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DISCIPLINE E DIDATTICA

Biolinguistica e cognitivismo nelle lingue classiche

di Gloria Larini*

Con il presente contributo non si ha intenzione di esporre quale sia il metodo più efficace per apprendere le lingue classiche. Si vuole altresì di affrontare la problematica partendo non dalla sua causa, il metodo di insegnamento, ma dal suo  effetto, ovvero dai risultati cognitivi che derivano dall' apprendimento, in base ai risultati degli studi di biolinguistica e dei principi del cognitivismo. 
Scienza ed umanesimo che si incontrano? Potrebbe essere davvero una rivoluzione epistemologica, visto che l'opposizione tra "le due culture", quella scientifica e quella umanistica, è stata rappresentata, come qualcuno ha detto, anche in alcune dicotomie famose: ad esempio tra parola e scrittura nel mito di Thamos, riportato dal Fedro di Platone, e tra "l'esprit de géométrie" e "de finesse " nei Pensieri di Pascal. Con ciò non si vuole affatto sostenere, come polemicamente potrebbero pensare alcuni, un primato del latino e del greco sulle lingue moderne o su altre discipline, ma, semmai, contribuire a sostenere che lo studio del classicismo è "diversamente necessario", anche oggi, per la formazione dell'uomo e del cittadino.
Partendo dai risultati di alcune ricerche scientifiche sul funzionamento del cervello e sulle reti neuronali coinvolte nella produzione e nella comprensione linguistica, si cercherà in primo luogo di dimostrare come una maggiore competenza  linguistica nella lingua madre possa aumentare le potenzialità cognitive di ciascuno; in secondo luogo si tenterà di  determinare quali prerogative abbia l'apprendimento delle lingue classiche, in particolar modo del latino, al fine di  raggiungere livelli più alti di competenze.

Linguaggi e comunicazione

Lo scopo di qualunque linguaggio è quello di comunicare con la realtà che ci circonda.
Il periodo di massima attitudine all'apprendimento verbale è collocato nei primi 2/3 anni di vita, a causa della capacità delle strutture biologiche del cervello umano di modificarsi e riprodursi: l'apprendimento delle strutture linguistiche  continua almeno sino alla maturità sessuale, mentre l'apprendimento del lessico avviene per tutta la vita.
Tali dati, avvalorati dalle conoscenze sul funzionamento del cervello umano, dimostrano l'importanza che riveste l'apprendimento corretto delle strutture della lingua e del lessico fino all'età adolescenziale, quando il cervello umano può più facilmente "rimodellarsi" in vista di un uso corretto delle strutture linguistiche. Ogni uomo, infatti, sin dalla nascita sembra sì possedere delle potenzialità biologiche innate, ma, quando interagisce con l'ambiente, costruisce degli "schemi  d'azione" nuovi, dando senso al proprio agire attraverso un processo prima di assimilazione e poi di accomodamento.
Non è indispensabile che vi sia un interlocutore "dotato di linguaggio": in realtà è sufficiente interagire anche con oggetti, simulando un colloquio con essi per ottenere un arricchimento cognitivo, emotivo, verbale, pragmatico. Così il bambino di due anni, dialogando col suo pupazzo, utilizza il linguaggio come gioco: anche questo soliloquio gli permette di  rafforzare il suo apprendimento linguistico e di trovare delle sicurezze psicologiche attraverso risposte positive agli stimoli che immette nell'ambiente. Infatti è frequente nei bambini la richiesta di ripetere parole non conosciute o più difficili, per apprenderle, correlarle con gli oggetti di riferimento e riuscire a gestire meglio la propria realtà, dando un "nome" alle cose, facendo diventare la parola un simbolo.
Si crea, con il possesso e la ripetizione di vocaboli in vari contesti situazionali, un meccanismo che porta ad una crescita sia linguistica che psicologica. In uno dei suoi scritti Chomsky ha affermato che "la struttura biologica del nostro cervello è costruita per produrre il linguaggio".1 Questo significa che anche le strutture neuronali diventano più pronte a reagire agli stimoli linguistici con l'uso e l'imitazione.
Pertanto l'uomo, che possiede più parole e riesce ad unirle con strutture linguistiche più profonde e strutturate, è  maggiormente capace di controllare e gestire in modo consapevole il suo mondo e se stesso: la rappresentazione linguistica influisce sulla rappresentazione del mondo.
Per il cognitivismo non solo la struttura e il lessico, ma anche la "materialità" dei segni linguistici (sistema vocale-uditivo o mimico-visivo) hanno conseguenze sulla visione del mondo di chi parla quella specifica lingua.
In effetti il linguaggio si sviluppa partendo dalle minime unità fonetiche, i suoni della lallazione degli infanti, per poi toccare tappe via via più complesse: la subordinazione, ovvero la capacità del parlante di strutturare il proprio linguaggio secondo piani logici sempre più profondi, è considerabile come una conquista evolutiva.
L'aspetto cognitivo della lingua si intreccia quindi, in modo molto stretto, con quello antropologico, con la rete di valori,  che sono veicolati dalla cultura, che ognuno di noi acquisisce attraverso l'esperienza e che riesce ad esprimere in maniera più o meno compiuta tramite la parola.

