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FOCUS: VALUTAZIONE E DINTORNI
Pensare la valutazione
di Anna Rezzara*
Nella nostra cultura scolastica la questione della
valutazione si è sempre posta prevalentemente come attenzione all'uso
della valutazione come strumento di selezione o di promozione, e quindi
come problema di "politica scolastica", oppure come attenzione agli
aspetti più tecnici, docimologici del valutare, con preoccupazioni
quindi di correttezza, attendibilità, rigore delle "misure" del
rendimento. L'aspetto forse più trascurato è quello, che a noi sembra
invece centrale in un'ottica pedagogica, del significato e della
funzione formativa della valutazione.
Si tratta cioè di "pensare la valutazione" come una
componente necessaria e fondamentale della relazione formativa, di
riconoscere la sua funzione di comunicazione e di monitoraggio nel
processo formativo, e di "usarla" quindi come una risorsa piuttosto che
"subirla" come un necessario adempimento della funzione docente.
Per fare ciò è necessario, molto prima che trovare
risposte tecniche a come valutare bene, ripensare e ristrutturare
l'immagine stessa e il significato di questa funzione. Un nuovo rapporto
e un nuovo atteggiamento verso la valutazione significano non
considerarla più come una funzione specifica e separata rispetto alla
relazione educativa e all'attività didattica. La valutazione è
relazione, è comunicazione tra docenti e allievi, il rapporto formativo
è profondamente segnato dalla dimensione del giudizio, e non può essere
che così in una relazione finalizzata a raggiungere obiettivi, mirata a
produrre cambiamento, apprendimento, crescita. E la valutazione è una
comunicazione di particolare potenza pragmatica in educazione perché‚
essa produce effetti rilevanti negli allievi, nella relazione
docente-discente, nella motivazione allo studio e all'apprendimento,
nella consapevolezza e nell'immagine di s‚ e del proprio processo
formativo.
Gli interrogativi che i docenti si pongono sul come e
che cosa valutare, su metodi, oggetti, strumenti, criteri e modi di
espressione del giudizio contengono in realtà grandi domande, di ordine
prettamente pedagogico, sul significato, i fini, e gli effetti del loro
valutare, e devono perciò trovare soluzione nelle risposte pedagogiche a
quelle domande. Le pratiche valutative saranno così la conseguenza di
scelte pedagogiche sul ruolo della valutazione nella propria proposta
formativa.
Non si vuole ovviamente con questa affermazione
negare o sottovalutare le questioni tecniche e operative delle procedure
valutative nella scuola, bensì ricomprenderle dentro alla questione
pedagogica della valutazione, poiché‚ è solo qui che i dubbi e gli
interrogativi cruciali sul come valutare efficacemente e correttamente
possono trovare autentiche risposte. Ecco perché‚ la mia proposta per la
formazione e il supporto alla competenza valutativa dei docenti è prima
di tutto una proposta di riflessione critica sul valutare nella scuola.
Sono convinta che la valutazione sia, nelle pratiche, nei discorsi e nei
progetti della scuola, una dimensione di particolare complessità, una
funzione gravata da profondi tabù, cui è difficile accostarsi senza
rischi e senza ansie, e che è difficile esplorare in tutti i suoi
significati e implicazioni.
Un tabù da contrastare
Il dire che la valutazione è un tabù nasce dalla
considerazione del profondo squilibrio esistente tra quanto è forte,
pervasiva, decisiva la sua presenza nei processi formativi scolastici e
quanto siano invece rare e faticose le occasioni in cui la valutazione è
esplicitamente assunta come oggetto di tematizzazione e
problematizzazione specifica in quanto funzione formativa. Tabù quindi
nel senso di una realtà ben nota e praticata di cui tuttavia si parla
con cautela, che deve essere separata, isolata dagli altri elementi del
suo ambiente pena il rischio di "contaminazione". Non si vuole dire,
naturalmente, che di valutazione non si parli nella scuola: essa è al
contrario ben presente nei discorsi, fuori e dentro la scuola, di tutti
i protagonisti dell'esperienza scolastica, così come nelle normative
scolastiche, nel dibattito diffuso sulla scuola e anche, da sempre,
nella ricerca pedagogica sui sistemi educativi. Ma i discorsi sono
spesso orientati ad aspetti specifici e settoriali di essa, con una
riduzione e una focalizzazione perciò sulla dimensione tecnica, o
burocratica, o etica del valutare. Ciò che tende a rimanere in ombra è
proprio il piano delle scelte di fondo che il valutare comporta
all'interno dei processi formativi e dell'istituzione scolastica. Così
spesso la valutazione appare, nei vissuti dei tre protagonisti della
scena scolastica - docenti, allievi, famiglie - come una realtà data,
necessaria, intrinseca alla logica scolastica, una "dolorosa necessità",
un faticoso adempimento, una minaccia incombente, l'espressione di un
dovere-potere che rischia di inquinare il dialogo scolastico, di
interferire con la relazione educativa, di deviare dalla motivazione
intrinseca e dai rapporti diretti con il compito di apprendimento.
