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Nel numero 2 di Pragma comparivano in ultima pagina stralci della circolare applicativa emessa dalla Direzione Generale dell'Istruzione Professionale relativamente al punto 4 ("Ulteriori istruzioni per l'attivazione di interventi didattici ed educativi negli istituti professionali") dell'Ordinanza 313/94. Ci si proponeva di trattare il problema attualmente più scottante nella scuola superiore italiana nel numero successivo della rivista.
Così nei mesi di gennaio e febbraio si è proceduto a contattare un certo numero di scuole in tutta Italia con l'obiettivo di realizzare una prima veloce inchiesta sulle tendenze e gli orientamenti degli Istituti Professionali, dei quali si dà riscontro nella scheda informativa.
Nel presente articolo non si intende analizzare la circolare dell'ex ministro Francesco D'Onofrio, destinata, come s'è visto fin d'ora dalle circolari n. 38 del 30.1.1995 e n. 51 del 10.2.1995, ad essere ripresa, chiarita, e forse anche modificata da successivi interventi legislativi, ma si tenta di capire un po' meglio se e in quale misura i recenti provvedimenti collegati all'abolizione degli esami di riparazione consentano, integrandoli, interventi didattici finalizzati alla riduzione del fenomeno della dispersione scolastica, che è la vera "insufficienza grave" di tutta la scuola superiore italiana, e che sicuramente farà discutere anche negli anni (e nei governi) a venire.
Corsi integrativi e/o Area di approfondimento?
Nel corso dei sette anni di sperimentazione e attuazione del nuovo ordinamento dell'istruzione professionale uno dei nodi più acuti del dibattito tra gli "addetti ai lavori" è sempre stato quello della natura degli interventi da effettuare nell'area di approfondimento, soprattutto, ma non solo, del biennio. Accertato fin dall'inizio che si trattava e si tratta di recuperare una situazione di svantaggio socio-culturale particolarmente presente nella tipologia di studente che si iscrive all'Istituto Professionale, la questione ruotava e ruota tuttora intorno al rapporto motivazione/conoscenza, rapporto rispetto al quale vanno attivati gli interventi e le strategie di volta in volta più opportuni. Un'acquisizione si è comunque consolidata in questi anni di lavoro serio e davvero attento alla "centralità" dello studente: nessun recupero è possibile se non a partire dal possesso, che va continuamente esercitato e potenziato, di abilità di base (linguistico-espressive, logico-matematiche, metodologiche di studio, affettivo relazionali, e chi più ne conosce più ne aggiunga) sempre e comunque trasversali, cioè acquisibili e spendibili in ogni disciplina. Da questa, un'altra consapevolezza si è inevitabilmente radicata nei più "vecchi" docenti del professionale: quella della necessità di tempi lunghi per lo sviluppo di competenze solide e non superficiali.
E allora, come coniugare tutto ciò con le poche ore a disposizione dei singoli consigli di classe? Proprio questa è una delle osservazioni che emergono dalle risposte ai questionari e che ancor più acutamente devono essere avvertite negli altri ordini della scuola superiore, dove non esiste l'area di approfondimento.
Tutto e solo "tempo-scuola"?
Certamente se non si riesce a capire un concetto (magari di matematica) o l'applicazione di una funzione linguistica (mettiamo di inglese), è risolutivo e determinante avere una spinta in più dall'insegnante, che si ferma apposta solo con alcuni a ripetere e a far entrare loro in testa quel passaggio; poi, però, sono gli studenti che debbono appropriarsene e rielaborarlo, integrandolo nel loro personale sistema di conoscenze. Se ciò è sempre stato vero, anche per gli insegnanti ex-studenti, a maggior ragione deve continuare ad esserlo per i ragazzi del professionale che trascorrono quaranta ore (e più, se si contano i viaggi) del loro tempo settimanale come "tempo scuola". _ così che si capisce (come molti colleghi hanno segnalato nelle loro risposte) che il "recupero" va usato e dosato in misura assai precisa e calibrata: selezionando ciò che può e deve essere appreso velocemente, in brevi itinerari compensativi, e tollerando tempi più lunghi per quelle abilità che necessitano di sedimentazione e approfondimento, e che magari possono essere esercitate un po', individualmente, anche durante il "tempo-scuola", sotto la guida disponibile e discreta del docente.
