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FOCUS: DEBITI & RECUPERI
L'operazione recupero ad una prima verifica
di Antonio
Valentino*
A monte
dell'operazione recupero
È difficile negare che l'operazione sul
recupero dei debiti scolastici, voluta tenacemente dal Ministro Fioroni,
avesse una sua indubbia ragion d'essere. In effetti, non si poteva
continuava a far finta di niente di fronte ad un fenomeno, quello del
non assolvimento dei debiti nell'anno scolastico successivo, che faceva
registrare difficoltà enormi anche sul versante dell'organizzazione
didattica delle classi, oltre che essere scandaloso in sé. Le cifre che
lo stesso ministro non manca di presentare quando interviene
sull'argomento, sono di una evidenza impressionante. Ma chi vive nella
scuola sa in aggiunta che anche la stessa "qualità" dei recuperi non è
stata sempre "raccomandabile". Nel senso che non sempre i recuperi si
sono svolti con modalità e criteri accettabili; denotando, le pratiche
correnti, più la buona volontà dei docenti e la disponibilità delle
scuole che l'attendibilità dei risultati dell'accertamento.
Richiamo,
solo per completezza di informazione, le procedure che, con trascurabili
varianti, gli istituti hanno seguito nel corso degli anni. Normalmente,
dopo gli scrutini, lo studente con debito non era lasciato solo a
gestire il recupero. C'erano infatti: prima l'impegno diffuso degli
insegnanti a definire pacchetti, spesso personalizzati, di recupero
estivo per i vari studenti; poi, generalmente in settembre,
l'organizzazione e la gestione di brevi corsi, nel caso si rendessero
necessari; successivamente si procedeva alle verifiche formali in almeno
due momenti, calendarizzati generalmente entro novembre, per accertare
il superamento del debito.
Un indubbio problema era dato dal fatto che
questi accertamenti e l'impegno della scuola nelle fasi precedenti non
venivano sentiti dalle famiglie, qualunque sforzo si facesse, come
operazioni che avevano un qualche peso. Il ragionamento era semplice:
"Ormai sono stato promosso anche se con debito. Ed è quello che conta.
L'anno prossimo è un altro anno e si vedrà". Per fare il verso a
Rossella O'Hara di Via col vento.
D'altra parte, se l'accertamento era
negativo (qualora lo studente si presentasse alle prove di verifica, la
qual cosa non era scontata), si confermava solo l'esito insoddisfacente,
senza altra conseguenza immediata. Conseguenze eventuali, invece,
potevano esserci in sede di scrutinio finale. Ma alla fine dell'anno
scolastico, se nella materia del debito si registrava ancora un
risultato negativo, e si verificava solo qualche altra insufficienza,
"leggera", cosa si faceva? Tutti a chiedersi: "Si può fermare un ragazzo
in queste condizioni?" Grandi discussioni. Poi alla fine prevaleva
l'atteggiamento del dare fiducia ed "era fatta" ancora una volta.
Risultato: tutto (o quasi tutto) il Consiglio scontento, anche per via
del messaggio deresponsabilizzante che si pensava arrivasse al singolo
studente e alla classe con tale decisione. Questo è un po' quello che
accadeva. Probabilmente non mancavano esperienze felici, ma i numeri
relativi al fenomeno e la percezione diffusa tra docenti e dirigenti
scolastici erano inequivocabili.
Perciò l'intervento del Ministro è
sembrato ai più condivisibile e opportuno.
Il "peccato" originale: un
difetto di analisi
All'operazione del ministro ha fatto difetto però,
almeno a parere di chi scrive, una carenza di analisi del fenomeno
"debiti e recuperi" connessi. In altri termini, è sembrata mancare alle
scelte ministeriali ogni preliminare considerazione sulla natura e sulle
caratteristiche del problema, nel senso che le soluzioni erano tutte
ricondotte al solo fenomeno dei debiti intesi come aree disciplinari di
insufficienza non recuperate, sciolto, per così dire, da altri nodi
irrisolti a cui si esso si collegava (e ancora si collega).
