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a cura di Angela Montagna Continuiamo a proporre opinioni, idee, critiche sul rapporto tra l'istruzione professionale e il mondo del lavoro; l'intervista di questo numero, con il professor Patroncini, che si occupa di sindacato scuola, e in particolare del settore professionale, a livello nazionale, ci permette di porre domande legate a problemi generali, ma anche alla nostra professionalità di docenti, stimolati da nuovi confronti, ma anche preoccupati di affrontarli nella loro complessità.
Gli istituti professionali stanno ormai da anni aprendo un interscambio con il mondo produttivo, per adeguare la loro offerta formativa ai mutamenti in atto sullo scenario del lavoro. Secondo lei sarebbe po'apertura analoga anche da parte degli altri tipi di scuole superiori e in quali forme potrebbe avvenire?
Sicuramente l'interscambio con il mondo produttivsitiva uno costituisce una condizione ineliminabile dello sviluppo dell'educazione soprattutto nei suoi segmenti superiori. Naturalmente ciò è avvenuto prima in settori storicamente segnati da questo rapporto, come il professionale. Ma è giusto che tutti i settori valorizzino questo aspetto. E non parlo solo dell'altro settore anch'esso 'segnato', il tecnico; parlo anche dei licei: infatti le modificazioni produttive hanno in larga parte modificato anche il ruolo di questi ordini di scuola e il loro rapporto con le attività lavorative. Basta pensare al rilievo che assumono ormai nel tessuto produttivo le attività di comunicazione e quelle di formazione. Questa situazione crea realmente i presupposti materiali per porre fine a quell'alone di astrattezza che sembrava caratterizzare l'istruzione classica, scientifica e artistica.
Tale affermazione potrebbe sembrare in contrasto con la tendenza oggi in atto a modificare gli studi in direzione di uno zoccolo culturale comune a tutti gli ordini di scuola più alto, ma in realtà così non è, in quanto una maggiore uniformità culturale da un lato non esclude, anzi richiede a maggior ragione, un orientamento, dall'altro rende comuni anche le esigenze di praticità insite nel principio dell'interscambio con il lavoro produttivo.
Le forme possono essere molteplici anche perché attengono alle varie dimensioni dell'organizzazione didattica da un lato e dell'organizzazione economica dall'altro: si va dalla conoscenza delle prospettive di sviluppo di un settore all'esperienza sul campo o, se si preferisce, dall'orientamento nelle sue molteplici forme allo stage di scambio scuola-lavoro.
Secondo lei la scuola sta adeguando i suoi criteri formativi alle esigenze del mondo del lavoro o siamo di fronte a due segmenti che rimangono impermeabili tra di loro?
Non credo che la scuola e il lavoro siano mai stati impermeabili, nonostante le incomprensioni reciproche su questo argomento. Certo è che questa relazione è stata scarsamente studiata e, quando è stata colta, lo è stata nei suoi aspetti più superficiali. Non sono pensabili, per esempio, né l'azienda moderna né il tanto decantato mercato, nelle forme in cui lo conosciamo oggi nel nostro paese, senza il ruolo, sicuramente non programmato, ma altrettanto sicuramente possente, della scolarizzazione di massa. Voglio dire che in un paese irrigidito in indirizzi produttivi, avviamenti al lavoro e 'sbocchi sicuri', ammesso che sia possibile, ce la sogneremmo una circolazione delle merci come quella che abbiamo, compresa la circolazione della merce culturale.
Probabilmente occorrono più rigore e più attenzione alla reciproca permeabilità dei due segmenti, il che non significa un sistema scolastico, tanto mitico quanto inesistente, che dia la risposta giusta al momento giusto, quanto un sistema che metta in condizione l'odierno studente, futuro lavoratore, di dare più risposte nei tempi diversi della storia, sua personale e della società in cui vivrà.
I docenti delle discipline tecnologiche hanno una preparazione adeguatamente 'professionalizzata' per reggere l'impatto con le nuove richieste di formazione?
Tutti i docenti, non solo quelli delle discipline tecnologiche, arrivano all'insegnamento con una preparazione scarsamente 'professionalizzata', non tanto sul piano dei contenuti quanto su quello delle metodologie. Il nodo da risolvere è quello di una preparazione di ingresso decisamente rivolta all'insegnamento e non solo all'uso delle competenze acquisite. Le leggi non mancano, vedi la legge di riforma dell'università che prevede corsi post laurea abilitanti all'insegnamento, ma pare proprio che non si vogliano applicare.
