HOME.GIF (399 byte)
 

DIDATTICA E DISCIPLINE

Cinema e letteratura: "un accordo eretico"

di Rita Manzoni

Quella di servirsi del cinema quale supporto o stimolo per le tradizionali attività didattiche è prassi abituale nella scuola italiana e comune a molte discipline: si va da proposte atte a suscitare la discussione su problemi etici e sociali, alla fruizione di testi cinematografici utili a introdurre il clima storico culturale di un periodo, alla presentazione di film che "invoglino" gli studenti a leggere il tal romanzo o la tal novella dell'autore studiato.
Lungi dal voler demonizzare un comportamento scolastico tanto diffuso quanto giustificabile sotto il profilo motivazionale, ci sembra opportuno richiamare l'attenzione su alcuni punti critici dell'uso del testo filmico come sussidio didattico.
In primo luogo bisogna considerare che la dimestichezza degli alunni con il codice iconico raramente è sinonimo di consapevolezza interpretativa e di coscienza dei meccanismi psicologici che sono sottesi alla visione.
Il primo passo dunque è quello di fornire agli studenti quegli strumenti di decodifica dell'immagine che permettano loro la fruizione critica di ciò che vedono e la capacità di distinguere ciò che è esteticamente valido da ciò che può essere ignorato senza rimpianti.
In secondo luogo utilizzare un film solo per le sollecitazioni culturali offerte dal suo contenuto significa dimenticare che il testo filmico è opera artistica a tutti gli effetti e come tale metafora epistemologica che "esprime, attraverso la sua forma, la concezione della realtà caratteristica della cultura, del tempo in cui viene prodotta."1
Infine, servirsi in classe del testo filmico come "riassunto" di un romanzo, lasciato poi alla "volontaria" lettura domestica, ci sembra operazione non solo discutibile ma anche defraudante le potenzialità didattiche che l'analisi parallela e contrastiva dell'opera letteraria e delle sue "trasposizioni" cinematografiche porta con sè. Alla luce di queste convinzioni, al Liceo Scientifico "A.Tosi" di Busto Arsizio è stato proposto, anche per l'anno scolastico 2006/2007, un progetto di educazione all'immagine filmica, che al corso base di "alfabetizzazione" affiancasse un percorso di studio dei rapporti tra cinema e letteratura, articolato su due livelli di analisi:

  • dall'opera letteraria al film: ovvero riflessione sulla "traduzione" filmica, sui problemi legati al passaggio dal codice letterario a quello cinematografico (percorso che ha coinvolto le classi quarte dell'Istituto che avevano svolto negli anni precedenti i moduli di educazione al linguaggio filmico);

  • il sistema culturale integrato: l'osmosi creativa di cinema e letteratura, esemplificata in un movimento come il Neorealismo in cui romanzi e film si rifanno a una comune ideologia e concezione dell'arte (percorso destinato alle classi quinte).

Cinema e letteratura: o della "fedele infedeltà"

Scrive Donata Meneghelli: "Sin dalle origini, il cinema ha stretto un curioso e per certi versi diabolico patto con la  letteratura (io ti farò sopravvivere se tu mi venderai la tua anima), in particolare con i generi narrativi e drammatici. Il  cinema ha in parte assorbito la letteratura attraverso un duplice processo. Ha ereditato alcune funzioni della letteratura, prendendo su di s‚ il ruolo di catalizzatore dell'immaginario svolto, fra Sette e Ottocento, soprattutto dal romanzo. Nello stesso tempo, con la pratica dell'adattamento, ha fagocitato la letteratura per restituirla e attualizzarne il patrimonio, prendendone le trame e ri-raccontandole (a un pubblico molto più vasto), diventando quasi una forma dell'espressione della letteratura.[...] Il cinema ha potuto prendere l'anima della letteratura per conservarla (intatta?) o per modificarla nei modi più diversi".2
Da un punto di vista didattico, un primo interessante percorso che scaturisce da queste osservazioni è quello della  riflessione sui modi della "traduzione" filmica, dell'adattamento, ovvero della fedeltà al testo letterario.
Già Bazin3 suggeriva che quello della fedeltà è un problema ozioso - laddove la si intenda come riproduzione alla lettera dell'opera scritta - che lascia intuire un giudizio di valore a vantaggio del testo letterario, necessariamente "corrotto" dalla sua trasposizione sullo schermo.

