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Uno snodo fondamentale del nuovo ordinamento
Risorse finanziarie, profili spendibili
e docenti esperti
Alcuni elementi essenziali alla buona riuscita della terza area
di Delio Pistolesi
Se indubbiamente una delle importanti novità previste dal nuovo ordinamento
dellIstruzione professionale è quella dellarea di specializzazione (la cosiddetta terza
area) nel biennio post-qualifica, la domanda che ci si pone a tre anni dallentrata in vigore
della riforma è: cè stato un effettivo miglioramento dellofferta formativa rispetto a quanto
era previsto precedentemente, nel senso che il nuovo corso dà effettivamente una
preparazione adeguata alle richieste del mondo del lavoro?
Scorrendo la normativa verrebbe spontaneo rispondere in modo affermativo, infatti nella
terza area sono previsti dei corsi di specializzazione, integrati o surrogatori, tenuti da
consulenti esterni alla scuola, con indirizzi adeguati alle diverse esigenze del territorio
nazionale, che dovrebbero soddisfare le richieste di professionalità specifiche. Inoltre tali
corsi, dato che prevedono al loro interno anche dei periodi di stage, dovrebbero facilitare
linserimento dei diplomati nel mondo del lavoro.
Dallesperienza di diversi colleghi che insegnano in istituti professionali è emerso che non
sempre si verifica la situazione ottimale prevista dalla normativa e le ragioni sono le più
varie: qui si accennerà ad alcune di esse.
Il raccordo o la formazione regionale
Innanzitutto, dato che la terza area deve essere organizzata raccordandosi e integrandosi
con la formazione professionale regionale, si riscontra una diversa sensibilità per questi temi
tra le diverse regioni, sia per quanto riguarda lambito organizzativo sia per ciò che attiene il
riconoscimento dei corsi che comunque si sono svolti nel territorio di competenza. Molto
dipende anche dalla quantità di fondi a disposizione degli enti locali, che non sempre
ricevono finanziamenti adeguati alle domande di formazione emergenti nel territorio.
Altre variabili da considerare sono: la scelta dei profili professionali, la progettazione dei
corsi, lesperienza e la professionalità di chi li tiene, il raccordo (coordinamento) tra
quanto svolto dagli esperti esterni e quanto insegnato dai docenti della classe. Ma lelenco
potrebbe continuare: sicuramente infatti la maggior parte di chi ha o ha avuto esperienza di
insegnamento in classi post-qualifica potrebbe suggerire altri aspetti importanti che
contribuiscono alla riuscita, più o meno positiva, del percorso formativo.
Scegliendo tra i più significativi, un elemento assolutamente prioritario è quello del rigore
scientifico con cui vengono scelti i profili professionali delle microspecializzazioni che
vengono organizzate.
Molto spesso il messaggio che giunge, sia da parte delle associazioni sindacali dei lavoratori
sia dal mondo imprenditoriale, è quello di una contraddittorietà tra lalto tasso di
disoccupazione, soprattutto giovanile, e la difficoltà a reperire personale qualificato a
ricoprire le mansioni richieste dal mercato del lavoro.
Le microspecializzazioni
Il nuovo ordinamento prevede di dare una formazione più qualificata e più attuale dal punto
di vista professionale, ma se non viene attentamente ponderato lindirizzo della
specializzazione si creano sicuramente problemi di inserimento nel mercato del lavoro in
quanto i soggetti si trovano ad avere una preparazione non adeguata alle necessità del
mercato e, anche qualora assunti, debbono essere subito riqualificati.
Una prima esigenza è quindi di possedere informazioni, davvero attendibili perché
scientificamente elaborate, sulle nuove professioni e/o specializzazioni. Da qui dovrebbero
scaturire uno studio e una definizione dei profili professionali funzionali alle richieste del
mondo del lavoro, e, successivamente, la progettazione di corsi.
Vale forse la pena di precisare che tali informazioni dovrebbero essere a disposizione di
tutti gli interessati ed, in particolare, anche degli istituti che si trovano a dover sopperire con
corsi surrogatori limpossibilità degli enti locali di istituire corsi integrati.
Le responsabilità di C.F.P.
Se questo modo di procedere è ritenuto condivisibile bisogna essere coerenti e
rivoluzionare il modo attuale di fare formazione. Questo vale soprattutto per le regioni,
responsabili di una parte della formazione professionale, che operano attraverso i C.F.P.,
perché dovranno essere senza dubbio più dinamiche nella proposta di nuovi corsi e nella
soppressione di quelli che non hanno più uno sbocco sul mercato. Questa necessità di
cambiamento però mal si sposa con la situazione nella quale si trova la maggior parte dei
docenti dei C.F.P., assunti a tempo indeterminato. E allora i responsabili della formazione
regionale avranno un bel dilemma da risolvere: infatti, o organizzano corsi che rispecchiano
le professionalità del personale esistente, considerato che ad esso va comunque corrisposto
uno stipendio, oppure modificano frequentemente lindirizzo dei corsi prevedendo una
riqualificazione del personale docente esistente, se non delle nuove assunzioni. Difficile dire
quale sarebbe il male minore.
Viene anche spontaneo chiedersi, a questo punto, se gli insegnanti dei diversi C.F.P.
possono essere sempre considerati degli esperti. Lintenzione non è certo quella di
giudicare la professionalità altrui, bensì quella di individuare le strategie atte a garantire agli
studenti una reale specializzazione. n pratica, i responsabili dei corsi
(regione/provincia/C.F.P., per gli integrati, dirigenti scolastici, per i surrogatori) devono
essere in grado di garantire una preparazione di effettiva qualità. In caso contrario, infatti,
non si possono raggiungere i risultati ipotizzati a priori e questo può creare, in studenti e
docenti, un atteggiamento sfavorevole verso le attività svolte allinterno della terza area.
Tutto ciò riporta alla domanda iniziale dellarticolo riguardo alleffettivo miglioramento con il
nuovo ordinamento è migliorata o meno lofferta formativa.
La risposta può essere negativa se la novità principale è identificabile solo in un semplice
trasferimento delle competenze dallo Stato alle Regioni, relativamente ad un certo numero
di ore del curricolo degli allievi, senza che a questo si accompagni una preparazione
effettivamente più mirata alle esigenze del territorio, verificata negli studenti sia durante le
attività di stage, sia alla fine del ciclo di studi.
Perché ciò avvenga non è sufficiente usare solo dei metodi di insegnamento diversi (come in
alcuni casi succede), ma è necessario garantire dei contenuti altamente significativi ed
effettivamente integrativi della formazione scolastica.
Indubbiamente il principio positivo della nuova impostazione è che essa mira a favorire,
accanto ad un livello abbastanza elevato di conoscenze generali nelle materie professionali,
una specializzazione il più possibile varia e flessibile, attuata attraverso corsi di terza area
differenziati negli anni e tra i diversi istituti.
Questa possibilità però non deve essere solo teorica: le regioni devono diversificare e
variare lofferta a seconda delle richieste del mercato, così come è necessario uno spazio
maggiore da dedicare ad interventi di rappresentanti delle imprese o di professionisti, al fine
di garantire un reale e produttivo raccordo tra la scuola e il mondo del lavoro.
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