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di Lucia Frigerio
La questione dei libri di testo, scoppiata in modo eclatante durante lo sciopero delle
adozioni del 1992, è ancora una delle più aperte e nevralgiche della scuola italiana,
anche perché coinvolge ¤ tra docenti, studenti, famiglie, editori, autori, redattori,
tipografi, rappresentanti ... ¤ un numero notevole di soggetti, tutti portatori di
esigenze legittime, ma spesso diverse e non facilmente conciliabili. Il problema, poi,
assume una luce e una prospettiva particolari se si tiene conto del dibattito che, sulle
modalità di attuazione dei programmi, sulla conseguente scelta e sull'utilizzo dei libri
di testo, si è ultimamente acceso proprio all'interno dell'Istruzione professionale;
forse perché è quella che per prima ha avviato un profondo processo di rinnovamento, ma
forse anche perché essa ha da sempre avvertito la mancanza di strumenti didattici
specifici e congruenti con i suoi peculiari obiettivi formativi.
I libri costano troppo: è questa una delle critiche che più frequentemente vengono fatte
da famiglie che spesso e paradossalmente, pur appartenendo a fasce di reddito differenti,
si sentono così accomunate nella emorragia finanziaria autunnale. In realtà ¤ tenuti
sotto controllo determinati standard da non superare, e che a volte sono
ingiustificatamente superati ¤ si può dire che il corredo dei testi necessari alle
scuole superiori non è così esorbitante rispetto alle possibilità di una famiglia di
modeste condizioni economiche, tenuto in debito conto il fatto che per le situazioni più
disagiate sono previste delle facilitazioni, e tenuto pure in debito conto che la
finalità della spesa dovrebbe giustificare da sé un certo sacrificio.
Se poi non è proprio il prezzo in sé (che del resto gli editori sono pronti a
giustificare con il vertiginoso aumento del costo della carta), a scandalizzare è il
fatto che i libri cambiano troppo spesso, per cui non sempre si possono
"riciclare" per il fratello o per la sorella minore, o, sventuratamente in caso
di bocciatura, per uno stesso studente. Qui si è in molti di più a trovarsi d'accordo:
nemmeno agli insegnanti (anche se magari non a tutti) fa piacere pensare di lavorare in
modo tanto individualistico ed isolato, che non sia possibile il passaggio, anche dei
libri come degli studenti, dall'una all'altra classe o sezione; e neppure i professori
accolgono con indifferenza o con leggerezza le famose "nuove edizioni", delle
quali non avvertono spesso ( non si dice sempre) la reale esigenza.
E' anche giusto, però, che sia garantita l'opportunità che un libro, messo alla ripetuta
prova dei fatti del lavoro con gli studenti, e rivelatosi per qualche motivo inadeguato o
impraticabile, possa essere, dopo un certo tempo, sostituito o modificato proprio in base
all'esperienza fatta e alle esigenze avvertite sul campo. Fa parte di quella
indispensabile interazione. tra insegnanti e case editrici, che sola può garantire la
produzione di strumenti didattici mirati agli obiettivi di ogni specifico processo
formativo.
E fin qui ancora quasi tutti d'accordo (anche gli autori e gli editori, si spera...), a
patto però che il manuale sia, se non proprio usurato ed "abusato", sicuramente
sfruttato il più possibile. Sì, perché non sono in pochi a dire che si fanno comperare
un sacco di libri, ma poi spesso non si usano, rimangono come nuovi. A questo punto la
questione diventa più delicata: si tratterà di negligenza da parte degli studenti
(alcuni dei quali, con mirabile logica imprenditoriale, hanno già previsto di rivendere,
l'anno dopo, il manuale quasi come nuovo...)? Sarà colpa degli insegnanti, che
preferiscono sentirsi ripetere gli appunti delle proprie lezioni, talvolta dettate parola
per parola? Dipenderà da un ennesimo anno scolastico ristretto, come un pullover in
lavatrice, a causa di assenze, scioperi, autogestioni? ... Difficile avvalorare queste
come altre ipotesi, resta comunque il fatto che un buon testo scolastico contiene sempre
in sé qualche piccolo tesoro che a tutti è capitato di riscoprire anche dopo anni, sotto
polverosi giacimenti.
