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di Dino Pellizzaro
Lo strato interno della corteccia della pianta, quello che una volta serviva per scriverci
su, aveva come nome liber; è da questa parola che deriva il termine libro, con il quale
però, se va bene, troppo spesso si effettua solo l'operazione di lettura. Per certi versi
la disattenzione e la disaffezione che gli studenti hanno nei confronti della scuola
dipende (anche) da questa separazione tra il sentir dire (il leggere) e il fare (lo
scrivere o il mettere le mani), insomma, tra il libro e la realtà. Specie in materie come
elettrotecnica, elettronica e impianti questa dicotomia è visibile, tanto che «lo
scritto si è sostituito alla realtà [...] così sorge il mondo dei libri come
antinatura» (H. Blumenberg, La leggibilità del mondo. Il libro come metafora della
natura, Il Mulino, 1984). Se si volesse peraltro compilare una bibliografia che indichi i
modi di scrivere un libro (troveremmo spunti sostanziali in Comenio, Rousseau, Eco e
Maragliano) potremmo verificare che l'autore, se è bravo, propone quello che secondo lui
è il miglior modello di acquisizione della materia e quelli che secondo lui sono i
concetti essenziali della stessa. Per la stesura di testi tecnici la bibliografia è, più
che ridotta, inesistente; tuttavia quanto detto poco sopra rimane, evidentemente, valido.
Tanto che i concetti di elettrotecnica sono sviluppati in modo diverso, sia nella forma
che nei contenuti. Il "target" del professionale è (ovvio!) diverso dal target
dell'istituto tecnico. La mancanza di conoscenze approfondite di matematica, l'esigenza di
insegnare una disciplina già a partire dai quattordici anni, la necessità di affrontare
temi che si avvicinino di più a quello che può essere il vissuto degli studenti portano
nel loro complesso i volumi a non poter essere una banale semplificazione di testi più
complessi. Da questo punto di vista c'è da dire che qualche tentativo in questo senso è
stato comunque fatto e che qualche insegnante si picca ancora di utilizzare proprio nel
professionale testi più adatti ad un corso parauniversitario. Alcune considerazioni
problematiche
Per motivi di spazio non è possibile analizzare più approfonditamente le
caratteristiche dei vari volumi; bisogna dire che vi sono modi diversi di presentare una
materia difficile. Per la verità, un'analisi più puntuale ci farebbe scoprire altre
ragioni, altre strade percorse, altre presentazioni tipografiche. La varietà formale e
sostanziale indica anche che non si è raggiunto uno stadio ottimale nella presentazione
della materia. Troppo spesso infatti si ha a che fare con libri miseri e sommari (per
citarne uno, il Petrucci) o sovrabbondanti o che presentano tutto come se fossero dei
manuali, ma che non invogliano alla lettura, in cui si trova spazio per esperimenti non
riproducibili in laboratorio o per termini assolutamente inadatti all'età e alla
preparazione dei nostri allievi. In alcuni casi le lungaggini espositive allontanano il
lettore e la banalizzazione di alcuni concetti non vanno nel verso della chiarificazione
dei concetti essenziali. In altri casi il legame tra le parti è così stretto da non
consentire al docente autonomia nell'organizzazione del programma. In altri ancora non
viene data la giusta importanza all'indice, considerandolo solo un modo di riempire
qualche pagina e non uno strumento essenziale di conoscenza. Perché non tentare di
produrre un indice sotto forma di schemi a blocchi? Perché non tentare di percorrere
altre strade, ad esempio discutendo su cosa significhi ascoltare e vedere, oltre che
leggere?
Per nostra formazione professionale riteniamo che vadano compiuti altri sforzi per
arrivare ad un prodotto, per la scuola, che sia corretto dal punto di vista dei contenuti,
non sovrabbondante, con esempi che non siano troppo complessi, con una grafica
accattivante e chiara, un testo che parta dal laboratorio come punto centrale della
formazione, e che, partendo dall'elettrotecnica, faccia emergere l'esigenza di imparare
altro: la voglia di domandarsi, di leggere, di sperimentare, di mettere in campo le
proprie abilità, di modificare il mondo.
Una comparazione a tre
Entriamo più nel merito di un'analisi comparata di tre testi, che indichiamo solo con A,
B, C, sia dal punto di vista dei contenuti, che dal punto di vista della forma, del testo
ed editoriale, tenendo presente che tutti e tre sono stati editi prima dell'attuale
puntuale formalizzazione dei programmi, che peraltro rimane per certi versi non lontana
dalla precedente versione.
