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L’anno che verrà

di Lucia Frigerio

 

L’anno scolastico che sta per concludersi non é certamente stato per gli insegnanti uno dei più facili né dei più scontati. Agli impegni connaturati alle esigenze del processo innovativo in atto si sono infatti assommate tensioni ed incertezze legate all’attuazione del nuovo contratto; il tutto in un contesto più generale non proprio chiaro e tranquillizzante. 

Proprio perché la situazione é problematica e complessa, occorre guardare ad essa con il massimo dell’obiettività in modo da salvarne gli aspetti oggettivamente positivi, e non rischiare di “buttare via il bambino insieme all’acqua sporca”. Così l’anno che é passato può suggerire indicazioni utili su ciò che non si deve, su che cosa é necessario, su chi deve fare. 

Tre sono gli ambiti che maggiormente stanno a cuore agli insegnanti di PRAGMA: lo sviluppo della professione docente e il relativo trattamento economico, l’obbligo scolastico come strumento per l’esercizio del diritto allo studio, il nuovo assetto delle singole scuole all’interno dell’autonomia. é stato giustamente sottolineato e ribadito che nessuna riforma della scuola é possibile se non a partire dagli insegnanti, e quindi ciò che di sicuro non si deve più fare é scavalcarli nelle decisioni che li riguardano più da vicino. Occorre anche ripensare ad essi in termini finalmente nuovi: di riconoscimento sociale, di valorizzazione delle competenze, di formazione specializzata. La procedura del “concorsone” - tanto per citare l’esempio più eclatante - é fallita a causa di contraddizioni ed incongruenze di vario genere che ne compromettevano la validità, ma una valutazione del lavoro degli insegnanti, con il conseguente concreto riconoscimento delle diversità, non può più essere elusa, pena un appiattimento impoverente e dequalificante. La proposta di affidare ai presidi e alle singole unità scolastiche l’assegnazione delle risorse finanziarie é ancora uno strumento imperfetto, ma da qualche parte occorre pure iniziare e, se é vero che all’interno delle scuole può essere possibile riconoscere la qualità del lavoro, vanno però definiti con chiarezza una serie di indicatori precisi di tale qualità, in modo da ridurre al minimo i rischi di applicazioni distorte. 

E veniamo all’elevamento dell’obbligo. Ci si muove da tempo all’interno di un contesto europeo e mondiale che impone l’estensione del diritto allo studio e al successo scolastico come strumento per la modernizzazione della società e l’affermazione della competitività al suo interno; per questo occorre ragionare in termini di obbligo scolastico, che faciliti la promozione culturale dei nostri giovani, e di obbligo formativo, che garantisca la formazione lungo tutto l’arco della vita. Non é più il tempo di una scuola di massa che imbrigli tutti all’interno di un percorso rigido e indifferenziato, abbandonando per strada chi non riesce ad adattarsi ad un modello univoco.

Occorre saper offrire percorsi di formazione flessibili, basati sullo sviluppo e sulla certificazione di competenze definite, secondo standard nazionali. Occorre anche saper aggiornare l’offerta, rendendola di volta in volta più rispondente alle richieste della società e delle diverse realtà territoriali.  

Proprio in funzione di queste esigenze é stata attribuita l’autonomia alle istituzioni scolastiche. Essa segna il passaggio dal modello rigidamente burocratico-gerarchico dell’adempimento, al modello basato sulla valorizzazione delle risorse, con l’obiettivo dell’efficienza. Proprio per questo il cammino intrapreso va percorso e consolidato: le scuole devono essere messe in grado di elaborare il proprio progetto formativo all’interno di un quadro di riferimento chiaro e ben definito da un’autorità centrale che si assuma la responsabilità di stabilire ed attuare linee guida, elaborate da esperti in funzione dei bisogni della collettività e in accordo con gli operatori direttamente interessati.   

Queste le questioni più importanti sul tappeto, secondo PRAGMA; si tratta di questioni a cui indubbiamente é stata data qualche prima risposta: pensiamo alla riforma dell’esame di Stato, all’introduzione delle funzioni obiettivo quali figure intermedie, alla legge sull’obbligo scolastico. Sono primi passi su quella strada delle riforme che può continuare solo se ognuno é disposto a svolgere fino in fondo il proprio compito: alle istituzioni centrali la responsabilità di indirizzare il cammino in modo meditato e coerente, a quelle periferiche quella di gestire la quotidianità, con senso di responsabilità ed autentico spirito di servizio nei confronti del comune interesse.

 

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