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di Giuliana Cavallo-Guzzo e Alessandra Peretta*
L’estensione dell’obbligo scolastico al primo anno di
scuola superiore porta quest’anno i docenti del biennio a misurarsi con
compiti nuovi: riorientamento, percorsi didattici personalizzati,
“passerelle”... Ogni scuola sta cercando di attrezzarsi per rispondere in
modo adeguato a queste esigenze, così da individuare veramente per ciascun
allievo il percorso formativo più adeguato; nell’ambito di queste novità può
essere utile tornare a riflettere sulle problematiche specifiche legate
all’handicap (v. “PRAGMA” n. 13, p. 4).
I riferimenti normativi fondamentali a questo riguardo
sono la legge quadro n. 104 del 5/2/1992 (in particolare, gli articoli 12, 13 e
14), la legge n.9 del 20/1/1999 sull’elevamento dell’obbligo scolastico con
il relativo regolamento e la legge sull’autonomia delle istituzioni
scolastiche (legge 59 del 15/5/1997, in particolare l’art.21). Secondo
quest’ultima legge e il relativo regolamento, che verranno estesi a tutte le
scuole a partire dal prossimo anno scolastico, le istituzioni scolastiche
progettano e realizzano interventi mirati “allo sviluppo della persona umana,
adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche
specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo
formativo” (art.1 del Regolamento). é interessante notare a questo riguardo
che la legge-quadro sull’handicap ha in un certo senso precorso la normativa
prevista dalla legge sull’autonomia, laddove afferma che: “L’integrazione
scolastica ha come obiettivo lo sviluppo delle potenzialità della persona
handicappata nell’apprendimento, nella comunicazione, nelle relazioni e nella
socializzazione” (art. 12). Tutto ciò implica però necessariamente che si
passi da un’attività didattica trasmissiva di sole conoscenze ad una
costruttiva centrata non solo sui contenuti ma anche e soprattutto sulle
competenze, su percorsi da elaborare piuttosto che da assumere preconfezionati,
da scoprire più che da memorizzare e ripetere. Da questo punto di vista, la
presenza di un alunno diversamente abile in classe può e deve diventare
un’occasione preziosa per ricercare, a vantaggio dell’intera classe, modalità
di relazione interpersonale più autentiche e percorsi didattici più flessibili
e personalizzati; é importante però che tale obiettivo sia perseguito e
condiviso da tutto il Consiglio di classe, nella piena consapevolezza dei propri
compiti e delle proprie responsabilità, in tutte le fasi dell’anno
scolastico: diagnosi, programmazione, verifica intermedia (con eventuale
riorientamento), valutazione finale.
La fase diagnostica, che é sicuramente cruciale, si
svolge sovente in condizioni di grande precarietà, quando molti insegnanti di
sostegno non sono stati ancora nominati: questo rende difficile in molte scuole
l’adempimento di tale compito, che invece é fondamentale per arrivare ad un
Piano educativo veramente personalizzato. La legge-quadro infatti prevede, come
elemento importante di passaggio tra la diagnosi funzionale curata dagli
specialisti e il Piano educativo personalizzato, il Profilo dinamico funzionale,
redatto congiuntamente dagli operatori dell’ASL e dai docenti con il
contributo della famiglia; nella realtà il contributo degli specialisti, come
anche la loro partecipazione
ai Gruppi di lavoro sull’handicap, sono spesso
sporadici quando non addirittura nulli. In una simile situazione diventa
importantissimo valorizzare le risorse disponibili: ogni scuola dovrebbe creare
un archivio di griglie di osservazione diversificate in funzione della gravità
dell’handicap, cui attingere di volta in volta secondo le necessità. Il
Profilo dinamico funzionale, se é articolato adeguatamente, può diventare una
guida preziosa per la progettazione degli interventi, evidenziando i bisogni
dell’alunno e le sue risorse e indicando le strategie utili per attivarle e
valorizzarle. Il progetto educativo vero e proprio é invece contenuto nel Piano
educativo personalizzato (PEP): anche in questa fase il ruolo del consiglio di
classe é fondamentale: é necessario infatti confrontare i risultati delle
osservazioni di inizio d’anno (attraverso le quali si definisce il percorso
formativo dell’alunno p.d.h.) con gli obiettivi della classe, in modo da
stabilire se é necessario attuare una programmazione differenziata o una
equipollente. Questa scelta é però modificabile nel corso dello stesso anno
scolastico o nel passaggio da un anno scolastico all’altro, se si riscontrano
risultati diversi da quelli previsti nella fase iniziale. é perciò importante
sottoporre a verifiche periodiche, soprattutto nelle classi prime, i PEP degli
alunni, in modo da poter operare tempestivamente eventuali cambiamenti.
Anche le iniziative di orientamento e riorientamento per
gli alunni portatori di handicap richiedono un’attenzione particolare; come
sancisce l’art. 2 del Regolamento, gli interventi delle istituzioni
scolastiche devono “motivare, guidare e sostenere la prosecuzione del percorso
scolastico negli istituti della scuola secondaria di II grado, nella prospettiva
del conseguimento della qualifica professionale e/o del diploma, da parte degli
allievi che ne abbiano le potenzialità”; esiste anche, inoltre, la possibilità
di costruire percorsi educativi individualizzati e integrati
istruzione-formazione con centri di formazione professionale. Vale la pena di
sottolineare, a questo riguardo, quanto sia delicato il compito dei consigli di
classe, che devono orientare tenendo conto di molteplici fattori: in certi casi,
ad esempio, affrontare per due anni consecutivi il disagio di inserirsi in un
ambiente nuovo può essere controproducente per quanto concerne l’aspetto
delle relazioni interpersonali in un’età cruciale come l’adolescenza. é
importante quindi evitare qualsiasi interpretazione riduttiva del riorientamento
che sottolinei solo le carenze di conoscenze dell’alunno portatore di
handicap, cercando invece di individuare, d’intesa con la famiglia,
l’ambiente più idoneo allo sviluppo della sua personalità e alla sua
integrazione.
*docenti all’Ipssar “C. Porta” di Milano