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FOCUS: VALUTAZIONE E DINTORNI

Dall'esame di maturità agli esami di stato: una storia italiana

di Luciano Marzorati

Dall'esame di maturità agli esami di stato: una storia italiana

L'esame conclusivo della scuola superiore impegna i giovani in un'età che segna il passaggio dalla giovinezza ad un'età più matura. Un passaggio importante, pieno di implicazioni non solo sul piano scolastico, ma anche su quello più ampiamente sociale. Ripercorrere le tappe della sua evoluzione nell'ultimo secolo può quindi aiutare a capire il modo in cui la nostra società guarda a se stessa e al proprio futuro, nonché‚ a capire e interpretare le ultime riforme con una valutazione che vada al di là della semplice analisi tecnica delle procedure.

L'esame ai tempi di Gentile

Il punto di partenza di questo rapido excursus è il 1923, l'anno in cui Giovanni Gentile introduce l'esame di maturità per gli allievi degli studi liceali, gli unici a permettere l'accesso a tutti i corsi di laurea. L'esame è articolato in quattro prove scritte e una prova orale su tutte le materie del corso e sui programmi nazionali degli ultimi tre anni. La Commissione, costituita esclusivamente da docenti esterni, è formata in gran parte da professori universitari. Viene attribuito un punteggio per ogni materia ed è prevista la sessione di esami di riparazione. Sedi di esame sono solo alcuni Istituti.
Il primo dato che si impone è la netta discriminazione tra gli studenti dei Licei e quelli degli Istituti tecnici, che sono perlopiù figli della piccola borghesia o, più raramente, provengono da famiglie di operai o di contadini. Per loro il passaggio dalla scuola alla fabbrica o all'ufficio rappresenta la naturale continuità di un percorso senza sbocchi alternativi e non richiede nessun rito di iniziazione. Diversa è la situazione e la considerazione degli studenti liceali: loro sono i figli della classe dirigente, destinati a diventare la futura classe dirigente. Bisogna avere garanzie sulla loro appartenenza ad una cultura che riflette una visione del mondo della quale è necessario assicurare la continuità. L'esame vuole costituire il puntale accertamento del possesso di quella cultura, attraverso la quale si entra a far parte della ristretta ‚lite di chi può decidere, dirigere, governare, comandare. La richiesta di conoscenze possedute con precisione quasi catechistica assume il carattere di un rito e per celebrarlo la società chiama i grandi sacerdoti della cultura, i professori universitari. Davanti a loro gli studenti devono dimostrare di aver saputo accettare cinque anni di studio diligente e obbediente, un vero e proprio addestramento formale che li ha abilitati a diventare gli ufficiali capaci di inquadrare la nazione in un sistema preciso di rapporti sociali che sono nello stesso tempo rapporti economici e rapporti di potere. Dopo la "promozione" la goliardia degli anni universitari, accettata con tanta indulgenza, addirittura esaltata da una vasta tradizione operettistica e canzonettistica, è il premio per chi ha fatto il proprio dovere e un ulteriore segno di distinzione tra chi può permettersi la sregolatezza e chi è costretto alla regolarità di un duro, monotono, faticoso lavoro.
Gli anni della guerra aprono una lunga e drammatica parentesi: la precarietà della situazione generale impone varie semplificazioni alle procedure dell'esame, che, nel 1940 e nel 1941, viene addirittura eliminato e sostituito dallo scrutinio finale.

