La scuola a due velocità
di Paolo Aziani
Il problema della scuola secondaria superiore in Italia non è uno dei tanti che affliggono il paese, ma rappresenta una delle grandi emergenze nazionali; per molti versi costituisce anzi quella fondamentale, perché dalla sua soluzione positiva dipendono in gran parte anche le altre, a partire dalla costruzione di nuove possibilità di occupazione per i giovani e dallo sviluppo del Mezzogiorno e di tutte le aree deboli del paese.
E all'interno della più generale 'questione scuola' assume rilievo quella specifica dell'istruzione professionale.
In Italia, giova ripeterlo, frequentano gli istituti professionali venti giovani su cento. Sono tanti rispetto ai silenzi dei media sull'argomento, ma sono ancora pochi se confrontati con i circa trentacinque della vicina Germania e Francia.
Siamo la nazione che spende meno in Europa per istruzione e cultura; il dato, astratto, si fa concreto quando viene commisurato con la profonda frustrazione professionale ed economica degli insegnanti e con le insormontabili difficoltà poste dai bilanci delle scuole: anche in questo la vicenda dei corsi di recupero costituisce la cartina di tornasole perché le cifre a disposizione non consentono di dedicare un adeguato numero di ore a tutti gli studenti che ne avrebbero bisogno e che, spesso, denunciano carenze in più materie.
Rispetto a quest'ordine di problemi la concessione di una maggiore autonomia alle scuole non può diventare l'alibi per lasciare che ciascun istituto si arrangi come può e riesce.
Non possiamo correre il rischio che il paese presenti una situazione a macchia di leopardo, con scuole che offrono una preparazione qualificata e altre che, per mancanza di risorse e povertà del territorio circostante, faticano a raggiungere standard minimi.
Non possiamo non solo perché non è giusto (la scuola dovrebbe aiutare a superare i dislivelli sociali, non a riprodurli) ma anche perché non è conveniente dal punto di vista sociale ed economico.
Oggi l'intero paese ha assoluta necessità di elevare la qualità complessiva dell'istruzione, di aumentare il numero dei diplomati (anche in questo abbiamo un record negativo nell'Occidente), di elevare lo standard generale di qualificazione professionale degli studenti in uscita.
Tutto ciò non si può ottenere senza prevedere forme di sostegno adeguato alle situazioni più deboli: occorre definire standard qualitativi da raggiungere e garantire l'omogeneità effettiva dei titoli di studio finali rilasciati; vanno però anche attuati interventi compensativi, per garantire le situazioni più deboli.
Il settore dell'istruzione professionale è quello in cui si gioca la partita decisiva: per tipo di utenza, per raccordo con la realtà produttiva del territorio, per flessibilità interna dei percorsi, esso si pone al crocevia tra cultura e formazione professionale di primo livello.
La riforma giù attuata ha costituito un importante progresso ed offre un esempio e un modello anche per gli altri settori della secondaria.
Tuttavia ha ancora bisogno di sostegno e impulso e l'innovazione non può essere lasciata solo alla buona volontà dei docenti, che ovunque suppliscono ai limiti, ormai quasi insopportabili, di una struttura obsoleta e di un'organizzazione delle carriere ormai incompatibile con i compiti che le scuole si pongono.
Nella campagna elettorale appena conclusa ciascuno dei due contendenti ha inserito nei programmi presentati agli elettori la riforma della secondaria e del Ministero della Pubblica istruzione, il prolungamento (per almeno un biennio) dell'obbligo e il potenziamento della formazione professionale.
Lo schieramento di centro-sinistra in particolare ha dato a questi temi un valore strategico.
Ora che ha vinto, il nuovo governo che costituirà sarà chiamato a rispettare gli impegni presi attribuendo alla riforma della secondaria quella centralità e quell'urgenza che la situazione richiede.