Il testo "A" porta un capitolo introduttivo su alcuni concetti di matematica
ritenuti essenziali; tale capitolo tuttavia non ha alcun riferimento esplicito con
l'elettrotecnica. La stessa cosa avviene per "C", che dedica a questo aspetto
più spazio e una serie di esercizi a risposta chiusa. Non c'è traccia di questo aspetto
nel testo "B".
Il testo "A" procede con la parte specifica non particolarmente finalizzata ad
esprimere i concetti attraverso esperienze di laboratorio, ma piuttosto attraverso
passaggi di tipo matematico mediante i quali si arriva a relazioni tra grandezze che
vengono, se importanti, espresse all'interno di una cornice (box). Il testo "B"
distingue la teoria dagli esperimenti; la prima segue un suo filo conduttore, e viene
supportata, un po' come fanno i grandi settimanali italiani, da parti di testo boxate per
renderle più riconoscibili, all'interno delle quali si trova l'esperienza da proporre e
verificare in laboratorio. L'uso del colore rende il testo in qualche modo moderno.
Il volume "C" presenta "unità didattiche" al cui inizio vengono
estrinsecati obiettivi e contenuti. Segue poi la teoria, all'interno della quale vi sono
anche le descrizioni di esperienze che possono ricondurre a relazioni fondamentali.
La parte relativa al laboratorio viene posta, con una grafica diversa in modo da
consentire una facile identificazione, alla fine di ogni capitolo. Vengono definiti in
questa parte obiettivi, strumenti e materiali necessari, il corpo dei caratteri tuttavia
è lo stesso in tutte e due le parti. I costi hanno portato alla eliminazione del colore e
un'ombra di grigio si nota solo sul filetto in alto che indica le appendici e i
laboratori.
Passiamo all'iconografia.
Semplice, ridotta all'essenziale quella del testo "A": si tratta di grafici e di
schemi solo in bianco e nero, rigorosamente semplificati in modo da depurarli da tutto
quanto può essere considerato fuorviante per lo studente.
Il testo "B" presenta una ricca iconografia a colori, tendendo a privilegiare
anche una formazione per immagini che rappresentino con una certa fedeltà la realtà.
Il testo "C" è più simile da questo punto di vista al testo "A".
Per quanto riguarda la parte scritta, il testo "A" utilizza una prosa essenziale
e caratteri di stampa corsivi quando necessario (ad esempio i caratteri che si riferiscono
alle grandezze). Fanno eccezione, purtroppo, alcune relazioni che utilizzano il carattere
tondo invece che corsivo. Si dirà che l'allievo non se ne accorgerà di certo; si può
rispondere, come disse quel filosofo, che la forma è sostanza.
Il testo "B" è ben curato da questo punto di vista, tuttavia la sua
organizzazione e la sua prosa non sono altrettanto lineari e obbligano lo studente ad una
fatica supplementare derivante dall'esigenza di costruire relazioni tra i concetti che via
via vengono presentati. Aumenta questo aspetto la presenza dei box e delle figure che, in
notevole numero, sono frammisti al testo.
Il testo "C" risulta troppo discorsivo e rischia di far perdere lo studente nei
meandri dei fenomeni. Inoltre si nota qualche inesattezza nell'uso dei caratteri (corsivi
o tondi) e qualche refuso sfuggito all'ultima correzione bozze.
Per quanto attiene ai concetti presentati si può dire che "A" è leggibile, ma
è un testo teorico, non in relazione ad esperimenti, i quali devono essere inventati dal
docente; "B" "prende" di più in un primo momento, grazie
all'iconografia e al colore; "C" ha una maggior attenzione agli aspetti
didattici ai quali noi docenti di materie tecniche siamo stati abituati solo in questi
ultimi anni grazie anche agli sforzi della Direzione Generale dell'Istruzione
Professionale.
Due di essi presentano due colonne, la più ristretta delle quali è dedicata in un testo
a dei richiami in corsivo (come usava Don Milani in Lettera a una professoressa), mentre
nell'altro testo viene usata essenzialmente per la presentazione di figure o di relazioni,
in modo da evidenziarle. Se è consentito l'esempio, un po' come avviene nel Codice Hammer
di Leonardo (che peraltro ha un'impaginazione molto, molto strana, da non consigliare a
nessuno).
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