L'ottimizzazione delle risorse
Accordi tra scuole per l'uso comune di attrezzature, scambi tra docenti,convenzioni con enti pubblici. Le diverse ipotesi di utilizzo ottimale delle risorse, prendendo spunto dalla recente circolare al riguardo
di Dino Pellizzaro
La Direzione Generale ha inviato a Provveditori e Presidi degli Istituti Professionali una circolare che contiene alcune interessanti valutazioni su quale debba essere lo sviluppo delle risorse per l'insegnamento e l'apprendimento (Circolare N° 7000/B/1/A del 5/7/94), la cui lettura è molto utile.
Il documento della Direzione parte prendendo in considerazione il quadro generale: i possibili provvedimenti legislativi che si vanno delineando individuano una tendenza alla crescita di autonomia di ogni singolo istituto, ma anche un pesante restringimento delle risorse economiche a disposizione per il settore. Eppure, a fronte di questa riduzione di spesa, il settore dell'istruzione comporta un aumento delle funzioni e degli obiettivi che gli vengono assegnati. Come risolvere allora il dilemma a forbice tra riduzione del bilancio e aumento delle funzioni?
Si tratta certo di razionalizzare il comparto: il documento offre suggerimenti in questo senso, ipotizzando tre soluzioni tra loro correlate:
- la ricerca di risorse aggiuntive;
- l'ottimizzazione dell'impiego delle attrezzature e la politica degli acquisti;
- i sussidi didattici.
L'intento dell'articolo non è discutere sui vincoli complessivi, di tipo economico-politico, ma sulle tre soluzioni presentate non possiamo che concordare, anche se, come tecnici della scuola, dobbiamo fare alcune riflessioni per la traduzione operativa efficace dei punti sopra visti.
Per quanto concerne il primo punto, la Direzione si fa carico di ricercare con impegno ogni possibile forma di sostegno dell'attività degli istituti, tuttavia ritiene necessario che ogni singolo istituto si sforzi nel consolidamento e nell'ampliamento del proprio autofinanziamento. L'autonomia, così come prefigurata dall'art.4 della legge 537/93, consente infatti di rafforzare da questo punto di vista il rapporto tra istituti, utenza e realtà locali.
Il documento della direzione prevede varie strade da seguire:
- finanziamenti per partecipazione a programmi locali di sviluppo;
- partecipazione a programmi comunitari;
- attività per conto terzi;
- sfruttamento degli impianti, compatibilmente con l'attività didattica;
- sponsorizzazioni.
Vale la pena approfondire un poco alcune possibilità che ci sembra (e speriamo di essere smentiti) non siano state particolarmente seguite dagli istituti. E partiamo dai laboratori, che, come è noto, rappresentano una fetta significativa della spesa, se si desidera mantenere la preparazione degli studenti ad un livello adeguato a ciò che troveranno all'esterno, e che, come gli stessi documenti ministeriali affermano, sono il luogo centrale della didattica nei Professionali.
Iniziamo con il valutare se sia possibile utilizzare appieno le risorse di laboratorio secondo una logica non egoistica di istituto, ma diventando nodi di una rete. Del resto ciò succede in vari campi, come ad esempio nella trasmissione dei segnali o in informatica con il time sharing. Tale operazione, che potremmo chiamare resource sharing, o condivisione delle risorse, non è difficile: si tratta di gestire opportunamente i tempi di impiego e di attesa per l'uso di una risorsa. Facciamo un esempio. In un precedente articolo si discuteva la tesi per cui non esiste un unico modo e un unico tempo per affrontare gli argomenti delle materie tecniche professionali, ma che, all'opposto, i tempi con cui gestire una materia possano essere identificati in genere con ampia libertà nel corso dell'anno scolastico.
C'è da chiedersi allora se non sia possibile costituire una rete di istituti professionali all'interno della quale scambiare sussidi didattici il cui costo può essere proibitivo per un solo istituto e il cui utilizzo avviene solo durante un particolare periodo dell'anno. Scendendo nel concreto, un PLC (la sigla significa "controllore logico programmabile" e il dispositivo serve ad elettrici ed elettronici per la programmazione delle funzioni di impianti elettrici complessi: mi perdonino i tecnici per questa discutibile definizione) può costare da uno a svariati milioni.
In realtà l'uso di questa attrezzatura, per come sono costruiti i programmi di tecnica professionale, rappresenta solo un momento della didattica, momento che può essere spostato con una certa libertà, all'interno dell'intero anno scolastico. Uno scambio di risorse tra le scuole consentirebbe di ridurre drasticamente i costi. La stessa cosa può essere effettuata per l'acquisto dei costosi pacchetti applicativi, destinati ad essere utilizzati per una frazione marginale rispetto alle quaranta ore settimanali.