Questo va
richiamato non per allargare il quadro e "sfocalizzare" il problema, ma
per aggredirlo, come si dice, dal versante giusto. E trovare
probabilmente conferma al fatto che il problema dei debiti è il problema
delle bocciature (che non è la stessa cosa della dispersione scolastica,
per fortuna molto più circoscritta in questi ultimi tempi). E quello
delle bocciature è il problema di questa nostra scuola superiore che non
sappiamo dove stia andando, e dei suoi insegnanti e dirigenti che non
sanno dove debbano andare.
È il problema di questa nostra scuola che non
ha ancora scoperto in modo diffuso la centralità della motivazione allo
studio, la qualità della relazione educativa e la individualizzazione
dei percorsi nei processi di apprendimento, e l'importanza del gioco di
squadra nella determinazione del successo scolastico (mi sto riferendo
ovviamente al consiglio di classe).
Era certo poco probabile aspettarsi
in una Ordinanza Ministeriale qualcosa di impegnativo su tali questioni,
di cui tutti conoscono la complessità e le difficoltà di approccio.
Avremmo almeno voluto però che le procedure individuate fossero meno
rigide e più affidate alla ricerca e alle iniziative delle scuole
autonome, avremmo voluto che fossero messe in circolo sperimentazioni
utili allo scopo e che fossero promossi e facilitati progetti didattici
che si muovessero nella direzione giusta. Che si desse cioè avvio ad un
processo, che, pur prevedendo la gestione dei debiti su base annuale
(cioè senza "trascinamenti" all'anno successivo), si ponesse il
problema, di più largo respiro, di una didattica più mirata e
qualificata e di un fare scuola più sensato e coinvolgente.
Ma così non
è stato e le cose sono andate come sono andate.
Partiamo allora dalla
situazione come si è venuta delineando in questi ultimi mesi per cercare
di capire se nelle pratiche che sono prevalse ci sono elementi da
valorizzare per interventi futuri su questo campo. L'impegno delle
scuole: cosa/come recuperare Va richiamato in prima battuta che,
nonostante il clima inizialmente pesante tra gli insegnanti, sia per le
perplessità complessive sul senso dell'operazione, sia per le
indicazioni piuttosto generiche e approssimative dell'OM 80, le scuole
si sono comunque mosse con scelte di buon senso al fine di fronteggiare
il problema delle insufficienze del primo quadrimestre. E ciò nella
consapevolezza che la questione dei debiti andava affrontata
preliminarmente, diminuendone il numero in sede di scrutinio finale e
impedendo che, una volta assegnati, non si trascinassero nel corso
dell'anno successivo. Che tale operazione potesse anche diventare
occasione per cambiamenti significativi all'interno delle scuole, erano
in pochi a crederci. Non poteva bastare la scelta - non disprezzabile
certamente - di portare il compenso per i docenti a 50 euro all'ora, né
mobilitare direzioni regionali e l'intero apparato ministeriale, per
garantire successo reale (cioè recupero effettivo) ai vari interventi
programmati. Le precedenti esperienze di recupero non sono riuscite a
creare modelli e percorsi esportabili, e le attività cosiddette
compensative non sono state considerate una modalità ordinaria del
processo di insegnamento e apprendimento. A dirla tutta, si erano quasi
sempre rivelate una perdita di tempo e di denaro. Non essendo
intervenuto nessun fatto nuovo nel frattempo (nel senso di investimento
sullo sviluppo professionale dei docenti su questo terreno), non si
poteva pertanto sperare che qualcosa cambiasse. In tanti, dopo
l'emanazione dei provvedimenti ministeriali, pur non nascondendosi i
grossi limiti di cultura scolastica e organizzativa dell'operazione
ministeriale, hanno voluto ugualmente porsi l'interrogativo: si può
lavorare sull'ipotesi di legare gli interventi ipotizzati a qualche
obiettivo di miglioramento del fare scuola? Le risposte iniziali hanno
cercato di puntare sulla sperimentazione di modalità organizzative e
didattiche più efficaci e qualificanti. La proposta era così
traducibile: più che far leva sui corsi di recupero, è opportuno puntare
preliminarmente sul "recupero" della didattica curricolare e delle sue
funzioni più importanti (insegnamento sensato e attivo, ascolto e
motivazione, valutazione formativa, individualizzazione, correlazioni e
unitarietà dei saperi, ricerca e sperimentazione, pratica responsabile
che mira a risultati verificabili...); e anche su strategie di
insegnamento che prediligano la laboratorialità diffusa. Però ben presto
ci si è resi conto che questa scelta - che è l'unica che comunque ha
senso nel medio e lungo periodo - presupponeva competenze metodologiche
e didattiche non adeguatamente considerate e agite nelle nostre scuole.