Del resto, dal momento che sia il cinema sia la letteratura hanno uno statuto narrativo, si fondano cioè sulla temporalità, sul racconto in quanto sequenza chiusa di avvenimenti, la storia - intesa come insieme di azioni tra loro connesse, agite da vari personaggi - è di per s‚ sempre adattabile. Ma "riprodurre una storia" non significa necessariamente essere fedeli al testo: molti adattamenti cinematografici apparentemente rispettosi del testo di partenza contengono in realtà un totale stravolgimento interpretativo dello stesso, mentre trasposizioni filmiche che modificano la sintassi narrativa, la sequenza degli eventi, la collocazione spazio-temporale nonché‚ i personaggi della storia, possono mantenere una completa fedeltà tematica, tanto più significativa perché‚ non sostenuta da alcuna fedeltà diegetica.
Questo accade perché‚ ogni storia porta con s‚ la sua interpretazione, e "contemporaneamente lettore e scrittore, il regista che adatta un testo iscrive nel film la propria lettura e anche un nuovo spettatore ideale, strettamente legato alla sua cultura e al suo orizzonte d'attesa". Lo stesso mezzo cinematografico, lungi dall'essere strumento neutro di comunicazione,  genera attraverso codici e linguaggi specifici significati che gli sono propri.
Un secondo ambito di ricerca didattica, che investe più propriamente la storia della letteratura italiana nei suoi rapporti  con le altre forme espressive del '900, indaga l'atteggiamento dei letterati nei confronti della settima arte. E, se da una  parte si rileva la diffidenza o addirittura il disprezzo della maggior parte degli scrittori italiani per il cinema - si vedano le stroncature di Montale4 o Ungaretti - dall'altra si registrano l'interesse di D'Annunzio, di Pirandello o l'entusiasmo dei futuristi per la nuova arte, fino ad arrivare agli scrittori prestati al cinema come sceneggiatori (Zavattini o Flaiano, ad esempio) e come registi (Pasolini, Bevilacqua ecc.).
Un ultimo settore di indagine, assai fecondo sotto il profilo didattico ma sicuramente meno esplorato degli altri, è quello che studia le influenze del cinema sulle forme di scrittura, nonché‚ sull'immaginario della narrativa contemporanea. Due possono essere le piste di indagine: quella della sceneggiatura come "scrittura visiva" e quella del romanzo che si "fa immagine", si snoda con un montaggio quasi cinematografico.
Potrebbe essere interessante partire da Ventiquattr'ore in uno studio cinematografico di Mario Soldati5 (pubblicato nel 1935 sotto lo pseudonimo di Franco Pallavera), in cui l'autore cerca di imitare a livello linguistico le tecniche e le soluzioni del linguaggio filmico, quali il primo piano e la dissolvenza, passare attraverso l'analisi di testi di scrittori dell'ultima generazione - Lucarelli o Culicchia, per esempio - per arrivare alla singolare operazione di Laura Pariani, che ne La perfezione degli elastici (e del cinema) capovolge il consueto itinerario che porta dal libro al film, per trasporre nei nove racconti della raccolta temi, miti e personaggi del cinema.

