Articolo precedente | Articolo seguente |
|---|
di Luigi Zanotta*
I corsi post-qualifica dell'Istruzione professionale nacquero alla fine degli anni 60
quando, in seguito ai movimenti degli studenti e alle conseguenti rivendicazioni di
diritto allo studio, venne riconosciuta la possibilità, in via sperimentale, di conseguire
la maturità anche agli studenti degli Istituti professionali di Stato che, fino ad allora, si
limitavano al rilascio del diploma di qualifica. Non è il caso, ora, di ridiscutere la
validità di tale scelta; ogni momento storico ha la sua connotazione, ogni periodo
porta il suo contributo al rinnovamento.
È opportuno ricordare tuttavia che l'Istruzione professionale di allora non era neppur
lontanamente paragonabile a quella odierna.
Negli istituti ad indirizzo industriale la maggior parte delle ore di lezione era dedicata
ad attività pratiche più di vera e propria officina che non di laboratorio. L'attività
formativa era rivolta principalmente a fornire al mondo del lavoro operatori a livello
prettamente esecutivo con precise specializzazioni in ogni settore; basta ricordare
che il numero di corsi di qualifica si aggirava attorno a 130! D'altra parte questa era
allora l'esigenza dell'industria.
Ricordo che, al principio degli anni '80, in un incontro fra presidi di Istituti
Professionali, un collega, in risposta a chi, giustamente, cominciava a porre il
problema di una "manualità critica" e di un possibile approfondimento delle aree
culturali, disse: "un congegnatore meccanico non deve pensare, deve eseguire..."
Il primo post-qualifica
In questa situazione culturale far proseguire gli studi fino alla maturità con
conseguente possibilità anche di accedere all'istruzione universitaria esigeva,
sicuramente, notevoli sforzi di fantasia. Poiché non era possibile mandare
all'università, o anche nel mondo del lavoro a un livello comunque più alto,
personaggi sprovvisti quasi totalmente di strumenti culturali di base, si pensò, anche
giustamente, di inserire contenuti prettamente formativi nel biennio post-qualifica.
Venne così al mondo una sorta di "scuola rovesciata", una scuola cioè in cui si
davano per scontate alcune abilità pratiche e operative già acquisite nel triennio di
qualifica, mentre alcune discipline formative, solitamente presenti nel primo biennio
dei corsi di studi di altri indirizzi, venivano inserite nel quadro orario degli ultimi due
anni.
Un modello "rovesciato"
Probabilmente era questa l'unica via percorribile non volendo o non potendo
cambiare il quadro normativo del triennio; sicuramente, però, non era un modello di
scuola ideale. Ciò doveva, in ogni modo, essere presente anche a chi aveva dettato
le norme, dato che, per molti anni, questi corsi vennero definiti "sperimentali" in
attesa di chissà che. Però, come spesso (troppo spesso) accade nel nostro paese,
dove le sperimentazioni si cristallizzano e il provvisorio diviene, di fatto, senza
giustificazioni, definitivo, a distanza di circa trent'anni questi corsi sopravvivono
ancora in molti istituti. Non si vuol dire tuttavia, che l'esperimento sia stato totalmente
catastrofico: stare a scuola un paio d'anni di più è sempre comunque utile; i
programmi, via via sempre più obsoleti e mai formalmente cambiati, sono stati di
fatto adeguati nei contenuti e, talvolta, persino nei metodi.
Il mondo del lavoro ha, in linea di massima, assorbito questa nuova figura
professionale, anche se permangono tuttora equivoci e differenze nel suo
riconoscimento giuridico, soprattutto nei confronti con la consolidata figura del
perito.
Successivamente il Progetto 92 ha, in un certo senso, rimesso le cose a posto nel
loro ordine naturale, assegnando al biennio le discipline prevalentemente formative.
Con l'avvento di questa piccola rivoluzione copernicana questo strano modello di
scuola rovesciata non aveva, evidentemente, più senso.
La "terza area"
È nato, così, un nuovo modello di corso post-qualifica. L'area logica, storica e
linguistica e le problematiche tecniche e scientifiche sono caratterizzate quasi sempre
da programmi strutturati in moduli e diversificati da quelli del triennio di qualifica, non
tanto nei contenuti quanto negli obiettivi finali da conseguire. Inoltre, accanto al
doveroso approfondimento di queste aree, è stata proposta una "terza area".
Questa, libera da schemi e contenuti precostituiti, avrebbe dovuto avere lo scopo di
adeguare la formazione dell'alunno alle esigenze e alle richieste del territorio.
Un secondo scopo doveva essere quello di coinvolgere, nella sua progettazione, il
mondo della formazione professionale regionale che, da sempre, agiva in contesti
formativi separati dall'istruzione di stato.
Le caratteristiche fondamentali della terza area dovevano essere queste:
È fuor di dubbio che un tipo di scuola così strutturato non manca di suggestione:
viene proposto un modello formativo che, con assoluta libertà, permette di applicare
le conoscenze e i metodi teoricamente appresi a processi produttivi di industrie e
aziende presenti nel territorio e che, in linea teorica, può essere anche in grado di
seguire con maggior agilità l'evolversi del mercato del lavoro. Ciò potrebbe essere
ottenuto senza nulla togliere allo sviluppo di quelle abilità logiche che la scuola deve
far acquisire allo studente per metterlo in condizione di far fronte al continuo
cambiamento indotto dallo sviluppo tecnologico ma che, fatalmente, non possono
garantire una professionalizzazione immediata.
I problemi con le Regioni e gli esperti
Purtroppo, però, le cose non sono sempre andate bene come auspicato e sperato;
non tutte le regioni hanno sottoscritto immediatamente una convenzione con il
Ministero; altre regioni non hanno potuto garantire il finanziamento dei corsi; in
alcune realtà alla rigidità dell'ordinamento statale si è sovrapposta l'altrettanto
deleteria rigidità dei regolamenti regionali vanificando una delle speranze più attese,
quelle dell'agilità e e dell'immediatezza dei percorsi formativi). Nei casi, sempre più
frequenti, di mancato accordo con la regione, l'istituzione scolastica si è trovata in
gravi difficoltà, sia di ordine finanziario, sia di ordine organizzativo. In ogni caso è
risultato difficoltoso il reale coinvolgimento di esperti esterni; il carico di studio e di
lavoro per gli studenti è risultato forse troppo elevato nei confronti di quanto avviene
in tutti gli altri ordini di scuola.
Non è, comunque, in discussione la validità intrinseca del progetto formativo, né
appaiono insormontabili le oggettive difficoltà che ne hanno ostacolato il
funzionamento; appare viceversa indispensabile un suo riesame soprattutto per
quanto riguarda le risorse finanziarie e il ruolo degli enti locali; così come è della
massima importanza il coinvolgimento diretto delle associazioni industriali,
commerciali e artigiane del territorio che dovrebbero essere direttamente interessate
ai problemi della formazione professionale e che, quindi, dovrebbero essere
disponibili a fornire risorse sia tecniche e culturali che finanziarie.
*Preside Ipsia "A. Ponti" di Gallarate (VA)
Articolo precedente | Articolo seguente |
|---|