e trattare i problemi e di
principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare
loro senso»3. Perché ciò avvenga occorrono insegnanti formati
in questa direzione, in grado di attuare una profonda rivisitazione
dell'insegnamento, che non può che corrispondere ad un profondo
cambiamento del modo di pensare la conoscenza. Una pista di lavoro in
questa direzione sembra potersi trovare nella epistemologia
costruttivista, nel suo conseguente approccio didattico e nell'esercizio
della pratica riflessiva che ne diventa condizione ineliminabile4.
L'approccio didattico costruttivista
Secondo l'epistemologia costruttivista apprendere è
il risultato di una costruzione soggettiva di significato, a partire da
una complessa rielaborazione interna dell'insieme di sensazioni, che non
hanno in sé ordine o struttura, sulle quali si orienta l'attenzione del
soggetto. Questo processo è allo stesso tempo permesso e condizionato
dal linguaggio, che è culturalmente, socialmente e storicamente
contestualizzato e che rende possibile, attraverso costanti interazioni
sociali, l'adattamento dei costrutti individuali a sistemi di
significato socialmente condivisi.
Da questa teoria della conoscenza derivano alcune importanti conseguenze
dal punto di vista del processo di insegnamento/apprendimento.
Se la conoscenza è un'attiva e personale costruzione di significato
attraverso meccanismi di assimilazione e accomodamento (Piaget), un
docente può offrire allo studente stimolo e guida, ma non può
determinare direttamente il suo apprendimento. Tutto ciò che avviene a
scuola, che l'insegnante dice e propone, viene sempre e comunque
interpretato dallo studente a partire dalle sue conoscenze pregresse e
dai suoi scopi personali. Le interpretazioni non sono mai completamente
sovrapponibili, ma attraverso la comunicazione si concordano le aree di
significato compatibili con l'esperienza comune e si lasciano le altre
in uno spazio di soggettività e arbitrarietà sulla base dei propri
interessi e bisogni.
Se ogni esperienza non ha valore in sé, ma acquista significato in base
alla storia e alla trama narrativa individuale, l'attenzione del docente
si deve spostare dall'esperienza in quanto tale al soggetto che la
analizza, dai contenuti al processo5.
In questa prospettiva, è necessario che la scuola permetta ad ognuno di
sviluppare un proprio percorso individuale all'interno della comunità di
classe, allestendo ambienti di apprendimento basati sulla soluzione di
problemi attraverso strumenti, risorse informative e attività
collaborative. Attività non meccaniche e ripetitive, ma in cui
l'allievo, attraverso la molteplicità delle piste percorribili e la
negoziazione con il gruppo, possa autodeterminare il suo itinerario e
parte degli obiettivi stessi. Percorsi arricchiti da momenti di
riflessione individuale e collettiva, da domande euristiche e da
consegne volutamente polisemiche e aperte che lo studente possa
affrontare sulla base degli interessi e delle strategie personali6.
Un ambiente di apprendimento costruttivista è caratterizzato da alcuni
elementi cardine:
-
costruzione e non riproduzione del sapere;
-
rappresentazioni multiple e complesse della
realtà;
-
situazioni di apprendimento basate su casi reali
o realistici;
-
pratiche riflessive e metacognitive;
-
enfatizzazione della dimensione collaborativa
(comunità di apprendimento).
All'interno di questo processo è quindi fondamentale
valorizzare la dimensione sociale della conoscenza, le potenzialità che
può esprimere la classe come gruppo nell'imparare dagli altri e con gli
altri attraverso la negoziazione e la condivisione di interpretazioni
divergenti, anche attraverso il conflitto che nasce dai diversi punti di
vista.
Come abbiamo prima osservato, l'alunno, come ogni individuo, è agente
epistemico, costruisce cioè conoscenza attraverso processi personali, ma
anche il docente lo è: la strutturazione di un ambiente di apprendimento
non può non tenere conto delle diverse individualità che inevitabilmente
entrano in gioco, incontrandosi, influenzandosi e a volte confliggendo.
La soggettività del docente diventa così uno degli elementi che
determinano la funzionalità di un ambiente di apprendimento e viene a
coincidere con la sua azione di scaffolding (impalcatura, sostegno), che
non consiste solo nel progetto iniziale, ma anche in quel fattore
sfuggente e complesso agito dal docente durante la sua azione di
mediazione didattica. Lo scaffolding si concretizza in una costante
azione di ridefinizione, messa punto, ricollocazione della situazione di
apprendimento, in un insieme di attenzioni, consapevolezze e
comportamenti così sintetizzabili: il reclutamento/ingaggio
dell'allievo, la tenuta della direzione dell'attività all'interno di
margini coerenti con gli obiettivi prefissati (o la sua consapevole
deviazione), l'adattamento del compito in relazione alle capacità, la
sottolineatura degli aspetti fondamentali, l'indicare, se necessario, le
possibili soluzioni e la eventuale riduzione dei gradi di libertà di
azione dell'allievo o del gruppo7.
