Serve una rivoluzione copernicana
di Paolo Aziani
Molti e da più parti hanno denunciato i modi e i tempi dell'abolizione, ma nessuno, specie tra i docenti dell'istruzione professionale e tecnica, ha grandi rimpianti per gli esami di settembre in quanto tali. Nel tempo erano sempre più diventati un rito assurdo, una commedia dell'arte in cui gli attori, docenti e studenti, recitavano una parte ormai logora e prevedibile: gli studenti diligenti, ma dai ritmi di apprendimento più lenti, che avrebbero studiato anche senza il timore dell'esame, si presentavano preparati; degli altri, impegnati in complessi calcoli sul numero di materie da non studiare senza rischiare di essere respinti, meglio tacere.
E allora da che cosa deriva il disagio così sentito e diffuso nei confronti della soluzione proposta?
C'è certamente il rifiuto dell'improvvisazione frettolosa e approssimativa con cui sono stati proposti i corsi integrativi, senza una considerazione realistica del monte ore settimanale degli studenti, ma al fondo c'è, crediamo, la coscienza che l'abolizione degli esami di settembre pone problemi che vanno oltre quelli affrontati attraverso i corsi di recupero.
Nel tempo scuola previsto è possibile per tutti gli studenti imparare tutto ciò che i programmi richiedono?
Questa è la domanda, radicale, che si pongono gli insegnanti alle prese con le difficoltà degli alunni dai ritmi di apprendimento più lenti.
La risposta, scontata, è che non è possibile.
Nel tempo, mancando una riforma organica e strutturale, i programmi di insegnamento si sono dilatati sempre di più, arricchendosi in quantità e, in parte, in profondità.
E tuttavia a questo non ha corrisposto né un ripensamento dell'organizzazione didattica e del tempo-scuola né una riflessione sulle modalità cognitive e sui ritmi di apprendimento degli studenti di oggi.
Paradossalmente la scuola si innova centrandosi sull'utente, cioè sullo studente, solo nei campi extracurricolari, mentre evita attentamente di organizzare la didattica in funzione degli apprendimenti effettivi, cioè delle concrete possibilità degli allievi, così come essi sono, nei tempi che realisticamente hanno a disposizione.
Una didattica nuova comporta un insegnamento che si misuri con i ritmi di apprendimento e venga valutato sulla base delle conoscenze che costruisce e struttura stabilmente. Ciò richiede programmi finalmente scanditi sulle effettive possibilità di apprendimento degli studenti, con una distinzione tra l'indispensabile e l'accessorio e un'indicazione chiara (e come tale imprescindibile) di quello che tutti, nei vari anni, devono sapere e saper fare. E questi risultati vanno raggiunti nei tempi dati, poichè il tempo non è una variabile indipendente.
Non è una innovazione impossibile, anzi: in molte nazioni è già così e i programmi non sono solo piccole "summae" dell'epistemologia della disciplina, ma proposte chiare che, con umiltà scientifica, indicano con precisione gli obiettivi raggiungibili dagli studenti ai vari livelli.
Su questi si organizzi il recupero, su questi si decida la promozione o la bocciatura a fine anno, su questi, insieme, siano valutati il lavoro dei docenti e la produttività della scuola.
Questa infatti è la rivoluzione copernicana di cui c'è bisogno: ciò che in ultima analisi è determinante in un sistema formativo non è l'insieme di quello che si insegna, ma la quantità e la qualità di ciò che gli studenti, alla fine del corso (e negli anni seguenti) sanno e sanno fare.