L'aspetto tabù della valutazione riguarda proprio la difficoltà di un
approccio pedagogico esplicito e condiviso che la riconosca come
dimensione fondante della relazione formativa, e non, come più spesso
accade, come una funzione specializzata che ha effetti sulla relazione
educativa.
Contrastare il tabù significa instaurare un diverso
rapporto: da funzione sgradevole, temuta, evitata o ridotta, a
dimensione strutturale del processo, su cui interrogarsi, fare scelte,
progettare, assumendo la piena consapevolezza della sua presenza, della
sua potenza, dei suoi rischi ma anche delle sue possibilità di "fare
educazione" e di "essere relazione". Occorre riscoprire la valutazione
come "intelligenza del progetto", felice espressione con cui si allude
alla funzione di conoscenza, di consapevolezza, di monitoraggio, di
informazione e formazione, di guida, di orientamento, di rispecchiamento,
di conferma, di "feedback", di comunicazione che la valutazione può e
dovrebbe assumere all'interno di un processo formativo.
Il termine tabù allude anche ad aspetti di sacralità
della valutazione, per il potere che esprime, per gli effetti che
genera, per il timore che suscita e per i riti che celebra. E allude
anche ad aspetti di impurità, connessi al rischio di contaminare la
relazione, causa forse della generale tendenza ad evitare un pensiero
diretto, esplicito e "positivo" sulla valutazione. La sua natura
profonda spiega a sufficienza la generale difficoltà di un rapporto
sereno con la valutazione: valutare altri non può non rimandare
all'essere valutati, il ruolo di giudice richiama i giudizi e le prove
che ognuno ha affrontato. Le risonanze emotive delle esperienze in cui
siamo stati valutatie i loro significati per l'immagine di identità
personale riverberano un alone di drammaticità sulle situazioni in cui
siamo chiamati a giudicare. Valutatore e valutato si trovano nella
massima asimmetria relazionale possibile e questo è forse un motivo in
più della latenza di un discorso esplicito e spregiudicato della scuola
sulla dimensione valutativa intrinseca a ogni relazione educativa.
La valutazione appare anche come una realtà ambigua
che propone più dilemmi e incertezze che modelli e indicazioni chiare
per l'azione. Una prima radicale ambiguità riguarda la possibilità della
valutazione di essere, come tradizionalmente è stata nei gradi alti del
sistema formativo, strumento della funzione selettiva della scuola,
ovvero di essere risorsa per orientare il processo formativo e
promuovere lo sviluppo delle potenzialità di ognuno. C'è quasi una
doppia anima della valutazione: quella "buona" che informa, guida,
orienta, comunica, crea rapporto tra docente e allievo, promuove
consapevolezza e immagine di s‚, e quella "cattiva" che sanziona,
giudica, punisce, sancisce, allontana e separa, inquina la relazione e
attenta all'autostima. Un'altra duplicità è connessa alla alternativa
tra valutazione di prodotto e valutazione di processo, che rimanda
all'opposizione tra accertamento e verifica di uno stato, di un
risultato definito e compiuto, e l'osservazione invece che accompagna e
sostiene un processo in fieri, aperto e complesso. E questa duplicità
trova fondamento anche nei modelli teorici, da un modello
"obiettivi-risultati" della pedagogia per obiettivi, che tende a
verificare se e quanto gli obiettivi previsti e dichiarati siano stati
raggiunti, al modello della programmazione, in cui la valutazione
accompagna e orienta tutto il processo divenendone coscienza critica,
fino alla valutazione fenomenologica dove la valutazione è pratica
continua, relazionale, condivisa, osservativa e interpretativa, tesa non
all'oggettività e alla razionalizzazione ma al rispetto di come
l'esperienza formativa si dà e si costituisce nell'esperienza e nei
vissuti dei suoi protagonisti o alla valutazione epistemologica, che
sceglie come suo oggetto elettivo il processo formativo e vuol fondare
un atteggiamento di ricerca e autoformazione continua sulla qualità e
l'adeguatezza dell'azione formativa.