Possiamo ipotizzare anche qualcosa di più interessante. Perché non pensare anche a scambi di docenti in funzione della loro preparazione su un argomento specifico? Ciò significherebbe un maggior approfondimento del tema stesso, ad un miglior livello qualitativo, un graduale alineamento dei vari istituti su alcune parti del programma, e la possibilità di far sentire realizzato il docente che accetta tale situazione. Lo scambio di esperienze attraverso la rete di scuole così organizzate non potrebbe che dare buoni frutti, evitando il chiudersi ad ostrica a rimirare ciò che ciascuno di noi ha fatto, senza consentire che altri facciano altrettanto, apportando sempre possibili migliorìe. Insomma, bisogna utilizzare la logica per cui è più opportuno mostrare i quadri nei musei pubblici, piuttosto che rinchiuderli nei caveau delle banche, con l'unica ambizione del possesso e non della fruizione generalizzata.
Vogliamo ora sottolineare una ulteriore possibile via per il contenimento della spesa correlato al miglioramento della proposta formativa.
Spesso il materiale che si usa nei laboratori dei primi anni in campo elettrico-elettronico è acquistato a prezzi rilevanti rispetto alla tecnologia e ai componenti con cui è costruito: ogni istituto potrebbe organizzarsi in modo da costruire autonomamente, proprio durante le ore di lezione, approntando anche momenti di controllo qualità, alcuni dispositivi, che potrebbero essere "barattati" con altri costruiti da altre scuole. Il significato di questa operazione è chiaro: suscitare interesse negli allievi e positivo spirito di emulazione. Ogni studente ha il proprio lavoro, con la sua qualità intrinseca derivante dall'uso che altri ne fa, riconosciuto all'esterno, e ciò lo gratifica. L'operazione diminuirebbe anche un microvandalismo difficile da estirpare e pericolosissimo per la costruzione della responsabilità dei futuri cittadini.
C'è da chiedersi anche se siano possibili ipotesi di cooperative, composte da studenti e docenti, che offrano il loro impegno ad enti pubblici, nel campo cui si riferisce la preparazione scolastica: piccole manutenzioni, piccoli rilievi, ordinamenti di archivi e così via consentono contatti con il sociale, a livello di microsocialità, di notevole interesse per la scuola e per il proprio contesto. Un esempio da imitare potrebbe essere quello dell'Istituto Marco Polo di Cecina, che ha realizzato una collaborazione con il Comune per l'organizzazione di soggiorni estivi per anziani (ne abbiamo parlato nel primo numero).
Anche in questo caso il proporre le capacità di ogni singolo allievo e della scuola complessivamente avrebbe il significato di vendere bene la propria immagine all'esterno, di rendere gli allievi consci delle problematiche che il lavoro offrirà loro in seguito e di sostanziare la loro opera attraverso la verifica dell'utilità sociale della stessa. In sostanza si tradurrebbe in un incremento della professionalità basata più sugli obiettivi che sulla conoscenza di parti del programma destinate ad essere obsolete nel tempo. Per certi versi, sembra più facile procedere secondo queste direzioni che ipotizzare un'alternanza scuola lavoro di tipo "classico", dati i tempi che corrono. Ovviamente ciò non significa non tener conto delle possibilità che si aprono creando o amplificando i rapporti con le aziende del territorio, secondo le linee che il documento più volte citato precisa.
Ognuna delle possibilità sopra viste va chiarita, sezionandola in modo da definire meglio i problemi che possono sorgere (responsabilità, assicurazioni, variazioni dei programmi scolastici o degli orari e così via), ma riteniamo che esse siano praticabili, almeno quanto gli stages su cui il documento della direzione si sofferma a lungo.
L'impressione è che tali scelte possano andare nella direzione che il documento evidenzia con estrema puntualità e chiarezza: puntare sull'apprendimento dell'essenziale, ripensare la didattica in una logica di progettualità flessibile e assumere un'ottica globale.
Forse qualche istituto si è già mosso in questo senso: in questo caso ci piacerebbe, e sarebbe importante per tutti, che la rivista potesse essere considerata luogo di presentazione delle varie esperienze.
Resta da vedere se, a fronte dell'aumento del carico del lavoro, qualitativo e quantitativo, ci potrà essere un riconoscimento, economico e normativo, sul contratto che (la parola stessa lo dice) è passato remoto.
 |
|
|
|
Articolo precedente |
Articolo seguente |