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di Giulio Picciolini
"Il segreto del significato che ha per noi una qualsiasi cosa
dipende da come l'abbiamo collegata alle altre cose che sappiamo"
Marvin Minsky
Generalmente nella programmazione didattica il bravo insegnante delinea
un percorso al termine del quale il bravo studente avrà appreso quel che deve apprendere
e il bravo insegnante avrà insegnato quel che deve insegnare. Può accadere talvolta che
lo studente non sia affatto bravo, quasi mai che non lo sia l'insegnante, ma si tratta di
sfortunati contrattempi, spiacevoli ancor più quando generano disdicevoli ritardi nella
didattica: sostanzialmente nulla e nessuno può sognarsi, neanche lontanamente, di turbare
il procedere lento e inesorabile dell'ineffabile programma. Tutto viene travolto: rapporti
umani, contributi personali, richiami all'attualità, richieste di aiuto, drastici cali di
motivazione, ovvi collegamenti interdisciplinari, validi suggerimenti di percorsi
alternativi, tutto quel che deriva insomma dall'interazione della dimensione affettiva con
quella cognitiva e a cui siamo soliti cedere nella quotidianità delle nostre vite, a
scuola sembra invece rimanere congelato, catturato in un tempo sospeso fino ... al suono
della campanella.
A quel punto l'incantesimo (o l'incubo, dipende) si spezza e irrompe di nuovo la vita con
la sua imprevedibilità, rischiosa sì, ma proprio per questo interessante. Già, perché
non c'è dubbio: il programma sarà anche bello ("se lo dice il prof..."), ma
quel che lo rende interessante sono gli imprevisti, i tempi di reazione di ognuno e
l'interazione delle nuove conoscenze con quelle già acquisite, con i vissuti dei
compagni, dato che non c'è studente, per quanto ignorante, che sia una "tabula
rasa". Per queste cose non c'è tempo, si dirà. Già, ma che vuol dire? Vuol dire
che il programma non le prevede. Non vorrete mica cambiare il programma!
Sarà dunque il caso di riflettere bene: a che serve il programma? A omologare gli
studenti a standard comuni misurandone oggettivamente le prestazioni per tutto l'anno,
salvo poi esibirsi in inaccettabili sanatorie finali o piuttosto a differenziare le
strategie di insegnamento/apprendimento, rendendo giustizia della varietà, se non proprio
della ricchezza, delle capacità e delle attitudini di ognuno? Nella prima ipotesi
probabilmente si riesce ad esaurire gli argomenti prefissati, ma sicuramente si va
incontro a palesi cali di motivazione con ripercussioni sul profitto tali per cui anche i
migliori non si elevano al di sopra di un'aurea mediocritas; nella seconda ipotesi si
viaggia in un terreno talora minato, in cui l'unica cosa sicura è che si dovrà cambiare
il programma. In tutti e due i casi il nodo fondamentale è quello della comunicazione,
ovvero, dato che siamo in ambito scolastico, quello della trasferibilità delle
conoscenze: è in gioco la possibilità o meno di ricostruire una rete cerebrale di
connessioni in cui il noto e il nuovo si possano integrare. Questa ricostruzione,
inevitabilmente diversa per ognuno tant'è che vi giocano un ruolo non indifferente gli
elementi affettivi, non è affatto marginale perché in sua assenza, come si sa, non c'è
apprendimento: quello vero, s'intende. Quello che determina un adattamento creativo alle
mutevoli sollecitazioni dell'ambiente, l'apprendimento che produce un cambiamento, non
quello che scivola nell'oblìo l'istante successivo a quello in cui l'insegnante,
compiaciuto per essersi sentito dire quel che voleva sentirsi dire, segna un numero sul
registro. Quel nuovo sapere che connessione ha attivato? Come si è collegato a quello
già entrato nella nostra vita? Perché, se ne è rimasto fuori, è un sapere isolato che
non regge nemmeno a una banale riformulazione del problema. Il collegamento non c'era e
davanti ad un imprevisto la mente gira a vuoto. Non avevamo "capito", avevamo
"imparato a memoria".
Lasciare da solo lo studente in questa fase è per lo meno rischioso, facilmente può
perdere fiducia in se stesso, nelle sue capacità, teso com'è nel tentativo di esercitare
il controllo su una mole di informazioni che gli piomba addosso senza che riesca ben a
capire (appunto) a che gli potrà mai servire. Occorrerebbe una guida che lo aiutasse a
superare il disagio contenuto in quella domanda, spesso inespressa: "a che mi
serve?" La risposta non è scritta nel programma. Se vuole rispondere, l'insegnante
dovrà abbandonare i panni rassicuranti del tecnico della disciplina, sollevare lo sguardo
dal suo inossidabile programma e giocare un po' della sua credibilità di adulto,
accettare la sfida di mettere in discussione le proprie certezze consapevole del fatto che
l'unico valore è la ricerca dei valori. A questo punto scoprirà probabilmente che il
destino dei propri studenti gli è meno indifferente, si renderà conto di aver acquisito
sorprendenti capacità di ascolto (lui, che pretende sempre di essere ascoltato), e potrà
esercitare quelle doti "tutoriali" che ne accresceranno certamente
l'autorevolezza agli occhi degli allievi. Proteggere, difendere, custodire lungo il
percorso formativo, ecco il senso del termine tutor. Esaminiamo dunque qualche zona di
questa frontiera, pressoché inedita per il sistema scolastico italiano.