Le novità del dopoguerra

Nel 1951 il ministro Guido Gonella ripristina l'esame di maturità di Giovanni Gentile, con alcune novità: vengono introdotti i membri interni (prima due e poi soltanto uno) e relativamente ai due anni precedenti l'ultimo vengono richiesti dei cenni. Si tratta di novità limitate, ma non prive di significato, che impediscono comunque di liquidare sbrigativamente la legge Gonella, attribuendola al clima generale di restaurazione e ritorno all'ordine proprio dei primi anni Cinquanta.
La guerra, la resistenza, la Costituzione repubblicana, la ricostruzione del Paese dopo le distruzioni belliche introducono nella società italiana un dinamismo che si manifesta già a partire dal numero dei maturandi. Nel 1924/25 erano 20.570 e rappresentavano il 5,1/10.000 della popolazione; nel 1936/37 la percentuale era salita all' 8,6/10.000, nel 1951/52 sono 63.666 e la percentuale rispetto alla popolazione sale a 13,4/10.000.
La richiesta dei cenni al posto dei programmi integrali è il segnale di una società che si orienta verso un modo diverso di intendere la cultura, ma è anche la presa d'atto di una nuova tipologia di studente, a cui non si possono più richiedere lo sforzo mnemonico e le modalità di applicazione del passato.
Un discorso a parte merita poi la figura del membro interno. Al di là di quanto dicono leggi e regolamenti viene subito interpretato come l'avvocato difensore degli studenti di fronte alla "corte" dei commissari esterni. Su di lui si concentrano le attese degli allievi, delle loro famiglie, dei colleghi, dell'intero Istituto, attese che caricano di responsabilità e di ansia. Nessun professore vorrebbe portare una simile croce e in molti Istituti la sua designazione avviene con un meccanismo di rotazione annuale a cui docenti guardano con un misto di paura e di rassegnazione. Chi si offre come volontario lo fa perché‚ vuole evitare scomode trasferte o per un senso di responsabilità e uno spirito di sacrificio che lo fa considerare come una specie di missionario. In realtà si tratta di una innovazione importante: è la presa di coscienza che dietro le prove scritte ed orali non ci sono solo degli studenti, ma anche delle persone con una loro storia umana e scolastica, che non può essere sufficientemente documentata n‚ dai voti della pagella di ammissione n‚ da giudizi stereotipati. Una storia che è necessario conoscere, che qualcuno deve raccontare a chi deve giudicare la maturità dei candidati.

Gli anni '60

Una svolta decisiva nella storia dell'esame di maturità è poi quella del 1969, con il decreto del ministro Fiorentino Sullo. Siamo negli anni della contestazione, dell'autunno caldo, del movimento studentesco, della volontà di cambiare il mondo e anche per l'esame conclusivo della scuola superiore ci sono riforme radicali. L'esame di maturità viene esteso a tutti i corsi di studio quadriennali e quinquennali di istruzione secondaria superiore, contestualmente con la liberalizzazione degli accessi agli studi universitari. Le prove scritte vengono ridotte a due, scelte dal ministero. La prova orale assume il nome di colloquio: una denominazione che, almeno nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe indicare la volontà di superare il carattere del puro accertamento di una preparazione nozionistica. La medesima volontà ispira la drastica riduzione delle materie orali: il ministero ne sceglie quattro, lo studente risponde solo su due: una scelta da lui stesso, l'altra dalla Commissione. Il voto è unico e in sessantesimi, la soglia minima per la promozione è 36/60, non sono più previsti esami di riparazione. Il decreto Sullo viene convertito nella legge n. 146 del 1971 con l'esplicita dichiarazione che dovrebbe avere una validità sperimentale di soli due anni. Ne durerà trenta.
Eppure il meccanismo presenta non pochi difetti. L'ammissione degli studenti non è automatica, ma quasi sempre anche ai più carenti viene offerta la possibilità di giocare la loro ultima carta nelle prove d'esame. I commissari esterni si lamentano del livello dei candidati, poi, nella maggior parte dei casi, chi è stato ammesso viene promosso come conclusione di un iter che obbedisce a regole non scritte più vincolanti delle leggi. Una norma non scritta determina una revisione al rialzo dei punteggi nel passaggio dal primo al secondo quadrimestre. I docenti con una buona anzianità di servizio sono stati impegnati per anni nella stesura dei famosi giudizi analitici, che poi devono essere riassunti nel giudizio sintetico: la carta d'identità dello studente da presentare alla Commissione. Per gli studenti con risultati brillanti non c'erano problemi, per gli altri sono state presto coniate le formule giuste per trasformare l'ombra in penombra, per dire e non dire, soprattutto per guidare la Commissione in uno dei momenti più delicati delle procedure, la scelta della seconda materia del colloquio. La legge dice che tale scelta non deve essere penalizzante, l'interpretazione corrente è che deve essere a favore del candidato. Il risultato è che la prima la sceglie lo studente, la seconda la sceglie sempre lo studente con l'aiuto del membro interno e dei giudizi di ammissione. I pochi sventurati che vedono deluse le loro aspettative vengono guardati con la commiserazione che si prova per le vittime di un ingiusto destino e, a loro volta, guardano il membro interno come un traditore, incuranti dei suoi tentativi di giustificazione. Eppure tanta ansia, tante proteste e recriminazioni non sono giustificate dai dati statistici sull'esito degli Esami: nel 1995/96, a ridosso della nuova riforma, la percentuale dei promossi è del 94,6 %. Alla percentuale dei respinti contribuiscono quasi esclusivamente gli studenti privatisti, ma al riguardo bisognerebbe aprire un diverso discorso.