L'insegnante sa anche fare miracoli?
A leggere certe semplicistiche indicazioni delle circolari in questione, sembrerebbe di sì: l'insegnante, con qualche oretta in più, può fare miracoli... Certi concetti, certe operazioni, certe competenze che in taluni casi è pressocché impossibile far acquisire in ore ed ore di lavoro, pare che sicuramente potranno essere appresi e posseduti alla fine di un "tot" di ore suppletive, cioè in più, dopo il lavoro quotidiano che defatiga tanto gli studenti quanto i docenti. Non si vuole ovviamente sostenere che qualche ripetizione non sia utile (e non solo in doveroso omaggio al famoso "repetita..."), si vuole solo onestamente non sopravvalutare la reale portata risolutiva di taluni interventi didattici, anche perché, ed è impossibile dimenticarlo o negarlo, certi meccanismi (di intuizione, di comprensione, di apprendimento) scattano spesso imprevedibilmente, anche indipendentemente dal nostro intervento o dal nostro controllo.
Allora: lasciamo tutto com'era?
Certamente no. Se è vero che ad una mancanza sempre più intollerabile di riforma della scuola superiore italiana non si può rispondere con provvedimenti estemporanei e non sistematici (come per gran parte si rivela il decreto legge sull'abolizione degli esami di riparazione e sull'istituzione di interventi didattici integrativi) è altrettanto vero che, non intervenendo mai sulla realtà, con un progetto pensato come coerente, sperimentabile e modificabile, si corre il rischio di vivere fuori dal tempo. Può far riflettere, a tale proposito, la considerazione che nello stesso tempo in cui l'Italia non è riuscita a varare una riforma della scuola superiore, la Francia ne ha messe a punto, correggendole e modificandole in itinere, già tre.
Vale dunque la pena di provare
Il cammino di riforma dell'istruzione professionale ha insegnato che, di fronte all'accertata insostenibilità di certe contraddizioni (nello specifico, l'elevata mortalità scolastica), è indispensabile mettere a punto progetti che propongano correttivi e rimedi praticabili, pena la soppressione del settore stesso.
L'Area di approfondimento, che per la prima volta nella storia della scuola superiore italiana si poneva come spazio flessibile per l'attuazione autonoma di progetti, anche per piccoli gruppi di studenti, soprattutto compensativi di carenze metodologiche e cognitive, ha creato e crea non pochi problemi di progettazione, attuazione, verifica, retribuzione. Essa ha sicuramente consentito ai docenti meno prevenuti di scoprire, tra le altre, due caratteristiche molto importanti nel processo di insegnamento-apprendimento: l'incidenza dell'aspetto relazionale (comunicativo e affettivo, in senso ampio); il ruolo fondamentale di una realistica ed efficace programmazione disciplinare.
Il primo aspetto, più facilmente sperimentabile in un lavoro con piccoli gruppi, aiuta ad addentrarsi nella conoscenza delle caratteristiche psicologiche e cognitive del singolo allievo; il secondo, più evidente nello "scontro" diretto con il punto di partenza di allievi in difficoltà, consente di trovare il coraggio di ritagliare in autonomia e con professionalità, dal fatidico e generico programma ministeriale, la programmazione più efficace e rispondente alle caratteristiche reali del gruppo classe. Tutto ciò a vantaggio degli studenti e con minore frustrazione da parte dei docenti.
Tutto bene, dunque?
Ancora una volta, certamente no. Oltre tutto non si sono infatti qui prese in considerazione alcune importantissime problematiche, quali l'inquadramento contrattuale, nonché le modalità organizzative dei corsi (per cui si fa presto a proporre a parole la "temporanea sospensione dell'attività didattica").
Sono in realtà omissioni consapevoli e volute: Pragma propone infatti che ora siano i lettori ad approfondire meglio gli aspetti già trattati, e a mettere in luce quelli solo accennati; del resto, di tempo, fino a settembre ce n'è!
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