

di Bernardo Draghi**
Ho insegnato nell'Istruzione professionale dal 1987
a qualche mese fa, e da ormai una decina d'anni mi occupo in modo intensivo di
didattica della storia. L'offerta dei colleghi di PRAGMA di aprire una rubrica
di riflessione su questo tema mi fa molto piacere, e insieme mi preoccupa non
poco per la spinosità delle questioni che esso inevitabilmente porta a
sollevare.
Nell'ambito del piano nazionale di formazione sui nuovi
programmi di storia (D.M. 31/1/1997) per l'Istruzione professionale, tra maggio
e novembre 1999 ho condotto insieme ad altri colleghi una fitta serie di
microseminari in Toscana, Umbria, Marche, Sardegna ed Emilia. E’ stata una
preziosa e probabilmente irripetibile occasione di confronto con colleghe e
colleghi di istituti professionali di tutti gli indirizzi, e la conferma di una
situazione generale di disagio al di là delle specifiche situazioni locali. Un
disagio dalle radici molteplici e profonde, sullo sfondo del quale
l'introduzione di programmi non facilmente riducibili al modello tradizionale di
insegnamento della materia ha esercitato tra gli insegnanti un effetto spesso
dirompente.
Qualcuno forse ricorderà il dibattito sui nuovi
programmi avviato sul Giornale il 5 marzo 1997 da un articolo di Marco Ventura,
rinfocolato sul Corriere della Sera il 21 aprile da un pezzo violentemente
critico di Ernesto Galli della Loggia e proseguito per qualche settimana sulla
stampa nazionale. Nella discussione, come spesso accade in analoghe circostanze,
sono intervenuti giornalisti, storici ed opinionisti di chiara fama, ma poco o
nessuno spazio é stato concesso agli esperti di didattica disciplinare n‚
soprattutto ai diretti interessati, professoresse e professori in carne e ossa
che per dieci mesi l'anno entrano in classe la mattina (talvolta il pomeriggio e
la sera) e cercano di insegnare storia a studentesse e studenti di
professionale, anche loro in carne e ossa, con la loro storia e le loro storie,
le loro forze e le loro debolezze. E’ di qui che mi piacerebbe ripartire, dai
nodi quotidiani del nostro insegnamento. Utili indicazioni potrebbero allora
essere offerte proprio dalle domande che in apertura degli incontri sui nuovi
programmi venivano immancabilmente e con forza sollevate dai partecipanti, e che
qui provo a riproporre senza pretese di sistematicità:
·
com'é possibile svolgere in un solo anno - il primo, con
gli inevitabili problemi di recupero e ambientamento da parte degli studenti -
un programma di storia che va dalla preistoria al Settecento, e negli altri
indirizzi della secondaria superiore viene svolto in tre anni?
·
come evitare la banalizzazione, l'indebita
semplificazione della complessità dei processi storici?
·
quale spazio può essere dato, in programmi così vasti,
allo studio della storia locale, che pure viene raccomandato dai programmi
stessi?
·
come affrontare lo studio del passato partendo da un
presente che gli studenti non conoscono?
·
come conciliare l'insegnamento modulare con la necessità
di fornire agli studenti un solido telaio cronologico?
·
inversamente, come si può pensare di svolgere un
insegnamento per moduli tematici fin dal primo anno, quando la maggioranza degli
studenti appare priva di elementari conoscenze di storia generale?
·
come orientarsi nel grande numero di finalità e
obiettivi che vengono proposti per l'insegnamento storico?
·
che cosa significa insegnare storia in modo operativo?
·
quale senso può avere insegnare storia settoriale in
quarta e quinta, se anche a questo livello spesso mancano conoscenze e
competenze di base? Non si rischia di offrire agli studenti del professionale
una storia di "serie B" rispetto a quella dei licei e degli istituti
tecnici?
·
seguendo alla lettera il programma di storia settoriale
del quarto e quinto anno, non si rischia di lasciare gli studenti disarmati di
fronte alle richieste che verranno loro rivolte in sede di esame di Stato?
·
com'é possibile svolgere un programma di storia
settoriale nelle classi articolate su più indirizzi?
·
perché insegnare la storia generale del Novecento in
terza e non in quinta, quando gli studenti sono più interessati ai problemi
della politica e dell'attualità?
·
come coordinare cronologicamente il curricolo di storia
del biennio terminale con il programma di letteratura italiana?
·
vale la pena di profondere tempo ed energie per cambiare
l'impianto tradizionale del curricolo, quando il riordino dei cicli porterà
inevitabilmente nuovi cambiamenti... ?
Mi piacerebbe che, come é sempre accaduto negli incontri
con i colleghi, anche questa rubrica, così come é stata pensata e progettata
dalla redazione, prendesse la forma di un dialogo e di uno scambio di
esperienze, di uno spazio in cui porre problemi come quelli sopra enunciati e
cercare insieme, se non a risolverli, almeno a definirne i termini sulla base di
ciò che ciascuno di noi prova e riesce - o non riesce - a fare nella sua
classe, con i suoi studenti.
In ultimo, sebbene i tempi di uscita della rivista non
consentano certo un'informazione in tempo reale, vorrei anche cercare di
segnalare ogni volta eventi, materiali, associazioni, siti web... che possano
aiutarci a tenere in movimento la nostra mente didattica: invito perciò tutti i
lettori a inviare interventi, indicazioni e proposte alla redazione di PRAGMA.
* Prendo volentieri a prestito questo titolo
dall'utile e purtroppo ormai quasi introvabile libretto di Arthur Marwick, Che
cos'é questa storia? Come si studia e come si scrive la storia, A. Mondadori -
The Open University, Milano 1979.
*Irrsae -Toscana