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Nellattuale fase di fermento molte sono le proposte innovative da più parti avanzate: superamento della tradizionale scansione della giornata scolastica, durata delle lezioni variabile da 50 minuti a 1 ora e mezzo, insegnamenti modulari, attività culturali pomeridiane, tutte idee che cercano spazio nei futuri disegni di legge e che dovrebbero giocare un ruolo decisivo nella realizzazione dellautonomia scolastica.
Va da sé che tutto questo fermento sconvolge quel microcosmo sempre meno autosufficiente e isolato che è la classe, aperto alle "contaminazioni dellambiente": mutamento dei compagni di studio in concomitanza di percorsi didattici scelti o imposti, scambio di insegnanti provenienti da altri corsi, aggregazioni pomeridiane sulla base di interessi comuni, lezioni rivolte a più classi, ecc. Val dunque la pena chiedersi quali opportunità conseguano dalla variazione della tradizionale composizione della classe.
Cominciamo col dire che il numero di 20-30 alunni per classe, lungi dallessere giustificato da imprescindibili motivazioni psico-pedagogiche, rappresenta più che altro un compromesso di ordine pratico, a cui molti insegnanti si sentono attaccati fossanche solo per abitudine.
Il sistema educativo risponde ovviamente alle attese della società che lo esprime e non cè dubbio che noi abbiamo ereditato lattuale modello dalla società industriale e borghese, in cui lanalogia fabbrica/edificio scolastico è fin troppo evidente. Naturalmente, non è sempre stato così. Nellantica Roma, ad esempio, neanche si sapeva cosa fosse un edificio scolastico: le lezioni erano impartite in qualche stanzuccia daffitto o anche allaperto.
Tuttavia quella non si poteva certo definire una scuola di massa. Saltando di palo in frasca e citando esempi dal mazzo, qualche autore americano ha sostenuto con sottile ironia, e forse meno sottile patriottismo, che loriginaria scuola ad una classe è sorta "perché i tronchi disponibili, gli altri materiali da costruzione e le capacità cotruttive del primo periodo coloniale richiedevano una certa forma e dimensione dellaula.
Leducatore, benedetta la sua adattabilità e la sua capacità di collaborare, può aver allora elaborato i necessari adattamenti tecnici e sociali...".
Credo si potrebbe andare avanti così per molto, ma temo che un tale excursus storico, sebbene stimolante, sarebbe ozioso perché destinato a infrangersi contro la prosaica constatazione che un rapporto insegnante-allievo minore che 1 a 20 è irrealistico dal punto di vista finanziario nellattuale contesto socio-economico delle società avanzate.
E questo taglia la testa al toro, ma non chiude la questione perché da qui a dire che da una tale necessità amministrativa derivi unimpostazione pensata in termini educativi... ne corre! Ne consegue che non ci pare il caso di farsi troppi scrupoli qualora si vogliano cercare strade alternative.
Nel momento in cui si va verso una marcata individualizzazione dellapprendimento è giusto sottolineare gli effettivi vantaggi di una didattica per gruppi, siano essi più piccoli o più grandi della unità di misura consueta.
Non si tratta, evidentemente, di eliminare la classe, quanto piuttosto di suddividerla in gruppi variabili o di accorparla ad altre molto più spesso di quanto si sia fatto finora, coerentemente con gli obiettivi che sintende raggiungere. Del resto non è scoperta recente che il tempo trascorso da un ragazzo a scuola dovrebbe essere correttamente ripartito in modalità di istruzione che prevedano un rapporto insegnante/allievi molto più flessibile di quello attuale.
La tabella che segue illustra quale sarebbe il rapporto ottimale in relazione alla percentuale di tempo trascorso a scuola: come si noterà, la tabella non prevede alcuna dimensione di classe tra il 12 e il 120: non si tratta di una svista, bensì di unomissione intenzionale.