La legge del 1997

Il nuovo cambiamento avviene nel 1997 con il ministro Luigi Berlinguer e la Legge 425 del 10 dicembre 1997, seguita dal Regolamento del nuovo esame di stato D.P.R. 23 luglio 1998, n. 323. Le modifiche sono numerose e importanti: l'Esame di Maturità diventa Esame di Stato. La Commissione è composta per il 50% da membri interni, per il restante 50% da esterni, più il Presidente esterno all'Istituto, che opera su due Commissioni. Il punteggio finale è la somma di quattro componenti: il credito scolastico in ventesimi (con l'eventuale integrazione del credito formativo, derivante dal riconoscimento di attività extrascolastiche), il punteggio delle prove d'esame in ottantesimi (45 punti alle prove scritte, 35 al colloquio), l'eventuale integrazione fino ad un massimo di 5 punti in presenza di un credito scolastico pari ad almeno 15 punti e di prove d'esame particolarmente positivi, con un punteggio minimo di 70. Il punteggio massimo è 100, il minimo per la promozione è 60. Lo studente promosso riceve, oltre al diploma, una certificazione delle competenze acquisite in quattro lingue straniere (francese, inglese, spagnolo. tedesco), secondo i modelli europei.
Entrando nel merito dei cambiamenti, è opportuno partire dalla nuova denominazione: non si tratta di una semplice variazione nominalistica, alle spalle c'è la nuova cultura tecnologica che rifiuta ciò che può apparire generico e vuole che tutto sia specifico e documentato. Non si pretende più di valutare la "maturità" di uno studente, l'oggetto dell'accertamento e della successiva certificazione diventano le tre "C": conoscenze, competenze, capacità. L'articolo 3 del Regolamento dice che "l'analisi e la verifica della preparazione di ciascun candidato tendono ad accertare le conoscenze generali e specifiche, le competenze in quanto possesso di abilità, anche di carattere applicativo, e le capacità elaborative, logiche e critiche acquisite. Le Commissioni saranno impegnate a chiarire prima di tutto al loro interno il significato dei termini "competenze" e "capacità"e il loro rapporto: nasce un dibattito che, per certi aspetti, non è ancora del tutto risolto. Altra grossa novità è il meccanismo di costruzione del punteggio finale, che recupera la carriera scolastica dello studente attraverso il credito scolastico, comprensivo del credito formativo. Quest'ultimo vuole significare l'apertura della scuola alla società e alle possibilità formative che essa offre agli studenti. Inizialmente suscita molto interesse e molta attenzione, poi si scopre che, in realtà, permette di muoversi solo all'interno della stretta banda di oscillazione determinata dalla media dei voti e l'interesse comincia a sgonfiarsi. Diminuiscono gli affari dei compilatori di falsi certificati che avevano sperato in un mercato in continua espansione.
Le prove scritte diventano tre, due inviate dal ministero, la terza predisposta dalla Commissione. Importanti le innovazioni per la prima prova scritta; il tradizionale tema di italiano è sostituito da prove differenziate e tipologicamente individuate: l'analisi del testo, l'articolo di giornale, il saggio breve, il tema di argomento storico, il tema di ordine generale. L'innovazione ha importanti riflessi sull'insegnamento dell'italiano, in particolare entra nella prassi didattica la scrittura documentata. Si apre un nuovo fronte per l'aggiornamento dei docenti e una nuova miniera per le Case editrici.
Ancor più indicativa della nascita di una nuova cultura è la terza prova. Affidata alla Commissione, prevede l'introduzione di metodologie di verifica non usuali: trattazione sintetica di argomenti significativi, quesiti a risposta singola, quesiti a risposta multipla, problemi a soluzione rapida, analisi di casi pratici e professionali. In particolare i quesiti a risposta multipla introducono nella scuola superiore le metodologie valutative già da tempo sperimentate a livello di test attitudinali e dei test universitari: una risposta secca, spesso una semplice crocetta, sostituisce gli ampi periodi cari alla scuola tradizionale. L'innovazione è interessante ma stenta a maturare: ancora oggi, soprattutto a livello liceale, rimane privilegiata la tipologia dei quesiti a risposta aperta.
Il colloquio, sempre secondo il dettato del Regolamento, ha inizio con un argomento o con la presentazione di esperienze di ricerca e di progetto, anche in forma multimediale, scelti dal candidato. L'argomento diventa la "tesina" e studenti e docenti iniziano subito dopo Natale a progettare argomenti e percorsi il più possibile articolati su tutte le materie. Per chi non scarica la sua tesina direttamente da internet il lavoro è impegnativo, ma il risultato è non di rado deludente. Il colloquio dura mediamente 60-70 minuti e all'interno devono trovare spazio la tesina, la discussione degli argomenti attinenti ai programmi dell'ultimo anno, la discussione degli elaborati. Solo una regia molto attenta può permettere uno svolgimento accettabile dei tre momenti; in troppi casi viene sacrificata la presentazione della tesina e la discussione delle prove scritte si riduce ad una sbrigativa dichiarazione dei docenti sul loro andamento.