In un rapporto di insegnamento-apprendimento di questo genere spesso il
docente deve agire con urgenza, decidere nell'incertezza, operare senza
avere il tempo di meditare di fronte a problemi complessi, incerti,
inediti, unici, spesso connotati da conflitti etici e valoriali,
rispetto ai quali non è sufficiente ricorrere alla pura esperienza
acquisita o all'utilizzo di teorie o protocolli d'azione codificati, ma
occorre invece costruire in situazione una nuova conoscenza pratica da
applicare.
È in queste situazioni che si esplica quella forma di intelligenza che
Schön8 definisce come competenza "artistica" e che integra abilità di
impostazione del problema, di improvvisazione e di implementazione delle
soluzioni. È attraverso questo esercizio di professionalità che il
docente esperto riesce a trovare la mediazione tra le teorie didattiche
e pedagogiche e il loro uso nella pratica. Diventa dunque essenziale
legare l'epistemologia costruttivista ad una epistemologia della
riflessione sulla pratica professionale.
Riflettere sulla pratica professionale
In situazioni come quelle appena delineate si può
manifestare una forma di "conoscenza tacita"9 che supera il
concetto di pratica come semplice applicazione della teoria e che
qualifica il sapere professionale come «un sapere per, procedurale, in
vista del fare; non un sapere che, proposizionale, orientato al puro
conoscere»10.
La pratica è quindi un tipo di conoscenza particolare, situata e
contestualizzata, fatta di azioni, di linguaggi, di repertori, costruita
insieme ad altri e quindi distribuita, in cui i piani razionali si
formano dentro l'azione e non prima di essa e l'azione incorpora la
cognizione, e non viceversa. Inoltre, la pratica professionale non è mai
isolata, ma per definizione è sempre sociale, a partire da ciò che viene
detto con il linguaggio ma anche da ciò che viene rappresentato
attraverso gli strumenti, i documenti, le immagini, i simboli, le
procedure codificate, le normative interne, i ruoli e «include anche
tutte le relazioni implicite, le conversazioni tacite, le allusioni
sottili, le regole empiriche inespresse, le intuizioni riconoscibili, le
percezioni specifiche, le sensibilità consolidate, le intese implicite,
gli assunti sottostanti e le visioni comuni del mondo»11.
Viene spontaneo pensare all'aula docenti e ai suoi riti, luogo di
compensazione emotiva, di condivisione di ansie e di dubbi, ma anche di
confronto e negoziazione professionale, di scambio di materiali e di
condivisone di esperienze, a volte più delle apposite riunioni. In
questi momenti si portano a livello di consapevolezza le teorie
implicite su cui poggiano schemi di azione diventati ormai automatici e
routinari, si fa emergere almeno una parte di quel sapere pratico
accumulato per, una volta riconosciuto, raffinarlo, modificarlo o
confermarlo in funzione delle personali finalità formative. Vediamo
allora come il pensiero riflessivo in situazioni di condivisione sia di
grande aiuto nell'esercizio della pratica professionale del docente,
certamente come sostegno ad un approccio didattico costruttivista, ma
anche rispetto alle più numerose e complesse aspettative di ruolo che la
società ripone nei suoi confronti. Infatti, la funzione del docente si è
allargata ed è arrivata a comprendere tutta una serie di mansioni
aggiuntive al lavoro d'aula (accompagnamento, sostegno, orientamento,
educazioni trasversali, organizzazione, coordinamento, ecc.), prima non
contemplate, che finiscono per modificare l'immagine prevalente della
figura docente, da esclusivamente magister (ossia del professionista
della materia, che conosce informazioni e dati e li trasmette agli
allievi), a magister, pedagogo, animatore insieme12.
Ma cosa significa riflessività in una situazione scolastica? A partire
dall'elaborazione di Schön possiamo individuarne tre livelli.
Una riflessione nel corso dell'azione così schematizzabile:
-
di fronte a una situazione incerta e ambigua
opera una prima interpretazione del problema e agisce in base alla
sua conoscenza tacita;
-
le conseguenze dell'azione producono informazioni
sull'adeguatezza dell'inquadramento del problema e dell'azione
stessa;
-
queste informazioni sono interpretate ancora
sulla base di conoscenze tacite;
-
se l'azione-come-prova genera informazioni
incompatibili con l'interpretazione originale, o non produce le
conseguenze previste, l'azione-come-ipotesi è disconfermata;
-
questo induce a riflettere sui criteri di
conoscenza e sulle modalità di impostazione del problema che hanno
guidato l'iniziale approccio e le conseguenti strategie di azione;
-
questa riflessione può condurre, ma non
necessariamente, ad una ristrutturazione della situazione ed ad una
nuova sequenza di mosse.