Peculiarità pedagogica delle lingue classiche

A questo punto occorre dimostrare la funzione pedagogica dello studio e della riflessione sulla lingua vista come strumento di contatto tra facoltà intellettiva e realtà e quali peculiarità abbia lo studio delle lingue classiche a questo fine.
Se è vero che la lingua parlata attiva soprattutto i neuroni presenti nell'emisfero sinistro, mentre l'attività di scelta semantica, lessicale e la ricerca del termine più appropriato in un discorso attivano i neuroni collocati nell'emisfero destro, si comprende che durante l'attività traduttiva in qualsiasi lingua si attivino ambedue le zone neuronali contemporaneamente. Ciò vanifica la distinzione tradizionale tra lingua viva e lingua morta, almeno da un punto di vista  cognitivo, in quanto l'attività cerebrale durante una traduzione ed una comprensione linguistica di un testo scritto, grazie alla lettura a voce alta oppure a quella solo mentale, è paragonabile neurologicamente all'ascolto di una lingua parlata da  un vivente.
Anche Seneca affermava di potersi "intrattenere con i libri"2, paragonandoli, quindi, a delle persone. Inoltre non dobbiamo dimenticare il concetto, ormai acquisito dalla linguistica, secondo cui ogni lingua è una convenzione tra parlanti, un codice  che è collocabile in un tempo e luogo storicamente definiti, ma diacronicamente diluiti.
Ne deriva che uno studente di madrelingua italiana che cerca di imparare il latino è agevolato dalla somiglianza fonetica di molte parole, dalla associazione concettuale di termini che sono parte della sua cultura di origine, dall'uso frequente di vocaboli tecnici italiani, che hanno la loro etimologia proprio nella lingua latina.
Infatti l'acquisizione di contrasti fonologici relativi ad una lingua seconda attiva le stesse aree celebrali notate durante la classificazione della lingua prima: questo conferma l'ipotesi che i fonemi della lingua seconda vengono costruiti partendo  dalle caratteristiche acustico-articolatorie-uditive della lingua prima. Pertanto l'approccio ad un testo scritto soprattutto in una lingua come il latino, che assomiglia lessicalmente alla nostra lingua madre, risulta facilitato da un punto di vista neuronale rispetto alla lettura e comprensione di altre lingue.
Tale esercizio delle reti neuronali è agevolato anche dal fatto che siamo di fronte a lingue cristallizzate da un punto di vista strutturale e stilistico, non soggette a quegli elementi di disturbo, le cosiddette interferenze, che di solito  impediscono o rendono difficoltosa la trasmissione di un messaggio parlato, come accade, almeno in parte, nella didattica  delle lingue moderne: questo può contribuire ad uno sviluppo maggiormente controllato delle aree di interesse del linguaggio
e, di conseguenza, della capacità del parlante di utilizzare, per transfer cognitivo, le medesime strutture nella lingua  madre, riducendo gli errori e ampliando le conoscenze lessicali.
L'esercizio di costruzione di periodi linguistici complessi, che solitamente avviene nelle lingue classiche ai fini della traduzione, lungi dall'essere un mero esercizio enigmistico, come alcuni credono, se eseguito come attività di  pre-contestualizzazione, permette allo studente di migliorare la capacità di orientamento spaziale, di selezione e seriazione, nonché‚, proprio per la ricchezza lessicale della lingua di partenza e di arrivo, anche la capacità di utilizzare correttamente, tramite meccanismi di associazione, scarto e selezione, e la memoria.
Questo tipo di attività è più ridotto nelle lingue moderne sia perché‚ il loro scopo principale è la produzione orale, sia perché‚ la costruzione dei periodi è, di solito, strutturalmente più semplice.
La traduzione e la conoscenza del latino e del greco si fondano, invece, sulla continua applicazione delle procedure di "problem solving", basate sulla ferrea logica della morfologia, della sintassi e la struttura specifica delle stesse. 
Ma l'esercizio va al di là della semplice soddisfazione per avere risolto un problema logico: lo studio linguistico non è più solo un semplice mezzo utilitaristico (imparo una lingua per ottenere qualcosa), funzione pragmatica tipica della maggior parte degli atti del parlato e delle lingue moderne. La traduzione dei classici e la loro comprensione sono un grande atto di libertà spirituale, in quanto l'impegno della comprensione è svincolato da qualsiasi interesse pratico immediato ed utilitaristico: si tratta infatti di puro atto di cultura. Non dobbiamo quindi sottovalutare la grande forza meditativa che l'analisi di un testo classico richiede, creando un habitus critico, che lo studente potrà utilizzare in qualunque contesto, anche non scolastico (anzi utili proprio per questo), per risolvere situazioni difficili.
Tale valenza è propria anche di altre discipline, ma nel caso delle lingue classiche si carica, almeno per noi europei, di valenze culturali storiche, linguistiche, filosofiche, morali che collaborano sinergicamente alla formazione di una personalità completa.