Una funzione complessa e pluridimensionale
Emerge, dai discorsi e dalle pratiche della scuola,
anche il carattere molteplice, polimorfo, pluridimensionale della
valutazione. Essa appare infatti determinata, nel suo concreto
realizzarsi ed agire, da criteri, approcci, modelli, funzioni e fattori
molto vari ed eterogenei. Essa contiene per sua natura una complessità
difficilmente riducibile a soluzioni lineari, a risposte univoche, a
protocolli di azione certi. La sua natura complessa si esprime in
particolare in tre grandi ordini di domande che riguardano la sua
identità (che cos'è di quali elementi e variabili si compone); la sua
ragion d'essere ovvero funzione e i suoi valori di riferimento (quali
criteri guidano le sue scelte)
Quando si incontra la scuola nei suoi momenti di
progettazione, riflessione o formazione, quando il discorso verte sulla
valutazione si percepisce la compresenza e l'intreccio di tutte le
dimensioni e di tutti gli interrogativi che esse pongono. Il discorso si
fa difficile perché‚ tutti gli elementi della valutazione sono presenti,
si intrecciano, si sovrappongono, si sostituiscono uno all'altro, si
confondono. Si parla di come esprimere il giudizio e in realtà è
implicito il pensiero sulle conseguenze del giudizio, ci si interroga
sul rigore degli strumenti di accertamento ma si pensa anche alla
uguaglianza o differenza di opportunità, ci si chiede se "promuovere" o
"bocciare" ed è sottesa la consapevolezza della responsabilità di
funzionario pubblico, insieme al significato pedagogico della scelta e
insieme al "dramma" relazionale.
Il carattere di funzione satura di componenti,
significati, paradigmi di riferimento, implicazioni moltiplica gli
sguardi, le possibili interpretazioni, gli approcci, nei gruppi di
insegnanti e a maggior ragione negli incontri tra insegnanti e genitori
e allievi. C'è una sorta di costante confusione tra i fattori e gli
elementi della valutazione scolastica, una confusione linguistica che
rimanda a un problema concettuale. Si parla spesso di valutazione
facendola coincidere con i voti, e quindi assumendo il vertice
dell'espressione del giudizio, oppure assimilandola alle prove, ai test,
agli strumenti di verifica, e quindi assorbendola tutta nel suo aspetto
di misurazione, o alludendo ai provvedimenti decisi per l'allievo e
perciò privilegiando la sua funzione di certificazione. La valutazione è
il voto, sono gli esami, è il verdetto finale, è una fase della
programmazione, è il controllo dei risultati di apprendimento, è il test
di verifica, è l'interpetazione pedagogica della situazione e del
percorso di un allievo, è il bilancio dell'attività didattica, è la
scelta progettuale del docente, è la relazione valutativa tra docente e
allievo, è l'immagine che si ha e che si comunica all'allievo, è un
"feedback" dal processo formativo, è una delle forme di comunicazione
più presente nel dialogo scolastico docente-allievo-famiglia, è un
compito da adempiere, è, e deve essere, sia misurazione rigorosa e
"oggettiva" dei dati di processo sia intepretazione pedagogicamente
fondata del significato di quei dati, e perciò vera valutazione, che
rivendica non il rigore e la meccanicità del conteggio e della misura
oggettivi, bensì la comprensione profonda del processo intero, che non
può che essere "soggettiva" nel senso di responsabile scelta dei criteri
e dei valori di riferimento del giudizio. E' l'insieme di tutti questi
elementi e funzioni, e di molto di più, ognuno con una sua specificità e
collocazione nel processo formativo, ma anche con evidenti
interconnessioni funzionali e di significato. Gli scopi, gli strumenti,
l'oggetto, la comunicazione del giudizio, i criteri, sono tutte
dimensioni che devono essere prima individuate e distinte nella loro
peculiarità e ruolo, ma poi riconnessi e integrati da uno sguardo
superiore che li ricomprenda e conferisca loro significato in una
visione che non può che essere francamente pedagogica della funzione
valutativa.