Bram Stoker's Dracula di Francis Ford Coppola: un esempio di adattamento cinematografico  Il percorso di analisi proposto alle classi quarte del Liceo "Tosi" è stato giocato sul confronto tra il romanzo di Bram Stoker Dracula e l'omonimo film di Francis Ford Coppola: la scelta di quest'opera narrativa è stata motivata sia dalla possibilità di svolgere un'attività interdisciplinare con i docenti di lingua straniera, sia dal fascino che "mostri, demoni e vampiri" esercitano sull'immaginario collettivo di giovani e meno giovani. Inoltre la figura del vampiro è stata assai frequentata dal cinema: sono circa un migliaio i film sui "non-morti" e circa una sessantina i rifacimenti di Dracula.
Il lavoro didattico è stato organizzato in due momenti, uno di esame in classe del romanzo di Stoker affidato in precedenza alla lettura domestica degli studenti, e uno di visione del film di Coppola e di analisi contrastiva, realizzato attraverso lavori di gruppo guidati.
Le principali differenze tra romanzo e film, evidenziate nella discussione, riguardano alcuni aspetti strettamente correlati  tra loro (diegesi, struttura narrativa, punto di vista della narrazione, caratterizzazione dei personaggi) e appaiono tanto più evidenti in presenza di una fedeltà diegetica sbandierata da Coppola fin dal titolo.
Il film di Coppola appare da un lato come una trasposizione quasi letterale del romanzo, ma introduce due sequenze che  stravolgono completamente il significato degli eventi narrati.
La prima, il Prologo del film, ci informa che Dracula è in realtà il principe Vlad Tepes III l'Impalatore, baluardo della  Cristianità nella lotta contro i Turchi, divenuto vampiro dopo la sua rivolta contro Dio, causata non tanto dalla sete di  potere quanto dalla ribellione verso una Chiesa che ha negato la sepoltura cristiana, e quindi la vita eterna, alla moglie,  morta suicida per un inganno dei Turchi. In Mina, fidanzata di Jonathan Harker, Dracula riconoscerà l'incarnazione della sua amata Elisabetta.
Con Coppola la storia di Dracula passa così dal genere horror a quello del "romanzo d'amore". Il personaggio perde la sua  potente carica erotica per divenire eroe romantico, solo nella sua dannazione eterna, alla ricerca di una pace spirituale che solamente l'amore può ridargli. Prova ne è che il personaggio di Mina: più che subire la sua attrazione, sceglie  consapevolmente e per amore di condividerne il destino di vampiro. Nel romanzo di Stoker non solo non abbiamo una precisa  identificazione storica di Dracula, ma lo stesso personaggio "vi compare pochissimo.[...] Compare in carne ed ossa nella prima parte del romanzo quando Jonathan Harker gli rende visita in Transilvania. Poi si può dire che scompaia. Le sue apparizioni sono poco più che bagliori, anche la sua voce sparisce nel polverone delle parole altrui. Considerato quanto  parlano gli altri, lui praticamente tace."6
Nel film di Coppola, invece, il personaggio Dracula occupa quasi ossessivamente la scena. A questo si aggiunge il fatto che molti degli eventi narrati sono filtrati dal suo punto di vista, che diviene dominante rispetto a quello degli altri narratori. La conseguenza è che il pubblico si identifica col personaggio, prova pietà per lui, si commuove per il suo amore perduto e piange per la sua morte, laddove nel romanzo appare impossibile immedesimarsi in colui che, proprio perché‚ mai direttamente presente, risulta un "non esistente", "l'ignoto" nella vita umana, l'ancestrale paura dell'uomo, la materializzazione di una potenza del Male che inconsciamente si teme, a volte assai più di quanto si riesca a credere nella  forza del Bene" e dunque per questo ancora più terrorizzante.
La molteplicità dei narratori e soprattutto la focalizzazione plurima - la storia è in realtà un collage di lettere, pagine  di diario, ritagli di giornale - consente a Stoker, nell'anonima Prefazione al romanzo, di presentare la vicenda come scarsamente oggettiva e frutto delle conoscenze e dei pregiudizi di chi la racconta. Pur non intervenendo direttamente nelle vicende, Stoker fornisce al lettore diversi indizi sulla scarsa affidabilità dei narratori, lo invita a cogliere le discrepanze fra i loro, dichiarati, nobili intenti - liberare il mondo dal vampiro - e la "pragmaticità", per non dire crudeltà, delle loro azioni, mette in luce la loro inesperienza di fronte all'eccezionalità della situazione, la loro  debolezza di nervi, nonché‚ la loro ottusità morale.
La conseguenza di questo procedimento è la possibilità di leggere la storia a diversi livelli di significazione: apparentemente il romanzo risulta una delle tante riproposizioni dell'eterna lotta tra il Bene e il Male, ma può anche essere interpretato come una metafora della lotta "di una comunità apparentemente sana e funzionante" - Jonathan Harker e il suo gruppo di amici - contro "una forza estranea che, dall'interno, si mette a corroderla",7 una forza eversiva che nell'Inghilterra vittoriana e puritana del XIX secolo è facile identificare con le pulsioni sessuali. "Stoker ci rivela che Dracula è anzitutto una minaccia sessuale, un missionario del desiderio, il cui unico vero regno è il corpo umano.
Dracula è pericoloso perché‚ esprime il suo sprezzo per l'autorità nel modo più individualistico possibile - attraverso il sesso. Si tratta di un desiderio assolutamente irrazionale, del tutto estraneo alla monogamia, all'amore e persino al rispetto per la persona amata. [...] Alla fine del romanzo tutti i personaggi accusati di esprimere desideri individuali hanno ricevuto la giusta punizione: Dracula, Lucy Westenra e le tre donne-vampiro sono stati uccisi, e anche Mina Harker viene ostracizzata per aver ceduto alla tentazione di un attimo. I sopravvissuti sono tornati a condurre la vita normale di sempre, ignari del fatto che la loro adesione alle convenzioni sociali è la maschera dietro la quale celano la loro violenza e sessualità".8
Tutto questo non va perduto nell'opera di Coppola ma passa in secondo piano a vantaggio di una decodificazione univoca della vicenda.E qui si inserisce la seconda delle sequenze determinanti un cambiamento nella prospettiva interpretativa. Circa a metà della narrazione filmica si trova una scena in cui Dracula, a Londra, incontra per la prima volta Mina e, per sedurla,  la invita in una sala cinematografica dove vengono proiettate immagini varie (L'arrivo del treno a La Ciotat dei fratelli Lumière) e per un attimo un gioco di ombre cinesi. Tali ombre richiamano il Prologo, nel quale le immagini dei combattimenti contro i Turchi cui Dracula partecipa sono realizzate da silhouettes in controluce.
Nelle immagini successive a quelle del cinematografo vediamo Mina e il Conte che cenano al ristorante, e dietro una vetrata  si stagliano le ombre di alcuni danzatori. Che l'ombra sia uno degli elementi simbolici del film, con uno scarto di prospettiva rispetto al libro - Dracula nel romanzo non ha ombra - è testimoniato anche dalla sequenza iniziale in cui il Conte accoglie Jonathan nel suo castello e la sua ombra si staglia gigantesca e minacciosa sulla parete. Ad un certo punto essa si stacca dal corpo e assume vita autonoma muovendosi indipendentemente dal personaggio.
Da sempre nella tradizione letteraria occidentale simbolo del doppio, dell'"alter ego", dell'anima che dir si voglia, l'ombra assume in questo contesto una connotazione metanarrativa. Forse Coppola ci vuol dire che, come Dracula fa con le sue vittime, anche il cinema compie un'operazione di vampirismo verso chi lo ama? "C'è un'altra metafora più sottile e inquietante del vampirismo del Conte - scrive Zagarrio - quella della società dello spettacolo, del cinema, (e della televisione, che a sua volta vampirizza il cinema) che succhiano il sangue e il cervello a spettatore e autore, in cambio però di una stregoneria affascinante: la produzione di immaginario, la ricreazione della realtà fenomenica, cioè il potere assoluto sul mondo".9  Per concludere, possiamo convenire, come sostengono molti critici, che tra cinema e letteratura, tra opera letteraria e testo filmico non possono sussistere che un'infedele infedeltà, un patto diabolico, un accordo eretico... .