Il fatto è che secondo questi studi il gruppo di 25-30 rappresenta il modo meno adatto di trattare i singoli allievi. In altri termini, a una classe di quelle dimensioni si rende un servizio migliore suddividendola molto spesso in sottogruppi di 6 o 12 oppure aggregandola ad altre su precisi segmenti didattici.
Tutte le volte che linsegnante è di fronte ad un gruppo di 25-30, diventa di fatto irrilevante il numero preciso degli allievi; potrebbero essere anche di più, e ciò non cambierebbe gran che nella scelta delle procedure didattiche e nei risultati.
Tanto vale allora incrementare le occasioni di istruzione per gruppi numerosi (una pratica quasi completamente assente alle superiori). Tra laltro sarebbe un modo per valorizzare quegli strumenti multimediali che negli ultimi dieci anni si sono diffusi in tutte le scuole, ma che spesso sono usati poco o comunque al di sotto delle loro effettive potenzialità.
Si libererebbero probabilmente risorse (ovvero insegnanti ed ore curricolari) da destinare a modalità di istruzione per piccoli gruppi.
Ma è davvero praticabile una tale prospettiva?
Ci limitiamo qui ad osservare che prendendo per buona la tabella di cui sopra e cercando di calcolare, ad esempio, quanti insegnanti sarebbero necessari per coprire lattuale numero di ore di lezione complessive ripartite però con quei criteri, scopriremmo con sorpresa che la situazione sarebbe equivalente a quella di 1 insegnante per 24 alunni, che è poi in sostanza la situazione attuale. Quindi, lostacolo maggiore non è costituito dallaspetto burocratico-amministrativo, quanto dal radicale cambiamento di mentalità che la nuova prospettiva richiede. E a ciò si aggiunga limplicita riorganizzazione degli spazi educativi.
A questo proposito, cè anche chi si è chiesto quale debba essere la dimensione e la composizione ottimale di un piccolo gruppo. Certo dipende dalla natura dellattività in corso e dai bisogni degli allievi che dovrebbero parteciparvi; ma sembra comunque che "per lavorare e interagire, i gruppi rendono meglio quando sono composti dai 5 agli 8 membri... mentre la vera discussione e una decisione valida sono molto difficili, se riferite allapprendimento individuale, quando il numero dei partecipanti va oltre i 12. Daltro canto la dimensione ora accettata è troppo vasta per un buon lavoro di cooperazione...".
Appare superfluo sottolineare quante occasioni di applicazione già offra in questo senso larea di approfondimento, ma naturalmente il discorso investe lintera giornata scolastica. Quel che importa è suddividere in modo coerente agli obiettivi il tempo passato dai ragazzi a scuola, evitando ovviamente di adottare le stesse tecniche di insegnamento che si è abituati a usare con la classe di dimensioni solite: un rischio, questo, tuttaltro che trascurabile. In effetti, qui si apre una questione cruciale.
Per fare didattica di gruppo occorre innanzitutto che i docenti stessi riuniti nei consigli di classe o nei gruppi di materia si concepiscano come gruppo, anzi come quel gruppo particolare che è il team.
I membri di un team hanno il potere e la responsabilità di decidere in autonomia quali siano i compiti e quale sia il modo migliore di assolverli. Se, come ribadisce il Ministro, lautonomia didattica "favorirà la scelta libera e programmata di metodologie, strumenti, organizzazione e tempi di insegnamento come espressione della libertà progettuale di ciascun istituto" occorrerà imparare ad esercitare questa autonomia, magari anche programmando di formare periodicamente nuovi raggruppamenti di allievi e creando occasioni per rivedere sistematicamente le scelte operate nel periodo precedente.
Una maniera formidabile per evitare la routine, la monotonia delle consuete relazioni interpersonali, la sclerosi delle dinamiche di gruppo, per cercare di non annoiare e di non annoiarsi, aggregando gli allievi sulla base di criteri diversi da quello anagrafico, quali appunto sono gli interessi o le capacità, e ritagliando per ognuno un percorso didattico il più possibile individualizzato.
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