Anche a motivo di momenti formativi, per docenti, sempre meno
frequentati e incisivi. Pertanto le scelte fatte dalla maggior parte
delle scuole hanno obbedito a linee operative più tradizionali (corsi di
recupero pomeridiano e in itinere non dissimili da quelli praticati
precedentemente), anche se con integrazioni interessanti, rispetto alle
tipologie e alle metodologie, legate ad un più elevato grado di
consapevolezza professionale sul fare scuola. Certamente bisognerà
aspettare che le esperienze si concludano e che nelle scuole si faccia
un bilancio dell'operazione, per tentare un discorso più compiuto al
riguardo. Però ritengo che, pur ad operazione in corso, alcune cose
possono essere dette. Una nuova sensibilità In primo luogo sulle
consapevolezze, ma anche su aspetti e procedure che stanno creando una
sensibilità più attenta al problema. Tali consapevolezze, se sostenute e
rinforzate con qualche opportuna iniziativa di formazione e qualche
riconoscimento sulle attività di ripensamento "progettuale" delle
esperienze, potrebbero essere assunte, con buone probabilità di
successo, come paletti sensati per il futuro. La prima di queste
riguarda proprio la nozione di recupero e la considerazione che essa
comprende elementi diversi che vanno considerati per quello che
effettivamente sono, prima di mettersi a progettare interventi. Se,
dietro un apprendimento lacunoso o superficiale o in ogni caso
inadeguato, c'è disimpegno che nasce da demotivazione; e se, dietro la
demotivazione, ci sono una didattica sentita come poco coinvolgente e
motivante e contenuti che lo studente avverte come privi di senso,
allora non si può supplire a tutto questo con un corso di recupero
tradizionale o attività similari. Occorre puntare su altro - ad esempio
sul recupero motivazionale o metodologico (saper studiare) e su
tipologie diversificate - e convergenti - di intervento (il recupero in
itinere e quello pomeridiano per gruppi ristretti, ma anche, e
soprattutto, lo sportello e il tutoring) e lavorare sulla individuazione
chiara delle situazioni in cui le attività vanno previste, organizzate e
garantite. È fondamentale comunque - e questa è una seconda
consapevolezza da valorizzare - che qualunque intervento nasca da un
patto formativo tra scuola (docente), da una parte, e studente e
famiglia, dall'altra, e preveda impegni precisi e condizioni chiare.
Pensando al futuro Riporto di seguito alcune scelte operative tra quelle
che ho sentito più "gettonate" nel corso di questi ultimi mesi e che
hanno funzionato o stanno più funzionando, soprattutto negli Istituti
tecnici e professionali.
1. Possibili (e auspicabili) strategie di
istituto:
-
prevedere con l'inizio del 2° Quadrimestre (che sarebbe
bene cominciasse già prima delle vacanze natalizie o subito dopo),
prevedere lo stop di una/due settimane nello svolgimento del programma,
in tutte le situazioni in cui il numero delle insufficienze superi una
percentuale rilevante (40%?), per svolgere coerenti azioni di ripasso,
di recupero di nozioni e abilità chiave, di chiarimenti e
approfondimenti, di consolidamento;
-
dare priorità nel recupero a
competenze linguistiche (e, in primis, di lettura, comprensione e uso di
testi di complessità commisurata ai livelli delle classi o dei gruppi,
oltre che di capacità argomentativa) e a competenze matematiche;
-
puntare sulle nozioni chiave e su prerequisiti di area (cioè delle
discipline afferenti ad uno stesso asse culturale), più che di materia;
-
privilegiare, soprattutto nel biennio, le competenze trasversali
(metodologiche) più che i saperi disciplinari (meglio: assumere gli
ambiti disciplinari come terreni su cui sviluppare competenze
trasversali);
-
puntare, sempre nel biennio, su alcune (poche)
tematiche comuni ad ambiti disciplinari affini, rispetto alle quali
sviluppare padronanza effettiva.