Ed ecco allora il nodo della questione: come deve essere il buon libro di testo? Una bella
domanda! Si può solo provare a rispondere elencando, in modo sommario, e sicuramente non
esaustivo, le osservazioni dette e sentite negli anni tra colleghi, e fatte sulla base di
parametri che derivano dalla mediazione tra le indicazioni dei programmi ministeriali e la
pratica scolastica. Innanzi tutto un buon libro di testo dovrebbe consentire a chi lo usa
(docenti e studenti) di avere a disposizione una rete di informazioni, percorsi,
esercitazioni all'interno della quale navigare: in classe, secondo le indicazioni e la
personale impostazione didattica dell'insegnante; a casa, anche curiosando liberamente
all'interno per trovare sollecitazioni e risposte più individualizzate. Da ciò consegue
che il manuale non può essere esaustivo, ma deve essere in grado di suggerire e rimandare
ad altri strumenti, e non solo cartacei; ma consegue anche che è piuttosto limitante, se
non addirittura a volte autoritaria ¤ anche se ammirevole per l'impegno di lavoro¤ la
scelta alternativa di non adottare un testo e di utilizzare con i ragazzi solo appunti,
fotocopie, stralci. Se questi ultimi strumenti risultano preziosi e arricchenti proprio
nell'ottica sopra descritta della non esclusività del manuale, essi si rivelano riduttivi
ed impoverenti qualora siano gli unici sussidi dell'attività didattica.
Un libro, che offra una mediazione scientificamente corretta tra una disciplina come
ambito di ricerca e la disciplina come materia scolastica, nel quale quindi studenti e
professori possano trovare aggiornato "lo stato delle cose" in quel campo; un
libro che sia corredato anche di un apparato iconografico non necessariamente
"ricco" od "eccessivo" (come denunciava a proposito di taluni testi il
ministro Lombardi), ma comunque significativo, accattivante e suggestivo - soprattutto in
un mondo dominato dalle immagini e dalla comunicazione multimediale, quale il nostro - non
può essere eliminato, anche se deve essere adeguatamente affiancato e supportato.
E se la proliferazione selvaggia di manuali pressoché identici o scarsamente
differenziati, dei quali alcuni non significativi se non addirittura inutili, farebbe
guardare con invidia ad altri sistemi scolastici europei ¤ come quello francese, dove il
ministero dà l''imprimatur' alle pubblicazioni e alle nuove adozioni ¤ non si dovrebbe
forse dimenticare che un pluralismo di offerte consente, a chi la vuole, una maggiore
opportunità di scelte mirate, nell'ambito delle quali i libri "inutili" vengono
eliminati.
Ma quanto pesano, questi zainetti! Sì, si è volutamente affrontato solo alla fine il
problema del "peso" della cultura, analizzato e rivoltato in mille versi e da
più parti proprio negli ultimi tempi: sembra, alla fin fine, la critica più pesante e
più condivisa nei confronti di un sistema scolastico che di ben più "pesanti"
e gravi contraddizioni è portatore. Sui poveri studenti, scoliotici e curvi sotto il
carico dei libri, si è riversata tutta la pietà materna dei genitori, ma anche, a volte,
dei legislatori.
Molti di questi ultimi, in verità, sembrano mossi dalla legittima esigenza di motivare e
di favorire lo studio e l'apprendimento degli studenti in ogni modo, anche attraverso
l'uso di strumenti agili e modulari. Per questo, spingono autori e case editrici a
produrre strumenti scindibili e accorpabili secondo diverse programmazioni. Non si tratta
di una proposta assurda o illegittima di per sé, ma ne esistono pochi e non sempre
convincenti esempi, e a molti docenti pare una modalità difficilmente praticabile: come
concretamente far operare i necessari ed opportuni collegamenti tra i vari argomenti?,
come riprendere aspetti e tematiche che non compaiano nel volumetto utilizzato al momento?
come far organizzare in modo adeguato la cartella degli studenti?
Certo, in questo caso, non è questione di "peso" e secondo il Ministero della
Sanità gli adolescenti sono in grado di farsi carico fino a 15 kg di libri.
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