

a cura di Lucia Frigerio
Professor Mattozzi, può spiegare ai lettori
di PRAGMA, soprattutto a quelli "più giovani", come é nata la sua
collaborazione con l'Istruzione professionale?
In termini aneddotici e per rendere merito alle persone
che hanno favorito un incontro per me decisivo, posso ricordare che la
collaborazione con la Direzione Generale dell'Istruzione professionale é nata
perché‚ all'ispettrice Stefania Terenzi, che cercava nel 1990 un esperto in
didattica della storia per i corsi di aggiornamento per il Progetto '92, il
prof. Adriano Colombo - che allora era in servizio presso l'IRRSAE E.R. -
segnalò il mio nome e nel colloquio che ne conseguì riuscii a far impressione
favorevole circa le prospettive dell'impostazione dei corsi che erano in
cantiere. Ma andiamo oltre l'aneddoto e vediamo che cosa propiziava la
collaborazione. La storia é più complicata ma più istruttiva. La mia
riflessione e l'elaborazione sui problemi della didattica della storia si erano
dipanate nella collaborazione con gruppi di insegnanti di scuola elementare, di
scuola media e dell'istruzione professionale durante tutto il decennio
precedente ed erano approdate a delle visioni nuove della struttura della
disciplina e dei problemi didattici. La novità della concezione era necessaria
per poter dare risposta costruttiva alle questioni che le e gli insegnanti
ponevano all'interno dei gruppi in rapporto con le sperimentazioni che avevano
in corso. Tali concezioni furono strutturate in articoli e libri e uno dei libri
(La cultura storica: un modello di costruzione, Faenza, Faenza Editrice, 1990)
mi portò a collaborare con Adriano Colombo nella direzione della collana che
accolse quel titolo. Ma precedentemente (10 anni prima) avevo pubblicato insieme
con insegnanti dell'istruzione professionale (tra cui Ernesto Perillo) le
riflessioni e i risultati di un corso di aggiornamento poliennale nel quale si
era fatto uso di fonti orali (Una via alla storia. Rinnovamento didattico e
raccolta delle fonti orali, Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice, 1980). E con
un gruppo di insegnanti secondari continuavo a collaborare nell'ambito di
iniziative promosse e sostenute da Perillo all'interno dell'IRRSAE Veneto.
Questa rievocazione sommaria e approssimativa vale a mettere in rilievo che
l'approdo alla collaborazione con la Direzione Generale dell'Istruzione
professionale era favorito dalla disponibilità di teorie epistemologiche e
didattiche, di pratiche di aggiornamento, di collaboratori. Grazie alle risorse
accumulate nel decennio potevo assumere fiduciosamente l'incarico. E ad
aumentare la fiducia c'era la esperienza (che avevo fatto in più anni di
collaborazione) dell'efficienza organizzativa dell'IRRSAE Emilia Romagna a cui
era affidata la organizzazione dei corsi. La progettazione e la preparazione dei
corsi é avvenuta attraverso molti seminari svolti con il gruppo dei
coordinatori per mettere a punto programmi, materiali, modalità di conduzione
delle lezioni, modalità di conduzione dei laboratori.
E’ stata interessante quest'esperienza di
lavoro con i docenti del Professionale? Sotto quale profilo?
E’ stata molto interessante poiché‚ si é rivelata
una scuola di formazione per me e per i collaboratori. Tra gli insegnanti
dell'istruzione professionale incontrati ce n'erano molti che si erano posti in
modo problematico di fronte al sapere storico da insegnare e alla mediazione
didattica da attuare. La conoscenza degli studenti e delle condizioni del
contesto di lavoro e di studio li disponeva a non respingere con diffidenza
proposte che mettevano in crisi l'insegnamento tradizionale. Inoltre i tempi e
gli obiettivi assegnati ai corsi dalla Direzione erano molto favorevoli allo
sviluppo di un intenso scambio di esperienze, di idee, di pratiche. Corsi
residenziali alternati a fasi di sperimentazione in classe e organizzati in modo
da promuovere competenze diversificate e man mano più alte (da quelle alla
mediazione didattica a quelle della gestione di materiali innovativi a quelle
del tutoring a quelle della produzione di materiali didattici) hanno composto
una stagione professionale felice per noi coordinatori dei corsi e per coloro
che li frequentavano. Il risultato é stato lo sviluppo di una professionalità
di formatori e/o di produttori di materiali in un numero consistente delle
centinaia di corsisti. E inoltre lo sviluppo di amicizie e di collaborazioni che
durano tuttora e sono alla base di altre iniziative. La rimpiango come
un'esperienza unica per lo sviluppo che ha preso nel corso degli anni.
