Eppur si muove
di Lucia Frigerio
È compito non facile scrivere l'editoriale di PRAGMA nel momento in cui il governo propone il suo progetto di riordino dei cicli scolastici, e tutti coloro che operano e vivono nella scuola o che ad essa sono sinceramente interessati sono invitati a riflettere su di un'ipotesi ampia e complessa di tutto il sistema formativo nazionale. Non è facile, ma è stimolante e non impossibile nella misura in cui non si pretenda di esprimere un giudizio articolato, definitivo e stigmatizzante, ma si cerchi invece di rielaborare esperienze e pensieri per portare un contributo 'pragmatico' al dibattito in corso.
Il settore dell'Istruzione professionale è forse quello che con maggior ansia attende questo progetto di riforma, e ciò non tanto o non solo per una questione di vitale sopravvivenza.
Solo chi pensa alla scuola come ad un ambito in cui ritagliare innanzi tutto uno spazio per il proprio interesse personale può avanzare un interesse così meschino. Chi da anni si adopra a promuovere il più possibile il successo formativo di un'utenza per motivi diversi assai complessa e svantaggiata, desidera sopravvivere, e questo anche al di là delle etichette e delle denominazioni, perché venga riconosciuta, valorizzata e riutilizzata l'esperienza maturata e perché i diversi percorsi scolastici garantiscano davvero a tutti i cittadini pari dignità e pari opportunità.
L'Istruzione professionale è stata l'unico settore della scuola superiore italiana ad avviare una prima riforma del suo ordinamento e ciò le è esplicitamente riconosciuto anche nel documento del ministro Berlinguer che definisce, tra l'altro, 'valide esperienze' quelle realizzate in questi ultimi anni nell'istruzione professionale. Di ciò siamo riconoscenti, non tanto per l'aspetto di gratificazione, pur apprezzabile e sempre positivo, quanto per la valenza di legittimazione, se così si può dire, di un'esperienza che per molti è stata professionalmente assai significativa e qualificante, anche se non raramente frustrante a causa di quegli ostacoli e di quelle resistenze che tutti ben conosciamo e che anche il ministro può facimente immaginare.
Da tale riconoscimento ci sentiamo però in qualche modo anche responsabilizzati perché riteniamo che una riflessione lucida e propositiva su quanto è stato messo in atto in questi anni nel Professionale possa suggerire correttivi e miglioramenti utili a tutti i settori.
Un primo ambito di riflessione può essere quello dei programmi. Certi passi del documento ministeriale che richiamano alla necessità di 'una riduzione quantitativa dei "contenuti" in favore di un maggiore approfondimento dei "nuclei fondanti" delle diverse discipline' o che ribadiscono lo 'spostamento sempre più sensibile dai temi dell'insegnamento a quelli dell'apprendimento' trovano piena corrispondenza con quanto detto e ricercato in questi anni nel Professionale, ma portano anche a galla alcuni elementi di problematicità che è meglio cercare di affrontare fin dall'inizio. Crediamo infatti che sia indispensabile esplicitare davvero i famosi 'nuclei fondanti' di ogni disciplina nonché stabilire obiettivi specifici, il più possibile identificabili e non facilmente eludibili, per ogni snodo fondamentale dei curricoli.
Se così non si farà, non si avvierà mai il lavoro di ricerca e di aggiornamento sull'epistemologia delle varie discipline, l'unico che può garantire l'individuazione approfondita e qualificata dell'apporto che ciascuna di esse può dare alla formazione culturale e professionale dei giovani di oggi. Se così non si farà, si continuerà ad alimentare il sospetto, nel quale tra l'altro molti di noi hanno vissuto in prima persona in questi anni, che la riduzione dei 'contenuti' in fondo sia solo una scusa per giustificare l'incapacità di insegnare e o quella di pretendere 'rigorosamente' dei risultati dagli studenti.
L'altro aspetto per cui il nodo problematico dei programmi è indubbiamente complesso ed impegnativo è quello della ripetizione ciclica di alcuni contenuti, come anche il testo della proposta sottolinea. Se è giusto riconoscere che il sapere si fonda su una rete di conoscenze e di relazioni che stanno in un rapporto di continuo richiamo e comunicazione, è però legittimo domandarsi se abbia un senso ripetere più volte nel corso dell'esperienza scolastica gli stessi argomenti o se non sia più stimolante e produttivo prevedere scansioni e approfondimenti di volta in volta diversi e che diano davvero per acquisito ciò che già è stato appreso (se davvero si è accertato che è stato appreso).
Un altro ambito di riflessione riguardo al quale il Professionale è particolarmente sensibile è quello della 'scuola dell'orientamento', che dovrebbe avere una corrispondenza di struttura nella flessibilità dei percorsi, nonché un presupposto formativo nelle competenze dei docenti. L'orientamento motivante e "promozionale" delle reali risorse dello studente si può fare solo se si concepisce lo studente adolescente come individuo ancora in fieri, che va incoraggiato a scoprire le sue capacità e le sue doti. L'orientamento è impossibile se ci si preoccupa troppo o troppo precocemente di alcuni risultati molto specifici, quali, ad esempio, la forte predisposizione, già in prima superiore, per discipline quali l'Economia aziendale o l'Elettrotecnica.
Il senso dell'Istruzione professionale è innanzi tutto questo: accogliere in un percorso di studi che parte dal 'minimo' ma consente anche il 'massimo' quei giovani che, per motivi socio-economici e personali di varia natura, pensano alla scuola, alla cultura e, in ultima analisi, all'attività di 'pensiero' come a qualcosa per cui non hanno predisposizioni e capacità. Per questo sono previsti percorsi di studio che, anche grazie allo specifico monte-ore dell'Area di approfondimento, aiutano sviluppare 'abilità trasversali', che promuovono il pensiero astratto passando dall'operatività alla teorizzaione, che insegnano a studiare e a lavorare su progetti e per progetti.
È vero che l'altra caratteristica fondante del Professionale è quella di favorire un rapido inserimento nel mondo del lavoro, ma è altrettanto vero, e il documento ministeriale lo sottolinea, che oggi non ha più senso, ed è spesso difficile, scindere cultura e manualità, studio e preparazione al lavoro.
Rimangono ancora due nodi che non è certo possibile sciogliere con facilità ed immediatezza in un disegno di legge e che meritano di essere esaminati, insieme a quelli sopra accennati, in tempi e spazi più ampi. Si tratta dell'integrazione con il sistema della formazione professionale regionale e delle carateristiche della nuova professionalità docente.
In merito al primo si può comunque dire che le sinergie sono non solo auspicabili, ma certamente possibili nella misura in cui la formazione professionale interviene per fornire quegli elementi di aggancio con il mondo del lavoro e con il territorio per cui l'istituzione scolastica non ha competenze e risorse specifiche.
Per quanto attiene al secondo, l'esperienza di questi anni insegna che chi governa deve essere deciso nel rivedere tutto il sistema del reclutamento e della formazione dei docenti, ma anche realmente convinto di dover reperire le risorse finanziarie necessarie allo sviluppo e al riconoscimento di una professionalità indispensabile al rinnovamento della società italiana. Va comunque dato atto a questo progetto di aver proposto un riordino del sistema scolastico che da tanto si aspettava e che, nel bene e nel male, per tentativi ed aggiustamenti, potrebbe decollare.
Sembra impossibile, 'eppur si muove'!