Possibilità per studenti di elettronica e non solo
Spùntino cento squadre
Se non è facile organizzare stages con le aziende, bisogna far lavorare la fantasia, in modo che questo periodo
sia proficuo per gli studenti
di Dino Pellizzaro
Tra le varie querelles estive, destinate a riempire le pagine dei giornali che altrimenti in agosto ozierebbero come i loro lettori, dobbiamo annoverare anche quella relativa alla domanda se il liceo classico sia di destra o di sinistra, e, in subordine, se è necessario introdurre in qualche modo la manualità in una scuola che debba considerarsi al passo con i tempi. Nessuno, né il ministro, né i giornalisti, né, tanto meno, gli intervistati, ha messo in evidenza che già da ora esiste una scuola in cui di manualità ve n'è (forse) sin troppa. Eppure gli istituti professionali non sono frequentati da una piccola parte di studenti. Viene da pensare che la scuola sia di classe, anche se questo termine è ormai desueto. Ed è proprio in questo tipo di scuola che si è tentato, con altalenanti risultati, di compiere una coniugazione tra teoria e pratica, tra manualità e uso delle capacità intellettive, tra lezione sui banchi e rapporto con la società reale. Quest'ultimo aspetto lascia intravvedere interessanti scenari per i quali la redazione di PRAGMA ha dato risposte non ancora univoche. Vediamo il perché.
Chiariamo innanzitutto che intendiamo in questa fase circoscrivere l'analisi agli stages, che potrebbero essere tipici di un terzo anno degli istituti professionali, o degli anni successivi.
Va detto che tutte le volte che in redazione si è discusso di questo tema, se ci permettiamo una semplificazione a grandi linee, è emersa questa doppia faccia degli stages: si tratta di un modo che consente agli studenti di conoscere la realtà esterna o, viceversa, della strategia messa in atto dalle strutture produttive per plasmare gli allievi a propria immagine e somiglianza, permettendo ad esse di cooptare in seguito i migliori (leggi: coloro che fanno più al caso dell'azienda)?
Garantisce in classe un analisi critica della realtà vissuta o incanala i programmi su banali strade che portano solo ad una formazione aziendale di corto respiro? Non è facile dare una risposta totalmente convincente. Spesso, anzi, ogni istituto privilegia la possibilità di effettuare stage senza dare delle indicazioni strategiche sul significato degli stessi. Corrono quindi voci fantasiose su quell'istituto che starebbe facendo stages con quella tal ditta, e tutti gli istituti attorno tentano di replicare l'esperienza, spesso con alterne fortune. Ma, nei momenti di libertà, in cui si può dire che il re è nudo, si scopre come le strade dei rapporti con le aziende siano spesso precluse, perlomeno nel caso di studenti dei corsi elettrici ed elettronici.
Anzi nel corso dei prossimi anni, con l'andata a regime di tutti gli istituti professionali, c'è da ritenere che vi sarà un aumento di difficoltà, causata anche dal notevole numero di studenti che dovrebbero essere interessati a questo tipo di esperienze. Ci sono, è vero, convenzioni con le Regioni e le Province, ma troppo spesso sembra che la fattibilità dell'esperienza (senza discutere, si badi bene, dell'utilità) dipenda da enormi sforzi fatti in modo un poco artigianale. Non esiste infatti un osservatorio delle professioni in grado di dirigere i flussi delle iscrizioni in funzione del mercato del lavoro. Tuttavia in un momento di particolare fervore verso il cambiamento (obbligo scolastico sino ai sedici anni in particolar modo), ci permettiamo di fare, pur sapendo che il Ministro della pubblica istruzione non può sentirci, una proposta da ritenere modesta e non indecente, indirizzata in particolar modo al settore elettrico ed elettronico, ma estendibile anche ad altri settori.
La legge 46/90 con i successivi decreti prevede che tutti gli edifici debbano essere a norma per quanto concerne, tra l'altro, gli impianti elettrici. Spesso gli edifici scolastici (nemmeno quelli sede dei licei classici) non sono a norma. Eppure tale operazione potrebbe essere compiuta senza particolari difficoltà da studenti che frequentano il terzo anno, con l'ausilio degli insegnanti tecnici.
Basterebbe creare una o più squadre di lavoro sotto la responsabilità di un docente che abbia le caratteristiche previste dalla 46/90 e a cui dovrebbe essere dato l'incarico della progettazione.
In ultima analisi si potrebbero ottenere alcuni interessanti risultati che ci permettiamo di elencare.
Gli studenti imparerebbero "sul campo" una professione, avrebbero contatti con altre scuole o con altre strutture pubbliche, risolvendo quindi l'esigenza di diventare a pieno titolo soggetti sociali; si garantirebbe un miglioramento dei rapporti tra istituzione scuola e ambiente sociale circostante, grazie al nuovo ruolo sociale assunto dagli studenti, che troppo spesso vengono considerati "sfaticati sfasciaaule". Inoltre tutto ciò permetterebbe un'interessante compenetrazione tra varie esperienze scolastiche, per le quali sino ad oggi le teorie dei vasi comunicanti o dello "spùntino cento fiori" non sono applicabili. Si avrebbe nel contempo una diminuzione dei costi per l'istituzione pubblica, oggi obbligata a scegliere il privato per questo tipo di lavori. Ma i punti positivi non si fermano qui. Infatti il docente interessato, che potrebbe avere un ritorno economico (comunque meno oneroso di quanto lo sia l'intervento dell'esperto esterno che, in realtà, potrebbe insegnare banalità) sarebbe "costretto" ad una didattica efficace ed al passo con i tempi, dovendo arrivare ad un risultato che deve certificare con una dichiarazione di conformità. Non si vedono insomma delle controindicazioni a iniziative di tal genere, anche se sospettiamo che le associazioni di categoria non siano molto d'accordo con tale proposta, magari paventando l'esigenza di una assicurazione, la cui soluzione sembra peraltro banale. Per terminare, c'è da chiedersi se uno stage di due-tre settimane di studenti di elettronica presso un professionale per assistenti sociali non consenta ai primi di capire come, per certe fasce di età o per i disabili, sia indispensabile progettare una casa automatizzata. Ciò permetterebbe di imparare a mettere al servizio della collettività le conoscenze di elettronica.
Sappiamo che in alcuni istituti esperienze di tale genere si sono già svolte: ci piacerebbe saperne di più ma, in ogni caso, il nodo degli stages va risolto.