Altrettanto importante è la riflessione sull'azione,
intesa come la capacità del pensiero umano di trarre conseguenze
dall'oggetto del suo pensare Ciò presuppone che il soggetto riesca a
fare delle proprie azioni un oggetto del pensiero, ossia sviluppi un
punto di vista esterno su di sé, aiutato, per esempio, da un alter ego,
da un amico critico, dalla rilettura di un evento attraverso la
memorizzazione e la trascrizione, dalla condivisione di vissuti nella
comunità dei pari, ecc.. In questo modo è possibile trovare elementi di
rispecchiamento così significativi da mettere in discussione le
costruzioni quotidiane, le abitudini, le rappresentazioni collettive e
quel senso comune apparentemente oggettivo e immodificabile che fa da
sfondo inconsapevole al nostro agire.
Si può arrivare così ad una riflessività metacognitiva (riflessività di
II grado), che consente di sviluppare un pensiero sul nostro modo di
conoscere, interpretare e agire la realtà, di interrogarsi sugli schemi
di riferimento, le presupposizioni, le assunzioni tacite e le emozioni
che fanno da sfondo ai criteri impliciti utilizzati nella selezione e
nell'attribuzione di significato agli eventi.
In questo modo, l'insegnante che riflette diventa ricercatore
nell'ambito della pratica didattica, facendo emergere il suo sapere
pratico implicito per, una volta riconosciuto, raffinarlo, modificarlo o
confermarlo in funzione delle molteplici ed inedite situazioni
formative.
La riflessività può diventare quindi quell'esperienza che porta il
soggetto ad andare oltre l'accettazione del quotidiano e a dare corso ad
azioni che modificano non solo l'ambiente circostante ma anche il senso
ordinario attribuito all'azione e al contesto medesimo13.
È anche attraverso l'assunzione di questo habitus riflessivo che gli
insegnanti potranno gestire le sfide che la scuola pone loro,
migliorando in questo modo il loro agire professionale e quindi facendo
ottenere migliori risultati scolastici ai loro allievi, ma soprattutto
contribuendo a formare nuove generazioni a loro volta con una forma
mentis in grado di affrontare in modo più efficace gli inevitabili
mutamenti di un mondo sempre più dinamico.
È evidente, quindi, che nel profilo di scuola sopra tratteggiato, il
problema del recupero va a sovrapporsi e a fondersi con una profonda
rivisitazione del fare scuola, tendendo ad assumere una collocazione
tutta interna ed integrata all'azione didattica curricolare. Solo in
questo modo è possibile ridurre drasticamente la dimensione di
insuccesso attualmente presente, lasciando a momenti mirati ed
extracurricolari solo la soluzione di specifici problemi individuali di
comprensione e apprendimento.
1 AA.VV., Recupero. Tra emergenza e prospettiva, Supplemento al
Bollettino IRSAE Lombardia n.58, 1997.
2 Bocchi G., Ceruti M., Educazione e globalizzazione, Raffaello Cortina,
Milano 2004, p. XII.
3 Morin E., La testa ben fatta, Raffaello Cortina, Milano 2000, p.15.
4 Per approfondire questo tema si veda: Colombo M., Varani A. (a cura
di), Costruttivismo e riflessività. La formazione alla pratica di
insegnamento, Edizioni Junior, Bergamo 2008.
5 Nigris E., Negri S.C. e Zuccoli F., Esperienza e didattica, Carocci,
Roma 2007.
6 Carletti A., Varani A. (a cura di), Didattica costruttivista. Dalle
teorie alla pratica in classe, Erickson, Trento 2005.
7 Pontecorvo C., Ajello A. M. e Zucchermaglio C., Discutendo si impara.
Interazione sociale e conoscenza a scuola, Roma, Carocci 2004.
8 Schön D.A., Formare il professionista riflessivo, Franco Angeli,
Milano 2007, p. 43.
9 Polanyi M., La conoscenza inespressa, Armando, Roma 1979.
10 Damiano E., La nuova alleanza, La Scuola, Brescia 2006, p.103.
11 Wenger E., Comunità di pratica. Apprendimento, significato e
identità, Raffaello Cortina, Milano 2007, p. 59.
12 Colombo M., La riflessività nel contesto scolastico: vincoli e
condizioni, in Colombo M. e Varani A. (a cura di), Costruttivismo e
riflessività cit..
13 Colombo M., Riflessività e creatività nelle professioni educative.
Una prospettiva internazionale, Vita e Pensiero, Milano 2005.
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