La legge del 2001

Un nuovo capitolo nella storia dell'esame di Stato inizia con il ministro Letizia Moratti e la Legge 28 dicembre 2001, n. 448. La riforma incide soprattutto sulla composizione delle Commissioni, che vengono costituite da soli membri interni e da un Presidente esterno, nominato per tutte le Commissioni operanti in ciascun istituto. Nel confronto sul nuovo esame a questo punto si evidenziano prese di posizione più ideologiche che didattiche: qualcuno parla di un provvedimento dettato da semplici ragioni di contenimento di spesa, altri sottolineano la volontà di favorire la scuola privata, altri ancora criticano un esame fatto a misura delle nuove generazioni, troppo coccolate e protette per essere in grado di affrontare lo stress del confronto con commissari esterni. Molti dimenticano che, dopo pochi mesi, gli stessi studenti devono affrontare i corsi e gli esami universitari.
Limitiamoci a registrare gli aspetti che si impongono per loro evidenza: il presidente di Commissione, dovendo lavorare con più Commissioni che operano contemporaneamente, vede ridotta la sua funzione a quella prevalentemente notarile di garantire il rispetto delle norme e delle procedure; i docenti si trovano a dover valutare, a distanza di un paio di settimane, gli stessi studenti che hanno valutato negli scrutini finali sulla base delle attività di un intero anno scolastico. La percentuale degli studenti promossi, già altissima, sale ancora di più: attestata al 93,4 % nel 1998/99 passa al 96,6 nel 2001/02, al 96,7 nel 2004/05, al 96,5 nel 2005/06, con punte del 99 % nel liceo classico e del 98,6 % nel liceo scientifico. Nel contempo le Università ammettono gli studenti ai test d'ingresso prima che abbiano conseguito il diploma e alcune delle facoltà a numero chiuso non tengono più conto del voto dell'esame di Stato nella definizione della graduatoria di merito per l'accesso ai corsi.

La cronaca del 2007

La nuova e ultima svolta si registra con il ministro Fioroni e la legge n. 1 dell'11 gennaio 2007. Questa però non è più storia, è cronaca. Circolari e comunicazioni escono a getto continuo e il dibattito è aperto. Tra qualche tempo potremo trarre le prime conclusioni.

*docente al Liceo scientifico "A. Tosi" di Busto Arsizio (VA)