2. Proposte realistiche In genere, è
risultata buona regola quella di tener conto degli elementi di contesto
e fare in modo che gli interventi non confliggessero con il normale
svolgimento delle lezioni e del programma delle varie materie. Che
fossero, in altri termini, accettabili, cioè circoscritti nel tempo e
compatibili, seppure con qualche forzatura, con ritmi della normale vita
scolastica.
3. I termini del patto formativo Un aspetto che andrebbe
sempre ribadito è che alle attività di recupero/sostegno pomeridiano, da
considerare comunque come eventi non ordinari (diverso ovviamente è il
discorso per il recupero in itinere) si viene ammessi solo se si
sottoscrive uno specifico patto formativo che preveda
a. da parte della
scuola:
b. da parte dello studente:
Altro discorso andrebbe fatto per il "recupero motivazionale"
e per le attività di sportello, da privilegiare anche come occasione di
una relazione educativa fuori dagli schemi tradizionali del rapporto
unità classe/docente, e quindi potenzialmente efficace. Il
coinvolgimento degli studenti La sensazione diffusa è che,
nell'operazione in atto, il ruolo degli studenti non sembra essere un
ruolo da protagonisti. E che quindi si tenda a sottovalutare l'ascolto
attivo, il parlarsi, il comunicare, sempre e comunque, come condizioni
di un fare scuola che incida anche sul terreno del recupero. Si dovrebbe
sempre - e quindi anche in questo tipo di interventi - tenere presente
che non c'è apprendimento (e quindi anche recupero di linguaggi e
competenze) sensato ed efficace senza la partecipazione attiva dello
studente e senza il suo coinvolgimento. Oggi più che mai, la motivazione
(il coinvolgimento emotivo nelle varie attività su cui si chiede
impegno) è funzione fondamentale della didattica, e il sentirsi alleati
nel raggiungimento degli obiettivi è condizione operativa preliminare.
Sono ovvietà che è opportuno ripetersi continuamente, almeno fino a
quando non si intravede la soluzione del problema. Ogni scuola ha la sua
identità, sue specifiche risorse interne, una sua organizzazione
funzionale. E studenti diversissimi per provenienza sociale e culturale
e per esperienze scolastiche. Le risposte al problema del coinvolgimento
non possono quindi che essere molteplici e variegate, secondo i tipi di
scuola. Tra quelle che hanno avuto successo, dove sono state praticate,
collocherei le seguenti:
1. una preliminare discussione, a livello di
classe, sui risultati degli scrutini e sulle ragioni dei successi e dei
voti, andrebbe prevista e organizzata;
2. la rilevazione del
"percepito" della classe (rispetto ai risultati nelle varie materie e
all'andamento complessivo) e una sua autovalutazione - su aspetti
condivisi - andrebbero considerate come un impegno da non trascurare;
3.
le decisioni del Consigli di classe, rispetto agli interventi previsti,
dovrebbero essere presentate e discusse con gli studenti ed
eventualmente ridefinite;
4. il patto formativo di corresponsabilità,
ove previsto, dovrebbe essere illustrato alla classe, motivato e capito
(ed eventualmente riformulato o corretto o arricchito attraverso la
discussione di classe); non solo, ma dovrebbe articolarsi in modo che si
percepisca, per come è scritto, in cosa consisterà l'impegno
dell'insegnante, i traguardi a cui si tende e la loro sensatezza e
raggiungibilità. E ciò alla scopo di orientare l'impegno degli studenti
verso risultati avvertiti - appunto - come sensati e raggiungibili.
Tutte queste riflessioni e indicazioni - e tutte le altre che verranno -
per partire l'anno prossimo, sui temi in discussione, almeno "da tre". *
dirigente scolastico all'IIS "A. Spinelli" di Sesto S. Giovanni (MI)
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