Lingue classiche, nuove tecnologie e metacognizione

Un ulteriore vantaggio cognitivo si colloca nel miglioramento della capacità di concentrazione, più difficoltosa per le nuove generazioni a causa dei ritmi di vita frenetici, della scansione veloce e quasi automatica degli input tecnologici, dell'abitudine ai linguaggi visivi, che prevalgono sull'esercizio astrattivo.
L'uso delle nuove tecnologie, lungi dall'essere negativo per gli apprendimenti, può favorire, quando non unito ad attività di  riflessione e di esercizio cognitivo implicanti la ricerca individuale di strategie di apprendimento, abitudini mentali rigide "di stimolo-risposta" che, per la loro immediatezza e automaticità, aumentano le difficoltà dei ragazzi, quando devono cercare e trovare delle soluzioni con l'aiuto delle sole proprie forze, senza l'immediatezza della risposta propria del sussidio tecnologico.
Spesso gli studenti, di fronte ad un problema da risolvere individualmente, non riescono ad attivare quelle procedure cognitive legate al problem-solving.
A questo proposito si ricorda come siano ormai note le difficoltà per un programma di traduzione per computer di  contestualizzare, in quanto i procedimenti della macchina sono schematici e ripetitivi, mentre l'operazione di traduzione comporta dei meccanismi di induzione e deduzione, di inferenza e conoscenze culturali che sono possibili solamente per l'essere umano: la qualità della sintassi, la scelta del lessico, la gestione delle espressioni idiomatiche sono i limiti di tali programmi.
La macchina, altresì, risulta talvolta più veloce e competente dell'essere umano nel risolvere "enigmi" matematici, ma per il  linguaggio umano "non basta la presenza ed il funzionamento corretto delle strutture anatomiche: occorre il contatto con  l'altro. Il linguaggio è un caso emblematico in cui si incontrano biologia e cultura".
Così anche l'attività traduttiva "non consiste nel trasportare in un'altra lingua la struttura grammaticale, ma nel trasferire il suo significato, ovvero un insieme di grammatica, semantica e cultura".
Questo "trasferimento" è particolarmente elaborato soprattutto per le lingue classiche che hanno una struttura flessiva, che implica un esercizio continuo di ipotesi e prove, con una costante messa in discussione critica del proprio ragionamento.
In questo modo gli studenti si abituano ad operare secondo criteri metacognitivi, ad imparare dai propri errori ed a partire  da essi per trovare una via alternativa.
Questo esercizio del "provare e riprovare", implica la generalizzata applicazione delle teorie di rinforzo skinneriane: ciò equivale a dire che i processi di apprendimento delle lingue classiche determinano un rinforzo continuo di quei percorsi cognitivi, che il parlante trasferisce dall'ambito linguistico ad altri ambiti della sua intelligenza, riuscendo a  potenziare, insieme alla conoscenza della lingua, le sue capacità apprenditive e metacognitive.