Perciò è necessario che la competenza valutativa dei
docenti si formi, oltre e prima che su modelli e tecniche per valutare,
su un approccio critico-pedagogico al valutare. Obiettivo di tale
approccio è di arrivare a fondare i propri comportamenti valutativi su
scelte consapevoli in merito al senso del valutare rispetto agli scopi
che si assegnano all'azione formativa.
Un percorso di ricerca e autoformazione
Parlare di valutazione e pensarne i significati e gli
effetti è operazione delicata e inquietante, per il senso di minaccia,
di rischio, di responsabilità, di potere e di sanzione che
inevitabilmente si associa all'esperienza del valutare e dell'essere
valutati. I problemi della scuola nel realizzare la valutazione
riguardano certo i gesti concreti ma stanno ancora prima nella
difficoltà di pensarla. Dove l'uso transitivo del verbo, in antitesi
all'intransitivo "pensare alla valutazione" che ancora alluderebbe al
preoccuparsi del come, al progettarla e metterla in atto, e quindi a un
pensiero produttivo di ipotesi di azione e intervento, vuole proprio
designare un'attività riflessiva e critica che assume la valutazione
come oggetto di pensiero. Il che vuol dire, per un docente, osservarla,
indagarla, interrogarla per come essa si dà nelle prassi abituali, nei
motivi e nelle scelte che sottostanno agli atti concreti, nei
significati e nelle risonanze che essa ha per lui. Vuol dire ancora far
emergere le proprie rappresentazioni e immagini della valutazione,
scoprirne le determinanti colte (ciò che se ne sa), e quelle personali
(ciò di cui si è fatta esperienza); vuol dire pensare a come la si usa;
al rapporto che si ha con lei, alle idee che informano il valutare e
alle emozioni che vi sono associate. Occorre, se si vuole come scuola,
come "team" docente, anche come singolo docente, "prendere in mano" la
questione della valutazione e ripensarla e riprogettarla, e dare ipotesi
di risposte agli interrogativi che la costellano; occorre forse
sospendere temporaneamente il piano operativo della ricerca di soluzioni
valutative, della programmazione del ruolo del controllo di processo e
di esiti, della predisposizione di strumenti e metodi, della
applicazione di normative, per poter pensare la valutazione. Sono
necessari uno spazio e un tempo altri da quelli che i docenti devono
riservare abitualmente alla valutazione nelle proprie pratiche
professionali, per poter sospendere il dover essere della valutazione e
poter ritrovare il suo essere, nelle azioni quotidiane e dentro di s‚.
Chi vive nella scuola è immerso quotidianamente nella valutazione:
partire dall'agito e ritagliare occasioni di pensiero mirato su di esso
può far tornare alle pratiche valutative con più consapevolezza critica
di ciò che facciamo e di tutti i significati e le implicazioni. Da qui
può procedere una riprogettazione, o una conferma consapevole delle
proprie scelte, ma certamente in ogni caso una maggiore capacità di
orientare, leggere, interpretare le procedure valutative e di dare
risposta ai problemi che esse continuamente pongono. Un itinerario
possibile che suggerisco per questa ricerca e autoformazione, o
formazione, passa attraverso il riconoscimento e il contrasto del tabù
che ostacola i discorsi, l'esplicitazione delle contraddizioni che il
valutare comporta, il confronto con la trama complessa dei suoi
significati, la distinzione di piani e elementi (scopi, funzioni,
metodo, strumenti, espressione, comunicazione, relazione valutativa,
misurazione/valutazione, oggettività/soggettività, processo/prodotto,
valutazione selettiva/formativa), per approdare infine a una
chiarificazione e una condivisione dei termini del discorso, e da qui,
alla possibilità di progettare e sperimentare un uso della valutazione
pienamente corrispondente alle ragioni pedagogiche profonde delle nostre
scelte di docenti.
*docente all'Università degli Studi di Milano -
Bicocca
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