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di Paolo Aziani
Il nuovo anno sarà senz'altro migliore del precedente. Anche noi, come il passeggere
immaginario di Leopardi, lo pensiamo, non per ingenuo ottimismo, ma perché è difficile
che possa essere più confuso e frustrante di quello passato.
Il finale è stato coerente con l'apertura: nella commedia degli equivoci in cui si è
trasformata la giusta (ma frettolosa) scelta di abolire gli esami di riparazione si è
respirato un clima patetico: in troppi interventi pubblici le buone intenzioni contro la
selezione si sono trasformate in una caricatura poco educativa, in appelli fuori luogo
contro la 'severità' e le bocciature.
Di qui l'apertura di un contenzioso anche giuridico. Tuttavia c'è da sperare che
l'accesso alla promozione per via legale, attraverso i ricorsi al Tar, debba restare
un'eccezione per sanare le ingiustizie palesi, non un altro mezzo per accedere
furbescamente al diploma. Anche le buone intenzioni possono essere nocive, perché in
fondo a questa strada vi sono l'eliminazione del valore legale dei titoli e la
deresponsabilizzazione degli studenti.
Le verità profetiche di Lettera a una professoressa del 1967 non hanno perso valore oggi:
la selezione e l'emarginazione reali non si riducono abbassando la qualità della scuola,
poiché i privilegiati trovano sempre altre strade, ma aiutando anche i più svantaggiati
a costruirsi una cultura. Una cultura, non un titolo purchessia.
La vicenda dei corsi di recupero resta comunque la cartina di tornasole dell'orientamento
degli Istituti e dei docenti: impone di centrarsi sugli apprendimenti e obbliga tutti a
definire esplicitamente gli aspetti fondanti delle discipline, quelli appunto da
recuperare se carenti.
L'organizzazione dei metodi e dei contenuti del recupero costringe infine ad affrontare la
contraddizione stridente tra le possibilità degli studenti e l'enciclopedismo dei
programmi. Le premesse generali di tutti i programmi definiscono prioritari gli obiettivi
e i metodi, ma poi costruiscono un castello di contenuti del tutto sproporzionato rispetto
ai tempi effettivi a disposizione. Gli studenti italiani hanno già l'anno scolastico e
l'orario di lezione più lungo d'Europa: frequentano dalle 900 alle 1333 ore annue, contro
le 973 (max 1039) dei colleghi francesi, le 775 (max 1013) di quelli inglesi, le 900 (max
960) dei danesi.
L'allungamento dell'anno scolastico, o degli orari di frequenza, non può essere quindi
un'ipotesi di soluzione del problema.
In realtà, come ben sanno i docenti dei professionali che con le ore dell'area di
approfondimento si occupano da anni del recupero, la strada da seguire è quella di
lavorare sugli aspetti metodologici e fondativi: non la mera quantità di nozioni, ma la
qualità della loro organizzazione costituisce l'obiettivo fondamentale.
E allora, al momento di definire i programmi, occorre avere il coraggio di scegliere e
lavorare per sottrazione, individuare gli elementi che sostanziano l'epistemologia delle
discipline, e su questi costruire apprendimenti saldi.
La riforma complessiva dei professionali, l'unica che c'è stata nella secondaria
superiore dopo quella di Gentile, in parte ha aperto la strada di una riunificazione degli
specialismi dispersi in troppe materie.
Per quanto riguarda i programmi, tuttavia, l'innovazione è rimasta a metà: la
discussione, non eludibile, sugli obiettivi e i contenuti delle attività di recupero può
essere l'occasione per proseguire: la qualità del recupero coincide con il recupero della
qualità.
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