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Un editoriale interlocutorio
a cura della redazione

Secondo il rapporto CENSIS 1998, il 39,8% si mostra favorevole, un altro 39,5% è contrario ed il restante 20,7% si divide equamente tra atteggiamenti di incertezza o di indifferenza sulla materia.
Quale? La parità scolastica, ovviamente. Una proporzione simile, forse un po' più vicina al secondo parere rispetto al primo (perchè qui non esistono gli indifferenti), si riscontra nella redazione di PRAGMA.

Ci si è chiesti, innanzitutto, quanto alla base di una così netta divisione ci stia un reale problema e non solo una questione di ordine prettamente ideologico, ma è stata avanzata anche la preoccupazione che la parità scolastica possa essere una breccia attraverso la quale ben presto saranno le agenzie formative del mondo industriale a mettersi in diretta, e protetta, concorrenza con il sistema dell'istruzione pubblica. Ci si è allora confrontati sulla possibilità che la parità possa dare il via ad un sistema scolastico e formativo nazionale basato su parametri di qualità, veri e propri paletti cogenti "per ogni tipo di scuola, promotori di una positiva concorrenza fra tutte le istituzioni formative che intendono offrire il servizio migliore. Non dovrebbe però essere un'opportunità immediata e offerta sul piatto d'argento a chiunque, ma il riconoscimento di un cammino di profonda riforma e di effettivo diritto alle pari opportunità. Quanto questo cammino sia difficile d'altronde la sanno bene coloro i quali (come i componenti della redazione di PRAGMA) si sono impegnati da anni e si impegnano tuttora in attività di ricerca e innovazione didattica nella scuola. Una scuola di qualità dovrebbe fondarsi su un sistema di reclutamento del personale uguale per tutte le istituzioni formative, basato sulle competenze e le professionalità certificate, nel rispetto delle diverse opzioni ed ideologie, nonchè della libertà di insegnamento. In u1timo, ma non per ultime, si devono sottolineare anche le questioni economiche legate al finanziamento, certamente più concrete rispetto alle istanze di ordine specificatamente educativo e didattico. Dare del denaro pubblico alle scuole private non significherà sottrarre dei fondi che potrebbero invece far funzionare meglio la scuola pubblica? E assegnare un finanziamento alle famiglie non abbienti che iscrivono i figli alla scuola privata non suonerà come ulteriore incoraggiamento all'evasione in un sistema fiscale, come il nostro attuale, tutt'altro che equo e democratico? O si potrebbe incominciare a riformarlo proprio dalla scuola, prevedendo la possibilità di una defiscalizzazione delle spese scolastiche, ovunque esse vengano effettuate, dal bilancio delle famiglie?

Come si vede, è impossibile arrivare ad una posizione che trovi tutti d'accordo anche all'interno della redazione di PRAGMA, su di una questione tanto complessa e ancora non risolta. Ciò, lungi dallo spaventare, deve stimolare il dibattito e la propositività rispetto alle false unità e alle unanimità coatte. Bisogna insomma rivendicare il valore e la ricchezza del conflitto di idee perché solo da esso può nascere un reale e costruttivo progetto democratico per la scuola e per la società.

Su tutto ciò si deve discutere, e molto.

Noi torneremo sull'argomento nei prossimi numeri e ci aspettiamo che ogni nostra posizione individuale sia confortata da vostri contributi, scritti o telefonici. Gli indirizzi li sapete.

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