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Prosegue in questo numero la panoramica di opinioni e di punti di vista sul rapporto tra istruzione professionale e mondo del lavoro, che abbiamo aperto nel primo numero con il direttore generale dell'Istruzione Professionale, dottor Giuseppe Martinez, e continuato nel secondo con Tiziana Rogora, assessore all'Istruzione, Formazione Professionale e Lavoro della Regione Lombardia. Oggi Pragma propone l'intervista alla dott. ssa Rita Santarelli, responsabile dell'Area Scuola, Formazione e Ricerca della Confindustria, che apre una nuova e, per certi aspetti, illuminante finestra su problematiche e prospettive della relazione tra scuola e sistema produttivo.
Quali aspettative sono presenti in Confindustria, rispetto alle capacità formative e addestrative dell'istruzione professionale?
La sperimentazione del Progetto '92, ora trasformata in ordinamento, è stata giudicata positivamente da Confindustria, in particolare perché ha privilegiato il rafforzamento della formazione di base, la flessibilità curricolare, la formazione dei docenti, l'autonomia delle sedi e l'apertura dell'istruzione professionale verso il mondo produttivo.
D'altro canto la scomparsa di numerosi indirizzi specialistici potrà creare difficoltà alle imprese, lasciando scoperte alcune esigenze di conseguimento di professionalità specifiche per determinati settori, se non si arriverà alla creazione di un diffuso sistema di formazione postsecondaria che dovrà valorizzare il ruolo della Regione.
E' indispensabile quindi a questo livello realizzare concrete sinergie tra regioni, imprese e scuole. Infine vorrei ricordare che l'istruzione professionale realizza, attraverso gli stage, concrete esperienze di collaborazione con le imprese e di preparazione dei giovani alla vita lavorativa, che Confindustria considera di grande importanza nei rapporti tra scuola e sistema produttivo, in quanto investe il ruolo assegnato all'impresa nel processo di qualificazione della risorsa umana. L'analisi delle esperienze europee ha mostrato infatti una crescente necessità di integrazione tra saperi tecnici e cultura di base per la preparazione dei giovani al lavoro.
Quale significato va attribuito, a suo parere, alla convenzione stipulata in dicembre tra Ministero della Pubblica Istruzione e Fiat?
La convenzione si inserisce nell'alveo aperto fin dal 1990 dall'Intesa tra Ministero della Pubblica Istruzione e Confindustria. Sono molte le Associazioni industriali che hanno a loro volta sottoscritto intese con i locali provveditorati. Il fatto che in questa linea si ponga anche la più grande azienda italiana è molto importante perché apre la strada a un sistema di rapporti sistematici e impegnativi tra la scuola e l'impresa.
La convenzione definisce modi e forme di collaborazione per i corsi biennali di post-qualifica delle scuole professionali. In base alla normativa vigente, infatti, è possibile prevedere in quest'area attività di formazione dei docenti, definizione dei loro percorsi formativi, utilizzo di esperti aziendali in qualità di corpo insegnante. E' una testimonianza del fatto che la scuola non può vivere isolata dal contesto sociale ed economico che la circonda.
Esiste anche in altre aziende il progetto di adottare questa pratica formativa?
In tutta Europa il dialogo tra la scuola e l'industria è visto come un fattore di successo per la stessa azione educativa. L'industria italiana dal canto suo, nonostante le difficoltà della congiuntura, è impegnata in uno sforzo di miglioramento della qualità dei prodotti attraverso profondi cambiamenti organizzativi che si basano in misura determinante sulla valorizzazione della risorsa umana.
E' in atto un mutamento rilevante nelle stesse filosofie produttive. Se il cambiamento negli anni '80 è stato sospinto dall'automazione, oggi ci troviamo di fronte alla scelta della produzione snella, nella quale la struttura dell'impresa diventa più flessibile e più efficiente. La risorsa umana acquista una rinnovata centralità perché i meccanismi produttivi diventano meno ripetitivi e le gerarchie meno rigide. L'esigenza di collaborazione con la scuola è dunque molto sentita e praticata. Recentemente abbiamo svolto in Confindustria una Convention che ci ha fatto toccare con mano la quantità e la qualità dei progetti di collaborazione già realizzati dalle imprese.
