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In una situazione incerta e mutevole come quella in cui si trova oggi il mondo della scuola un convegno sul futuro
dell'Istruzione professionale costituisce una preziosa opportunità di incontro, di confronto e di dibattito per tutti coloro
che in questi anni hanno investito energie e risorse nell'unico processo di rinnovamento che la scuola superiore italiana
abbia conosciuto dopo la riforma Gentile. L'esigenza di occasioni come questa, in cui si coniugano significatività di
interventi informativi e spazi di dibattito generale e specifico, è assai sentita. Lo ha ampiamente dimostrato la Giornata
dell'Istruzione professionale che si è svolta alla Fiera del Libro di Bologna l'11 aprile scorso: una platea di quattrocento
presidi ha affollato la sala congressi dell'esposizione per ascoltare e dibattere i temi che più direttamente coinvolgono
l'Istruzione professionale nel momento in cui la scuola sembra voltare pagina.
Qualità della formazione, rapporto scuola-lavoro, integrazione istruzione-formazione, dimensione europea della scuola:
questi gli argomenti più interessanti e discussi secondo i diversi punti di vista del mondo scolastico, imprenditoriale,
sindacale e politico. Questi i nuclei tematici su cui da sempre riflette e discute anche PRAGMA, che il convegno ha
voluto e organizzato nonostante le non piccole difficoltà che ciò comporta anche in relazione alle sue modeste (ed
esclusivamente volontarie) forze.
Quale formazione per studenti che scelgono un percorso scolastico più direttamente agganciato al mondo del lavoro?
E' la questione, tante volte riproposta nelle discussioni tra docenti, del rapporto tra formazione culturale di base e
preparazione professionale. E' una questione di grande rilievo anche in relazione alla proposta di riforma dei cicli
scolastici. L'Istruzione professionale, che con il Progetto '92 ha visto un adeguamento dei programmi delle discipline
dell'area comune agli obiettivi del biennio di tutta la scuola superiore, verrebbe probabilmente costretta a fare un passo
indietro qualora già nei primi anni del ciclo superiore si differenziassero finalità e obiettivi degli insegnamenti di base.
Come realizzare un rapporto corretto e produttivo con il mondo del lavoro?
Si tratta di un ambito di interazione che spesso spaventa il mondo della scuola, preoccupato di non essere subalterno
rispetto alle esigenze del mercato, ma nello stesso tempo desideroso di adeguare la propria offerta formativa ad una
realtà in continuo mutamento.
Con quali risorse, aggiuntive rispetto alla scuola, progettare ed attuare percorsi professionalizzanti calibrati sulle
esigenze e sulle caratteristiche del territorio? Se da una parte è possibile e pare ormai indispensabile mantenere tavoli di
lavoro comuni con i centri di formazione professionale, dall'altra si è convinti e consapevoli dell'insostituibile ruolo
dell'istruzione statale per quanto riguarda la preparazione di base nonché gli insegnamenti fondamentali. I progetti
europei sono una questione di moda e di Ecu?
Dai primi scambi di classi fra paesi europei alle più recenti esperienze di alternanza scuola-lavoro e di formazione
continua, di strada ne è stata fatta. Forse ora occorre dare sistematicità e regolarità a quanto sperimentato e finalizzarlo
a obiettivi di omologazione di curricoli e di titoli di studio.
E' certo che in questi anni di sperimentazione e di rinnovamento gli istituti professionali non sono stati a guardare: la
maggior parte si è mossa e ha scoperto di possedere risorse e capacità progettuali fortemente innovative e propositive.
Ci si è interrogati a fondo sui meccanismi dell'apprendimento per ricercare strategie motivanti e di recupero in tempi e
modi ben più adeguati rispetto ai discussi e discutibili Idei, si sono avviate proficue collaborazioni con aziende ed
imprese presso le quali gli studenti effettuano in modo ormai sistematico esperienze di stages, sono stati progettati in
comune con la formazione professionale percorsi di microspecializzazione, sono state attuate tutte quelle iniziative varie
e complesse sui diversi fronti (adulti, recupero degli abbandoni ecc.) che ben conoscono quanti operano negli istituti più
attivi e collocati nelle situazioni 'di frontiera'.
Alcuni meccanismi hanno funzionato e funzionano, altri si sono inceppati e forse necessitano di revisione.
Il lavoro di riflessione e di confronto che il convegno del 16 maggio promuove e favorisce potrà offrire un contributo
prezioso al rinnovamento della scuola italiana, cui anche questa rivista partecipa fin dalla fondazione, dando voce per
quanto è possibile e con i molti limiti di cui è consapevole soprattutto agli insegnanti, e portando quei contributi di
critica, di sostegno e soprattutto di riflessione aperta di cui è capace.
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