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di Davide Scalmani
In tema di valutazione oggettiva il sistema scolastico italiano sta muovendo solo ora i primi passi. Molta strada ci separa ancora dagli altri modelli europei. In Inghilterra, ad esempio, l'utenza è abituata ad orientarsi nella scelta della scuola superiore anche attraverso la consultazione di tabelle comparative pubblicate sui quotidiani a spese delle scuole. Nel testo di queste comunicazioni pubblicitarie si dice solitamente che gli alunni della scuola X all'esame di maturità del trascorso anno scolastico hanno ottenuto certi risultati, e in particolare si indicano quanti hanno ottenuto il voto massimo "A"1. L'annuncio è di solito completato da una tabella in cui i risultati della scuola X sono messi a confronto con quelli di altre analoghe o vicine, gli istituti Y e Z. Ne risulta in genere una classifica di questo tipo:
Istituto % maturi % maturi con A Scuola X 85 75 Scuola Y 80 65 Scuola Z 70 60
La classifica dovrebbe dare un'indicazione oggettiva della qualità del servizio fornito e soprattutto garantire l'affidabilità della scuola X. E fuor di dubbio che il ragionamento sotteso a questa forma di comunicazione pubblicitaria ha una sua logica semplice e stringente. Ceteris paribus, i genitori che vogliono dare ai figli le maggiori chances di successo dovrebbero scegliere la scuola X.
Valutazione oggettiva
Sul metodo e sugli scopi della pubblicità della scuola X si potrebbero sollevare
innumerevoli obiezioni, ciascuna indicativa di una particolare opinione pedagogica avversa
alla misurazione oggettiva della qualità. Invece di inoltrarci nel dibattito
squisitamente teorico, si può sostenere che gli alunni della scuola X siano
"naturalmente" meglio dotati degli altri, oppure che provengano da situazioni di
vantaggio socioeconomico particolari, e in questo caso la scuola sarebbe ininfluente sui
loro risultati. Oppure si potrebbe sostenere che le valutazioni degli esami di maturità
non hanno i necessari requisiti di validità e di oggettività, per cui i voti e le
percentuali di successo non sono affatto indicativi del grado di apprendimento degli
alunni. Oppure, ancora, che qualsiasi valutazione scolastica e qualcosa di intrinsecamente
sbagliato, perché le prestazioni degli alunni sono l'espressione della personalità
individuale, cioè di "un'essenza spirituale" le cui qualità sono assolutamente
incommensurabili e così via. Tutti coloro che la pensano così solitamente concludono che
i dati pubblicati sono inutili, e sbagliata ogni altra considerazione di ordine pragmatico
condotta sulla base di un'argomentazione razionale. Per essi la scuola X avrebbe fatto
meglio a risparmiare i soldi dell'annuncio, oppure a cambiare agenzia e stile di
pubblicità.2
Valutare per scegliere
E molto probabile, tuttavia, che tali opinioni critiche siano ben poco diffuse tra i
lettori dei suddetti giornali, i quali sono ormai abituati a utilizzare gli strumenti
valutativi per orientarsi nelle loro decisioni. Torniamo, dunque, al problema dei
genitori, e chiediamoci cosa faremmo noi al posto dei genitori inglesi, avendo a
disposizione i dati che ci vengono gratuitamente e comodamente forniti dalle scuole sulle
pagine del nostro quotidiano preferito. Prenderemmo in considerazione le graduatorie o
lasceremmo perdere, fidandoci solo del consiglio del parente o del vicino di casa? E
chiaro che, se decidessimo di comportarci in modo razionale, non potremmo restare
indifferenti di fronte all'inserzione. Essa infatti, se rispetta puntualmente le
condizioni di validità delle rilevazioni statistiche, ci fornisce un'informazione
preziosa. Intendo dire che possiamo pure contestare tutte le ragioni di principio su cui
si fondano le nostre osservazioni quantitative, però non possiamo negare che esse
misurino effettivamente la frequenza di alcuni fenomeni reali. Semplificando molto, è il
concetto su cui si basano le note agenzie di rating, cioè quei centri di studi economici
che, ad esempio, forniscono a chi investe denaro in titoli di stato una classificazione
comparata dell'affidabilità del debito pubblico, compilata in base a indici oggettivi.