Quali risorse aziendali vengono attivate per realizzare progetti come questo, con particolare attenzione al tempo, ai finanziamenti e ai formatori utilizzati?
La Fiat mette a disposizione la ultratrentennale esperienza dell'Isvor, il Centro di Formazione del Gruppo Fiat, nella progettazione e fornitura di servizi di formazione e addestramento, destinati a dirigenti, quadri, impiegati e operai di aziende del Gruppo ed esterne. L'Isvor darà concreto supporto alle strutture pubbliche e aziendali nell'individuazione delle esigenze e nell'erogazione della formazione. Una struttura come questa permette di seguire un progetto di largo respiro e profondamente impegnativo.
Quale titolo finale otterranno gli studenti che si troveranno inseriti in questo indirizzo professionalizzante, visto che per ora conosciamo solo i titolo regionali e gli attestati rilasciati dai presidi per i corsi surrogatori? A suo parere, siamo di fronte alla possibilità di corsi post-qualifica del tutto nuovi?
Un'azienda non attribuisce mai al titolo l'importanza taumaturgica che nel senso comune in Italia il titolo di studio ancora ricopre. Per un'azienda quello che conta è la competenza acquisita e, semmai, la completezza e la trasparenza con cui questa competenza viene descritta nell'attestato finale del corso. L'accordo con la Fiat dunque non introdurrà alcuna novità sul piano formale, ma certamente contribuirà a offrire ai giovani una formazione particolarmente competitiva sul mercato del lavoro.
Visto che se ne accenna in un punto della convenzione, desidereremmo capire meglio il grado di rilevanza che le aziende attribuiscono all'integrazione con il sistema scolastico in vista della riqualificazione dei loro dipendenti.
Ciò che da tempo l'impresa chiede è che i giovani escano dalla scuola con una più solida cultura di base, della quale facciano parte anche quelle conoscenze matematiche, economiche e gestionali che costituiscono una preziosa risorsa per il loro sviluppo professionale.
Alla scuola si chiede di insegnare ai ragazzi a comunicare e a lavorare in gruppo, ad affrontare problemi e a risolverli, a guardare alla vita professionale come a una sfida che esige rigore e intraprendenza.
Naturalmente questo vale a maggior ragione per gli adulti che possono trovare nella scuola, e in particolare nell'istruzione professionale, una sede di riqualificazione. D'altro canto la formazione continua sarà sempre più parte integrante di ogni percorso di carriera.
Oltre alle questioni già citate, quali altri punti di attenzione Confindustria individua nella convenzione?
Fino ad oggi il rapporto tra mondo della scuola e mondo del lavoro - intessuto da numerose esperienze anche nel nostro Paese, sia nella scuola, sia nella formazione professionale, sia nella stessa università - è riuscito solo in parte a realizzarsi come corretto partneriato fra la "Scuola del dire" e il mondo della operatività produttiva. Troppe volte - per dirla in altre parole - scuola e impresa si sono avvicinate, come possono accostarsi due mondi che nutrono reciproca diffidenza l'uno per l'altro.
La scuola, pur nella generosa ricerca di un contatto con il lavoro e in altri lodevoli tentativi di interessante sperimentazione formativa, ha forse risentito del vecchio retaggio di certa cultura antindustriale che ha guardato all'azienda solo come l'ambito del "fare", se non addirittura come la sede dello sfruttamento, prescindendo così dalle potenzialità di action learning possibile anche sul lavoro.
L'azienda dal canto suo, dimostrando generosa attenzione alla volontà del sistema formativo di accostarsi a processi organizzativi della produzione, non sempre è riuscita a proporsi come autorevole e attrezzata sede di apprendimento e di formazione, tale da aiutare la scuola a smontare i vecchi pregiudizi, ma anche a puntare ad una nuova cultura del sapere, nei termini nuovi dell'operatività moderna.
E così per molto tempo il rapporto scuola-lavoro, nonostante le manifestazioni di disponibilità reciproca espressa sui due versanti, ha potuto esprimere solo parte del potenziale e del forte significato di opportunità formativa che esso possiede.
Questa convenzione può dimostrare che anche il luogo del lavoro e, nel nostro caso l'azienda, "è luogo della formazione e dell'apprendimento".
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