Un'esperienza analoga ma non proprio con le stesse caratteristiche la sto
svolgendo con insegnanti di scuola media all'interno di un gruppo tecnico
scientifico coordinato da Luigi Cajani. Anche in questo caso abbiamo puntato
alla formazione di competenze alte della mediazione didattica e dell'innovazione
contenutistica con la produzione di tre percorsi di storia a scala mondiale. Qui
la differenza é che i corsisti fanno da formatori di colleghi aggregati alle
loro scuole polo.
Con la riforma dei Cicli, scardinato il
triennio della scuola media, in quale fase della formazione sarà opportuno
collocare un percorso di Storia generale, con impianto cronologico e narrativo,
capace di fornire lo sfondo integratore di successive conoscenze?
Non ho dubbi sulla risposta e mi trovo in buona compagnia
con altri che riflettono sulla riforma dei programmi (ad esempio, gli amici
della rete dell'Istituto Nazionale di Storia del Movimento di Liberazione o
Antonio Brusa o Luigi Cajani...). La "storia del divenire del mondo" o
delle grandi trasformazioni del mondo (o dell'umanità) deve essere appannaggio
di un segmento intermedio della scolarità: quello che segue alla formazione dei
requisiti allo studio di una tale struttura di conoscenze storiche (capacità di
compiere operazioni cognitive, capacità di dare senso alla conoscenza storica,
padronanza di organizzatori propedeutici come il telaio spazio-temporale delle
civiltà...). Sia la fase dell'avvio alla storia (formazione dei requisiti) sia
la fase di formazione della cultura storica sul divenire del mondo hanno bisogno
di tempi distesi. Io calcolo, sulla base delle esperienze delle e degli
insegnanti e delle teorie psicocognitive, che ci vuole perlomeno un quinquennio
per portare i bambini all'incontro con la storia e che ci vuole almeno un altro
quadriennio per formare la rete delle conoscenze sulle grandi trasformazioni (e
ovviamente sulle lunghe permanenze). Dunque, a mio parere, per la storia occorre
organizzare i programmi in modo da travalicare il settennio iniziale e portare a
compimento lo studio della cosiddetta storia generale nel biennio che conclude
l'obbligo e la fase di orientamento. Non vorrei assolutamente che ai bambini di
otto anni si imponesse un sistema di conoscenze storiche difficile solo per
poter concludere la storia generale entro il settennio. Sarebbe un peggioramento
rispetto al programma vigente dal 1985 (che gli autori di sussidiari non
rispettano). Non so se tale rete di conoscenze debba avere ancora
"l'impianto cronologico e narrativo". Si possono pensare impianti
modulari capaci di assicurare la costruzione dello sfondo integratore molto più
efficacemente del tradizionale impianto.
Sarà davvero possibile con tutti i tipi di
studenti, compresi quelli che amano meno studiare e "stare sui libri",
dare per acquisito una volta per tutte lo "sfondo integratore"?
La quantità degli studenti capaci di costruire lo sfondo
integratore costituito dalla rete di conoscenze sul divenire del mondo dipende
dalla qualità della struttura (o impianto) della "storia generale",
dalla qualità dei testi storico-didattici, dalla qualità della mediazione
didattica, dall'attuazione di modalità laboratoriali di apprendimento. Se alla
fine di un processo di insegnamento e di apprendimento ben impostato
continuassero ad esserci studenti refrattari alla costruzione dello "sfondo
integratore", io non credo che valga la pena insistere ad imporre loro la
storia generale. Forse in loro il gusto per la storia potrebbe nascere con
proposte di conoscenze che prescindono dall'impianto di storia generale. Del
resto attualmente quanti sono gli studenti che dopo tre cicli di studio della
storia generale la comprendono e l'apprendono in modo tale da usarlo come sfondo
integratore? Le inchieste che rivelano la demotivazione allo studio della storia
e la carenza di comprensione dei testi sono talmente numerose e sconfortanti da
inibire ogni illusione che la ripetizione del ciclo di storia generale sia
benefico. Non bisogna mai dimenticare che la storia generale ad impianto
cronologico e narrativo É un genere di storia storicamente costruito: essa non
corrisponde ad una supposta natura della conoscenza storica.
Credo che gli insegnanti dovrebbero tener conto delle
riflessioni di B. Croce che afferma che "É fallace" l'idea di una
"storia generale" che stia al di sopra delle "storie
speciali": "di una storia sulle storie [...] che avrebbe sotto di s‚
la storia politico-economica e delle istituzioni, la storia morale e dei
sentimenti e degli ideali etici, la storia della poesia e dell'arte, la storia
del pensiero e della filosofia" (Teoria e storia della storiografia, Bari
1954, p. 109-110).