E' interessante notare che, proprio tra le abilità metacognitive che la traduzione delle lingue classiche contribuisce a far raggiungere, ve ne sono alcune in comune con la didattica ipertestuale, pratica molto attuale, anche se ancora non diffusissima nelle scuole: la capacità di accettare l'errore come una risorsa per migliorare; la capacità di riconoscere le dinamiche di un errore procedurale o logico, la capacità di trovare strategie alternative in vista di una risoluzione. Questo  accade perché‚ il loro studio permette un "feedback" ed una interazione continua con le strutture logiche ed i contenuti semantici tra lingua prima e lingua seconda.
Il "feedback" cognitivo, nel nostro caso, consiste nel processo a ritroso che dalla regola linguistica conduce alla sua applicazione nella lingua scritta e viceversa ad una riflessione sulla lingua sia di partenza che di arrivo a causa della loro similarità.
Nel caso delle lingue non flessive moderne, tale percorso a ritroso è quasi inesistente e, pertanto, anche la componente neurologica, che sottostà ai processi di assimilazione linguistica, risulta meno coinvolta.

Riflessioni conclusive

In conclusione, l'utilità dell'apprendimento del greco e del latino, che attualmente viene messa da alcuni in discussione, al  di là di giuste intuizioni che spesso sono state considerate semplici opinioni di parte, può trovare un suo fondamento scientifico proprio alla luce delle teorie biolinguistiche e dei risultati dei recenti studi scientifici sulle reti neuronali del linguaggio. La capacità delle sinapsi e delle connessioni neuroniche di modificarsi e ampliarsi attraverso gli stimoli dell'apprendimento linguistico fanno riconsiderare il valore delle lingue classiche non solo per i loro contenuti filosofici, teologici, scientifici, giuridici, letterari, culturali, peraltro importantissimi, ma anche per il loro peculiari meccanismi linguistico-flessivi e per la particolare disposizione verbale e sintattica dei testi: sembra che questi due aspetti si armonizzino, soprattutto per quei parlanti che posseggono già schemi fonetici e lessicali simili nella lingua di partenza, con il funzionamento biologico dei sistemi neuronali presenti nell'essere umano e contribuiscano a rafforzare abilità cognitive e metacognitive, successivamente spendibili in tutti i contesti della vita.
 

Bibliografia

  • L. Brandi, Per uno studio dell’autismo, Quaderni del dipartimento di linguistica dell’Università di Firenze,11

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  • Larini G., Ipertesti e didattica, CPE Oggiscuola

  • Era il motto dell’ Accademia del Cimento, in cui “riprovare” significa “respingere”. Cfr. U. Eco, Provare e riprovare, La bustina di Minerva, articolo da L’Espresso.

  • Le difficoltà della traduzione al computer, English41Life n.5, Casiraghi J. Publishing srl.,

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