Tuttavia le nuove richieste di formazione implicano anche nuove competenze e quella che io definirei la capacità di muoversi dentro a una situazione abbastanza nuova per compiti e obiettivi. Anche qui però il problema non lo limiterei solo ai docenti delle discipline tecnologiche, altrimenti rischiamo di cadere in una concezione del rapporto con il mondo produttivo, con le sue novità e con le sue dinamiche, tutto chiuso dentro rigidità cognitive.
Come dovrebbero muoversi gli istituti professionali per soddisfare l'esigenza di formazione permanente che viene dal mondo industriale, in accordo con chi? solo con le aziende o anche con le altre forze interne alla dialettica del lavoro (organizzazioni sindacali, poteri territoriali)?
L'esigenza di formazione permanente ha nel nostro paese una duplice valenza: quella, comune a tutti gli altri paesi economicamente avanzati, di consentire di stare al passo con le innovazioni e le modificazioni dei processi produttivi e del mercato del lavoro, e quella, particolare del nostro paese, di colmare il divario culturale esistente tra la nostra forza lavoro e quella di altri paesi, colmatura che non può essere affidata solo alla rigenerazione di questa forza lavoro, man mano che vi entrano le generazioni più giovani e più scolarizzate.
Per questo motivo la formazione permanente da noi non può essere diretta solo all'aggiornamento, per così dire, delle capacità lavorative di chi già possiede un livello di istruzione superiore, cosa che potrebbe anche essere affidata ad autonome iniziative delle scuole, ma deve prevedere anche una seria politica nazionale di educazione degli adulti. Oggi mi pare che manchino entrambi questi elementi. Una maggiore autonomia degli istituti potrebbe favorire il primo di questi compiti, ma non può diventare l'alibi per non affrontare il secondo.
Occorrono poi più coraggio e determinazione nell'introdurre, sia nell'uno che nell'altro caso, sistemi flessibili di istruzione che valorizzino i crediti formativi a vario titolo accumulati per accelerare i tempi di percorrenza scolastica o ridurre gli orari di frequenza.
Il tutto non può essere però condotto solo in accordo con le aziende e tanto meno con una singola azienda: non siamo più all'epoca in cui l'operaio frequentava le scuole serali interne alle grandi aziende per ottenere una mobilità ascensionale interna; oggi tutto si gioca sul territorio come sede naturale in cui si colloca il mercato del lavoro. D'altra parte le stesse ristrutturazioni aziendali sono sempre meno un fattore interno delle aziende, ma comportano, attraverso il decentramento produttivo, l'interrelazione con l'indotto e altre forme persino individuali di rapporto di lavoro, una ridislocazione delle risorse produttive sul territorio. E' giusto perciò che sul territorio si collochino queste relazioni con la partecipazione di tutti i soggetti che vi operano.
La CGIL Scuola giudica positivamente il fatto che il Ministero della Pubblica Istruzione stipuli convenzioni con la grande imprenditoria privata, e quali vantaggi e svantaggi reciproci ci possiamo aspettare?
Riteniamo positivo che vi sia questa collaborazione, anche se occorre una maggiore trasparenza in questo tipo di convenzioni, soprattutto se questa diventerà una pratica diffusa. Per ora, anche a detta delle stesse organizzazioni imprenditoriali, non ci pare che la grande imprenditoria sia comunque lanciata su questo terreno, fatte salve molte chiacchiere e alcune preziose eccezioni. Forse anche per questo non penso che ci siano per ora i rischi dei pesanti condizionamenti che alcuni 'apocalittici' vogliono vedere in questo tipo di operazioni.
Come reagisce il Sindacato Scuola a fronte del diverso trattamento economico e inquadramento contrattuale che si realizza con la convivenza all'interno della scuola di docenti statali e di esperti di provenienza regionale o industriale provata?
Il sindacato non esclude che possano sorgere, e da qualche parte sono già sorti soprattutto in relazione ai corsi post-qualifica dell'istruzione professionale, problemi su questo diverso trattamento, soprattutto laddove la spesa per questi esperti dovesse risultare eccessiva e controproducente a confronto di una spesa per prestazione analoga da parte di un docente statale. In questo caso occorrerà rivedere le convenzioni. Per il resto, dal momento che la scelta di ricorrere ad esperti esterni è dettata da due esigenze ineludibili, quella di avere un rapporto più stretto con le realtà produttive e quella di garantire la flessibilità che tale rapporto richiede, tali contraddizioni verranno affrontate nei rispettivi contratti di lavoro.
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