Queste agenzie si basano su una metodologia scientifica capace di fare previsioni in
contesti di incertezza e di informazione asimmetrica e di tradurle in termini facilmente
comprensibili. Per certi aspetti la valutazione scolastica si trova di fronte a situazioni
analoghe, che sorgono da contesti di informazione incompleta, allorché la qualità di un
fenomeno (di una scuola ad esempio) non è perfettamente osservabile e quindi l'analisi
degli esiti sociali (dei risultati degli alunni) diviene l'unico metodo utile per la
scelta.
Il rating scolastico come strumento di orientamento
In attesa della nascita in Italia di un organismo super partes in grado di valutare
scientificamente la qualità delle scuole, è auspicabile che i singoli istituti rendano
effettivamente utilizzabili dal pubblico i dati riguardanti i risultati raggiunti dalla
scuola.3 La mia modesta proposta è dunque questa: ciascuna scuola, o rete di scuole,
dovrebbe impegnarsi a costituire un gruppo di lavoro impegnato a riflettere su questo tema
e a proporre agli organi collegiali uno schema di valutazione dei risultati scolastici.
E ovvio che il contesto britannico non è quello italiano, né alcuno potrebbe
auspicare il trapianto di quel modello nel fragile corpo istituzionale italiano. E neppure
sarebbe sufficiente fornire le semplici nude percentuali degli esiti dell'esame di
maturità per credere di aver adempiuto al dovere morale di informare onestamente il
pubblico.4 Ma certo, per chi volesse saperne di più sulla scuola in cui manderà il
proprio figlio, sarebbe già un passo avanti poter disporre dell'indice di conservazione
di una scuola, della percentuale di drop out, del tasso di ripetenza, dell'indice di
regolarità del percorso scolastico, etc.5 E avrebbe anche un grande significato conoscere
i risultati ottenuti dagli ex-allievi nell'eventuale percorso universitario, e perché no,
anche il loro successo sociale; senza arrivare, naturalmente, agli eccessi delle scuole
americane che gareggiano nel vantare il maggior numero di senatori o top manager tra i
loro ex-allievi.6 Tutti questi dati e gli altri che si riterrà opportuno misurare
(dotazione di laboratori, biblioteche e sussidi didattici etc.) potrebbero confluire,
opportunamente pesati, in un indicatore generale di semplicissima comprensione e
consultazione, come avviene per gli istituti di credito o per il tesoro degli stati.
Ciascuna scuola sarebbe così classificata, in base a parametri oggettivi, in modo chiaro
e facilmente comprensibile.
Utopia, provocazione o pragmatismo?
Chiunque conosca minimamente la realtà scolastica italiana sa che proporre un rating per
gli istituti superiori è, a dir poco, qualcosa di provocatorio, destinato a suscitare
resistenze e avversioni. Da anni si sta cercando di avviare un Servizio Nazionale di
Valutazione, pur richiesto recentemente anche dalla Corte dei Conti, ma ritardi politici e
pressioni burocratiche l'hanno finora bloccato. Perciò sarebbe ragionevole che l'idea di
una valutazione del servizio istruzione si facesse strada a partire dalla periferia del
sistema scolastico e in primo luogo fra i docenti. Fra essi è giusto far crescere per
tempo le competenze necessarie a padroneggiare uno strumento così importante e delicato
come la valutazione dell'efficacia del servizio istruzione. Ciò permetterebbe di dare un
contributo fondamentale all'eventuale creazione del servizio centrale di valutazione, che
rischia altrimenti di diventare un duplicato del servizio statistico ad uso esclusivo
dell'amministrazione e poco utile alla comunità scolastica nel suo complesso. E
utopia pensare che, se i medesimi criteri saranno adottati da più scuole o reti di
scuole, sarà possibile effettuare interessantissime comparazioni? Si può pensarlo;
tuttavia un sistema di rating per le scuole potrebbe avere una significativa e immediata
funzione. Da un lato, per i docenti, potrebbe servire a stimolare una riflessione sulla
sostanza della valutazione e, dall'altro, per l'utenza, servirebbe da riferimento
oggettivo per scegliere a ragion veduta.
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