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di Carla Rovai*
Proprio quest’anno quando mai avrei pensato di essere
coinvolta nel nuovo esame di stato, io, un’insegnante di educazione fisica,
sono stata nominata presidente di commissione, senza neanche aver barrato
l’opzione corrispondente.
Precedentemente ho avuto esperienza di esami di maturità
come commissario interno, per aver insegnato nelle medie inferiori e quindi
partecipato agli esami di licenza media per diversi anni. Ora insegno in un
istituto professionale dove si svolgono esami di qualifica. Non ho partecipato a
nessun corso di aggiornamento specifico sul nuovo esame né sono stata
sollecitata a farlo.
Come docente di due classi quinte mi sono preoccupata di
comprendere le novità introdotte. Tutto questo mi ha aiutata ad affrontare
questo nuovo compito a cui non mi sono sottratta in termini di impegno e buona
volontà; ciò non toglie che mi sia sentita un poco una “dilettante allo
sbaraglio”. A compito appena terminato, mi sorgono spontanee alcune
considerazioni: il nuovo esame di stato ha messo in gioco non solo le conoscenze
e le competenze dei candidati, ma anche quelle degli insegnanti e di coloro che
lo hanno innovato. Il punto di forza é la collegialità. Questa dimensione di
interdipendenza tra gli insegnanti non é di facile attuazione, perché non si
tratta di mettere insieme le competenze didattiche e disciplinari di ciascuno,
ma di modificare il punto di vista individuale e soggettivo, di sacrificare le
proprie certezze, di ridurre la propria autonomia, a vantaggio della
programmazione comune, dell’approccio multidisciplinare ai saperi, della
scelta di tematiche trasversali, della condivisione dei criteri di valutazione.
Perché questo avvenga, perché gli insegnanti siano davvero in grado di attuare
ciò che questo esame verifica e valuta, devono condividere l’innovazione,
devono essere motivati al cambiamento. Un cambiamento che necessita di un
aggiornamento effettivo, che non fornisca solo un aumento di contenuti, ma anche
nuove tecniche didattiche che aiutino i docenti ad uscire dall’isolamento
dell’orario in classe e della lezione frontale. Un cambiamento che richiede
una maggiore organizzazione e flessibilità del lavoro di tutte le componenti
dei singoli istituti. Un cambiamento che faccia sentire tutti i docenti una
parte importante, attiva e determinante all’interno degli organi collegiali.
In quest’ottica l’esame dovrebbe diventare il momento conclusivo e coerente
di una didattica rinnovata, programmata, con finalità condivise e con obiettivi
da raggiungere, verificabili e valutabili. Seguendo il filo di questo discorso,
una particolare attenzione deve essere rivolta al colloquio, quando lo studente,
attraversati i molti ostacoli del lunghissimo percorso scolastico, si siede di
fronte alla commissione.
Anche gli “esterni” ormai hanno avuto modo di
conoscerlo, attraverso la documentazione personale, il documento del consiglio
di classe, le precedenti prove d’esame, la “tesina”; lo studente é stato
ormai osservato, esaminato, valutato più volte, ma ora ha l’opportunità di
esporre con soddisfazione quegli argomenti che maggiormente lo hanno
interessato, su cui più attentamente si é preparato.
Certamente il candidato deve essere orientato a scegliere
problematiche a valenza pluridisciplinare, che consentano alla maggioranza dei
docenti di intervenire con domande ed approfondimenti soprattutto per coloro le
cui discipline sono state verificate in modo minore durante la 1°, 2°, 3°
prova.
Per questo gli insegnanti non dovrebbero disattendere la
natura colloquiale di questa prova finale e ricondurla ad una rigida
interrogazione su contenuti frammentari e di esclusiva natura disciplinare.
Ho constatato quanto sia difficile per gli insegnanti
cedere allo studente un ruolo da protagonista, siamo infatti da sempre abituati
a condurre le interrogazioni in stretta relazione alle competenze disciplinari e
ad indagare talvolta più approfonditamente, proprio dove percepiamo la fragilità
della preparazione. Come presidente, in accordo con la commissione esaminatrice,
ho richiesto ai candidati che lo ritenessero opportuno, tracce di colloquio
preventive per indicarci ulteriormente conoscenze, capacità e competenze del
loro personale percorso formativo.
Questa piccola strategia più volte suggerita durante le
riunioni di preparazione dei docenti, ha aiutato la commissione esaminatrice a
preparare un percorso ideale per i singoli colloqui e a porre il candidato nella
migliore condizione, coerentemente alle indicazioni ministeriali che individuano
come obiettivo del colloquio non tanto l’accertamento di semplici contenuti,
ma quello della padronanza della lingua, della capacità di utilizzare le
conoscenze acquisite, della competenza, della capacità di collegare e discutere
sotto vari profili, i diversi argomenti di
interesse pluridisciplinare attinenti ai programmi e al lavoro didattico
dell’ultimo anno.
*docente all’Ipssct “B. Cavalieri” di Milano