*docente al liceo scientifico "A. Tosi" di Busto Arsizio (VA)

1 Umberto Eco, Opera aperta, Bompiani, Milano 1962.
2 Donata Meneghelli, Cosa ne fa, il cinema, dei libri? Barry Lindon e Apocalypse Now, in "Bollettino '900", Rivista
elettronica di letteratura contemporanea, 2001, n. 2 (http://www2.unibo.it/boll900/).
3 Andr‚ Bazin, Che cos'è il cinema, Garzanti, Milano 1986, pp. 134-135.
4 Montale in un'inchiesta apparsa sul "Corriere della Sera" nel 1961 definì il cinema come "fonte inevitabile di
prostituzione e delinquenza".
5 Mario Soldati (Franco Pallavera), Ventiquattr'ore in uno studio cinematografico, Sellerio, Palermo 1985.
6 Alessandro Baricco, Postfazione a Bram Stoker, Dracula, Einaudi, Torino 2003, pp. 438-439.
7 Paola Faini, Prefazione a Dracula, Newton Compton, Roma 1996 p. XVI.
8 Carol A. Senf, Introduzione in Dracula, Einaudi, Torino 2003, pp. 12-13.
9 Vittorio Zagarrio, Francis Ford Coppola, Castoro Cinema 1995, p. 124