La conoscenza storica ora nasce con altre caratteristiche
ed esse potrebbero portare a pensare strutture nuove per la storia da insegnare.
E’ possibile insegnare singole conoscenze storiche (su
singoli processi o fatti storici) costruendo ad hoc le conoscenze di sfondo.
Questo É reso possibile dalla logica modulare della struttura della storia da
insegnare. Ad esempio, la conoscenza della costruzione dello stato in età
moderna non ha bisogno dello sfondo integratore dato dalle conoscenze inserite
nella "storia generale": ha bisogno invece della conoscenza dei
contesti economici, sociali e istituzionali in cui i principi agivano.
Sarà ancora opportuno affrontare con la
periodizzazione di lungo periodo un percorso di Storia dell'età preindustriale?
Nella fase dell'obbligo o in quella successiva?
La tematizzazione di lungo periodo e la conseguente
periodizzazione dei processi tematizzati É la risorsa per poter costruire
"sfondi integratori" con basso tasso di informazioni dettagliate. Esse
servono ad economizzare le quantità di conoscenze storiche da proporre (e
dunque a far uscire dall'ansia di non "poter far tutto"), a dare molto
senso a quelle incluse nella periodizzazione, a individuare problemi e a rendere
più sensata la selezione delle conoscenze chiave o delle conoscenze di casi.
Tematizzazioni di lungo periodo e periodizzazioni offrono gli organizzatori
propedeutici indispensabili per l'acquisizione di altre conoscenze
significative. Esse vanno utilizzate intensivamente nella fase di costruzione
della rete di conoscenze sul divenire del mondo. Ma tornano utili quando si
vuole impostare un processo di insegnamento e di apprendimento su un singolo
processo o fatto storico o su un singolo problema, come succederà nella fase
terminale della scuola secondaria. Insomma, con una battuta, si potrebbe dire:
"Insegnanti, io vi invito alle periodizzazioni", cioé alla scansione
di processi di lungo periodo in segmenti caratterizzati da mutamenti o
permanenze significativi secondo la tematizzazione deliberata.
Ritiene che sarà necessario riformulare i
programmi e gli obiettivi enunciati nei nuovi programmi di Storia
dell'Istruzione professionale oppure sarà possibile affidare ai docenti il
compito di declinarli per conoscenze, competenze e capacità, così come
richiederà la nuova certificazione?
Se si stabilirà un solo ciclo quadriennale di studio
della "storia del divenire del mondo", il triennio terminale potrà
essere destinato agli approfondimenti di temi e problemi anche in ambiti di
storia cosiddetta settoriale. Allora sia l'una che l'altra ipotesi potrebbe
verificarsi. Si dovrà riformulare il programma per il biennio iniziale
dell'istruzione professionale. Ma una quota del programma potrà essere deciso
dagli istituti. Mentre per il triennio si potrebbe rivelare accettabile
l'impianto attuale con le necessarie revisioni. In ogni caso ai docenti
spetterà il compito di definire conoscenze e competenze, almeno in parte (poich‚
una quota sarà stabilita a livello nazionale). Ma allora i docenti avranno
bisogno di mettere a frutto una cultura storica più ricca e versatile e
modelli. Da questo punto di vista il programma attuale potrebbe costituire un
serbatoio di riferimenti.
Le tematiche settoriali e locali troveranno ancora spazio
nei programmi del triennio di "Liceo Tecnologico", ammesso che questo
diventi la nuova Istruzione professionale, il cui ruolo sembra ancora poco
definito?
Spero di sì. Ma non so azzardare previsioni, poich‚
non sono interno agli ambienti nei quali si cova la riforma dei programmi e non
ne conosco gli orientamenti. Spero di sì, perché sono sempre più convinto che
le conoscenze di storie "settoriali" e quelle di storie locali - se
bene insegnate - hanno una potenzialità formativa che non É esaudita dalle
conoscenze di "storia generale". Perché rinunciare a tale
potenzialità? Poniamo un esempio: gli studenti potrebbero avere una conoscenza
della storia d'Italia postunitaria molto più incisiva e utilizzabile se essa si
nutrisse delle conoscenze delle storie regionali piuttosto che della sola storia
generale. Si immagini di ridurre a storia insegnabile la collana della storia
delle regioni Einaudi e di mettere gli studenti in grado di fare comparazioni
tra le storie di più regioni magari in alcuni settori di attività: si
raggiungerebbe il risultato di costruire conoscenze significative sia nella
storia generale, sia nella storia locale sia nella storia settoriale. Conoscenze
storiche a scala locale dovrebbero essere intrecciate nella programmazione a
quelle a scala mondiale e a quelle a scala macroregionale e nazionale in ogni
livello scolastico. Di nuovo possiamo citare la chiaroveggenza di B. Croce che
avendo scritto la storia di due minuscoli paesi d'Abruzzo rivendicava che
"in quelle storie [...] É dato vedere come in miniatura i tratti medesimi
della storia generale". Riusciranno i programmatori e gli insegnanti a
pensare le storie locali e le storie "settoriali" come storie che
annodano in un impianto modulare altre storie e che sono capaci di costruire
modelli di comprensione di fenomeni più generali?
