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L'ISPETTRICE RISPONDE
Non sarà anche un po' colpa della normativa?
Durante lo svolgimento degli ultimi esami di maturità professionale del nuovo ordinamento è emerso ancora una volta un disagio assai diffuso nella fase delicata del colloquio orale. Il disagio è stato rilevato sia dagli studenti sia dai docenti (questi ultimi in prevalenza, anche se non solo, commissari interni). Gli elementi di insoddisfazione più ricorrenti sono stati:
- la sottovalutazione delle tesine, giudicate spesso dalla commissione come poco personali, se non addirittura sospettate di totale copiatura, anche non dimostrata o dimostrabile, e quindi relegate ad un ruolo di semplice e banale introduzione al colloquio;
- la resistenza di molti commissari esterni a leggere e a comprendere il lavoro delle tesine, a volte motivata da una presunta mancanza di competenze specifiche, ma assai spesso giustificata con limiti di tempo;
- l'enfatizzazione del peso del colloquio sulle due materie oggetto d'esame;
- la conduzione del colloquio con modalità assai tradizionali, nel senso meno positivo del termine, e cioè svolta su contenuti molto parcellizzati se non anche poco significativi e scarsamente caratterizzanti le varie discipline.
Eppure a molti docenti era parso che sulla carta le cose fossero chiare, che la normativa desse indicazioni inequivocabili e che per tutti i commissari, compresi quelli meno esperti od informati sul nuovo ordinamento, fosse tracciata una linea abbastanza precisa di condotta; evidentemente non era così e alcune espressioni possono risultare ambigue.
Forse il requisito di "sviluppo approfondito"1 dell'argomento della tesina rende ipercritici tanti commissari che si sentono così autorizzati a pretendere nuove e mai sperimentate applicazioni di strategie di marketing o di ingegneria elettronica: non varrebbe la pena di specificare meglio il livello a cui si può e si deve collocare l'attività di ricerca di uno studente al quinto anno del professionale? E, ancora, perché non sottolineare con maggior incisività il carattere di autorevolezza dei giudizi espressi sulle tesine da parte dei consigli di classe in sede di valutazione per l'ammissione all'esame?
Il fatto che il colloquio "prosegua"2 (e non magari invece "sia completato", "si concluda") nelle due materie oggetto d'esame, non può essere interpretato come un'autorizzazione ad attribuire a questa parte lo stesso peso di quello della discussione della tesina su cui "essenzialmente"3 dovrebbe vertere la prova orale?
Pensiamo infine che basti aver usato l'espressione "concetti essenziali"4 per frenare l'indomabile tentazione all'enciclopedismo e al protagonismo di molti commissari? Non varrebbe la pena di ricordare anche qui che i candidati sono già stati valutati, in relazione al conseguimento degli obiettivi cognitivi e formativi individuati nelle diverse discipline, attraverso le varie prove strutturate di fine anno, e che tali prove fanno parte della documentazione sottoposta all'esame della commissione?
Insomma: è pensabile una revisione della normativa che la liberi, almeno in parte, da questi equivoci interpretativi e che preveda condizioni di tempo e di retribuzione più consone ad un esame di maturità che comporta adempimenti professionali di un certo impegno?
Lucia Frigerio
1 D. M. 9 marzo 1995, n. 82, art. 46, b, c. 4
2 Ibidem, art. 46, b, c. 5
3 Ibidem, art. 46, b, c. 4
4 Ibidem, art. 46, a, c.
RISPONDE L'ISPETTRICE TECNICA
LILIANA BORRELLO
Bisogna riconoscere che gli esami di maturità, a volte, producono risultati in contrasto con quelli documentati dai curricula scolastici dei candidati. Tali risultati, traumatici per i giovani che li subiscono, vengono determinati da diversi elementi che interagiscono; purtroppo spesso i maggiori danni vengono prodotti là dove, come nel nuovo ordinamento dell'istruzione professionale, l'innovazione ha portato a prevedere esami di maturità più complessi, che presuppongono una realizzazione degli stessi con personale docente che ha operato nel progetto o comunque ben documentato, disposto ad applicare bene non solo la lettera, ma anche lo spirito della normativa ed a valorizzare le diverse fasi della valutazione finale senza enfatizzare un solo segmento della medesima. Sono convinta che l'attuale normativa fornisce ampi elementi per guidare una documentata valutazione dei candidati.
Mi dispiace, ma non posso concordare con la prof.ssa Frigerio circa le "colpe" del D.M. 9/3/95 in relazione alla resistenza dei commissari a comprendere ed addirittura a leggere le tesine, tale modus operandi non trova certo supporto nella normativa, che qualifica il lavoro di ricerca come fulcro su cui far ruotare il colloquio e lo collega al profilo professionale, alle attitudini, alle esperienze ed agli interessi del candidato. Sempre in relazione a quanto proposto dalla professoressa circa la sostituzione del termine "proseguire" con il termine "concludere", temo che tale sostituzione non aiuterebbe il lavoro della commissione, infatti a tale verbo il dizionario della "Treccani" attribuisce, tra gli altri, anche questo significato, "fare, effettuare qualche cosa dopo aver compiuto tutti i preliminari necessari" è evidente che l'utilizzo di questo termine potrebbe indurre a fuorvianti applicazioni della norma e a considerare la trattazione della tesina solo un 'preliminare'. L'ulteriore indicazione fornita per la prosecuzione del colloquio su concetti essenziali dovrebbe comunicare, senza ombra di dubbi ed in considerazione dell'attività svolta, che non c'è spazio per una verifica disciplinare di tipo tradizionale, ma è tempo di consentire al giovane di dimostrare a che livello ha conseguito le competenze professionali indicate nel profilo, uscendo, in questa fase finale, dallo specifico disciplinare che, in momenti precedenti, ha avuto ampie possibilità di verifica. L'impostazione dell'esame su vecchi schemi non trova supporto nella normativa, i membri delle commissioni di maturità hanno il dovere, lì dove serve, di intervenire e 'pretendere' l'applicazione della medesima utilizzando tutti gli strumenti a disposizione.
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