La figura del tutor, prevista sotto varie forme in quasi tutti i sistemi scolastici
europei, si inserisce come abbiamo visto in un punto critico della formazione individuale,
all'interno di un contesto sociale che per l'Italia è inoltre caratterizzato da una forte
dispersione scolastica. Ricordiamo, ad esempio, che il 25% degli studenti italiani
abbandonano tra il 1° e il 3° anno della Secondaria Superiore; ad essi va aggiunto,
sempre in quella fascia, un 20% in situazione di ripetenza. Anche per cercare di arginare
questo fenomeno da qualche anno sono state avviate esperienze di tutoraggio in alcune
scuole medie inferiori e superiori prevalentemente del centro-nord.
Il panorama è variegato: le finalità e le modalità con cui le scuole hanno deliberato
di introdurre il tutor sono state molteplici. Secondo una ricerca del CISEM ¤ Centro
Innovazione Sperimentazione Educativa di Milano ¤ le esperienze di tutoraggio praticate
finora nella secondaria superiore sono riconducibili a sei tipologie: il tutor di classe;
il tutor nella didattica per progetti; il tutor nei progetti per prevenire la dispersione
scolastica; il tutor per l'orientamento; il tutor nello stage; il tutor nel Progetto '92,
in particolare quest'ultimo nel biennio post-qualifica, per l'innesto del pacchetto di
microspecializzazione sulla base formativa scolastica. Non ci dilunghiamo nella
descrizione delle tipologie, per lo più di statuto sperimentale, osserviamo piuttosto che
l'inesistenza di un modello univoco di tutor va letta come una ricchezza: dipende da
quello che il collegio dei docenti intende ottenere sulla base dell'analisi delle
necessità dell'Istituto, in armonia col proprio Progetto Educativo. In ogni caso al tutor
spetterà il ruolo di facilitatore e garante del raggiungimento di obiettivi formativi. Ed
è evidente che un tal compito non può che spettare a un insegnante (sia esso interno al
c.d.c. o esterno) che agisca però attraverso modalità di relazione con gli studenti che
vadano al di là del gruppo-classe, concentrandosi su piccoli gruppi fino ad arrivare al
rapporto uno-a-uno. Il tutor può così trasformarsi in un potente strumento per la
differenziazione dei percorsi formativi, che egli contribuirà a modellare sulle
specificità di ognuno. Detto questo, il problema (non da poco) è quello di aggiornare i
docenti: e qui aggiungiamo materiale al dibattito in corso a proposito delle nuove figure
professionali dell'area docente.
A noi sembra, in ogni caso, che il tutoraggio sia una buona occasione per migliorare
l'interazione docente/studente soprattutto perché concorre a ridurre il divario tra
conoscenza scolastica e conoscenza non scolastica. Il che vuol dire moltiplicare le
possibilità di collegamento tra i nuovi saperi e quelli già acquisiti e quindi favorire
l'apprendimento. In questo senso può diventare un'arma efficace anche per combattere il
fenomeno della dispersione scolastica. Attraverso la pratica dei colloqui inviduali, della
ricerca e della rimozione delle cause dell'insuccesso e il conseguente adeguamento dei
programmi, il tutoraggio contribuisce a fare dell'allievo il soggetto dell'azione
educativa. Finché la scuola non tenderà ad eliminare l'atteggiamento passivo di chi deve
apprendere promuovendo il passaggio dall'esecuzione rigorosa alla cooperazione
intelligente, finché la didattica non s'ingegnerà a creare luoghi di scambio tra i
contenuti che deve veicolare e le aree di esperienza significative per gli allievi, allora
questi ultimi saranno indotti a credere che una larga parte della propria vita sia
irrilevante rispetto all'altra, e il suono della campanella, ancorché nefasto emblema
dell'illusoria separazione dei saperi, segnerà l'invalicabile barriera tra due territori
in realtà confinanti.
PAESE GG ELEMENTARI MEDIE MEDIE SUPERIORI anno scol. min max min max min max ITALIA min 200 900 1233 1000 1333 900 1333 FRANCIA 180 936 841 990 973 1039 LUSSEMBURGO 212-216 883 990 900 900 1140 PORTOGALLO 172-184 860 920 888 981 888 1288 OLANDA 195-200 858 833 1066 933 1066 SPAGNA 170-175 850 875 850 875 821 875 BELGIO 182 849 849 1092 849 1092 IRLANDA 184-200 674 858 200 966 1200 REGNO UNITO min 190 665 855 775 1013 775 1013 DANIMARCA 200 600 840 600 840 900 960 GRECIA 175 536 933 700 840 787 945 GERMANIA 188-206 479 873 733 1123 846 123
FONTE: COMMISSION DES COMMUNAUTÉES EUROPÉENNES-EURYDICE: CALENDIER ET RYTHMES SCOLAIRES DANS LES ÉTATS MEMBRES DE LA COMMUNAUTÉE EUROPÉENNE, BRUXELLES, DÉCEMBRE 1993
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