Pensa che sia opportuno conservare il
percorso sul '900 nelle classi terminali? Dunque in quali? Il programma di
Storia continuerà ad essere caratterizzato da profonde differenze fra i diversi
indirizzi di studio? Quali indicazioni didattiche potranno essere adottate da
tutti?
Non sono un patito del rispetto dell'ordine cronologico
progressivo. Le esperienze didattiche mi hanno reso fiducioso nella capacità
dei bambini e dei ragazzi di costruire l'organizzazione temporale corretta di
molteplici conoscenze. Penso che la retrospezione, cioé il guardare il lontano
passato grazie alla formazione di schemi, di modelli, di concetti, di modalità
di ragionamento in rapporto con la storia più recente sia la carta vincente. Mi
piacerebbe dunque che i bambini si inoltrassero nella storia a partire dalla
conquista di alcune conoscenze sul mondo attuale e sul '900. E ciò potrebbe
valere anche per il percorso di storia del divenire del mondo: un'apertura col
mondo attuale e la storia del '900, magari in chiave di civiltà materiale, e
una chiusura con la storia del '900 nell'ultimo anno del quadriennio, in chiave
politico istituzionale. Tale proposta tiene conto della differenza di sviluppo
cognitivo e affettivo dei ragazzi da 11 a 15 anni. Nell'ultimo triennio si
potrebbe riservare la trattazione di temi e problemi della storia del '900 alla
classe terminale. Ma come voi sapete, per me il rapporto tra comprensione del
passato e comprensione del presente deve essere continuamente attivato allo
scopo di dare più senso allo studio di ogni conoscenza storica e dunque il '900
non può essere considerato come l'ultimo tratto del percorso di studi, ma come
l'osservatorio da cui esplorare il mondo storico.
Credo che reti di conoscenze differenziate a seconda
degli indirizzi di studio possano contribuire meglio alla costruzione della
personalità perseguita nell'indirizzo. Del resto se davvero si darà alle
scuole il privilegio di determinare quote dei contenuti, la conseguenza
possibile sarà una differenziazione dei programmi ad ogni livello. Le
indicazioni che potranno ridurre gli effetti indesiderati di essa possono essere
le seguenti:
·
Trattare ogni conoscenza in un impianto modulare che
assicuri la costruzione di conoscenze che possano fare da sfondi integratori per
più conoscenze (ad esempio, le conoscenze della periodizzazione e dei
contesti).
·
Trattare ogni conoscenza in modo che si costruiscano
schemi e modelli mentali disponibili per altre conoscenze.
·
Attuare processi di insegnamento e di apprendimento in
cui siano messe in tensione le capacità di compiere operazioni cognitive e
abilità operative.
·
Realizzare una mediazione didattica fortemente impegnata
a strutturare le conoscenze in modo da agevolare l'apprendimento e impegnata
anche a promuovere le capacità cognitive degli studenti.
·
Realizzare la mediazione didattica in modo che gli
studenti maturino consapevolezze metodologiche e metacognitive.
Finora si É pensato in termini di patrimonio comune di
conoscenze come alla base della koin‚ culturale della nazione. Ma a tale
pensiero si unisce anche la medesima concezione debole della mediazione
didattica trasmissiva che rende passivi gli studenti di fronte alle conoscenze
storiche. La massa degli studenti non sa che farsene, non gli interessa
acquisirne di nuove.
In futuro si potrebbe pensare che possano coesistere
differenti reti di conoscenze e un comune pensiero storico formato dalla
capacità di dare significato alle conoscenze storiche, di usarle, di
analizzarle e criticarle, di acquisirne di nuove. Per questo scopo occorre una
mediazione didattica tesa a formare con la storia personalità dotate di
competenze trasferibili al di là della rete di conoscenze acquisite: dunque
personalità attive e consapevoli costruttrici di cultura storica. Le condizioni
che ho indicate possono assicurare un passaggio agevole da un indirizzo
all'altro e da una scuola all'altra anche se i programmi dei contenuti saranno
in parte diversi: infatti la differenziazione delle conoscenze viene compensata
dalla continuità e dalla comunanza dei metodi tesi - in ogni livello e in ogni
indirizzo - a promuovere lo sviluppo delle competenze e delle consapevolezze
metodologiche e metacognitive.