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Il programma di storia, questo sconosciuto

di Bernardo Draghi

Il presente articolo nasce da un intervento tenuto in quanto persona "a conoscenza dei fatti", come si usa dire nelle cronache giudiziarie, in occasione del convegno di PRAGMA "Quale futuro per il professionale" (Milano, 16 maggio 1997). Come il lettore e la lettrice certamente sapranno, con decreto ministeriale del 31/1/97 sono entrati in vigore i nuovi programmi di storia per il triennio dei corsi di qualifica e il biennio dei corsi postqualifica, nonché il programma di italiano per il terzo anno di qualifica. Mentre quest’ultimo non sembra aver prodotto reazioni particolari, i programmi di storia – soprattutto quello del triennio – hanno suscitato un’accesa polemica sulla stampa nazionale, e tra gli insegnanti reazioni spesso fortemente critiche, talvolta violentemente negative. Nelle riflessioni che seguono non ho modo di render conto analiticamente delle posizioni di critici e avversari del programma, che costituiscono comunque il mio referente implicito. Prendendo spunto da due piccole ma istruttive esperienze, cercherò piuttosto di collocare tali reazioni negative nel contesto di abiti mentali a mio parere caratteristici del senso comune didattico, e di qui partire per sottolineare alcuni aspetti a mio parere decisamente positivi dei nuovi programmi.

Esperienza istruttiva n. 1
Devo documentarmi sui programmi di storia. Mi presento alla segreteria di (a) un istituto professionale per i servizi sociali; (b) una scuola elementare; (c) un liceo scientifico sperimentale, chiedendo di prendere visione dei programmi in vigore. Prima che i testi saltino fuori sono rispettivamente necessari (a) mezz’ora, (b) tre quarti d’ora, (c) tre giorni. In generale ho l’impressione di fare una richiesta del tutto fuori dell’ordinario, qualcosa che non rientra nella prassi abituale delle segreterie. Molto più facile sarebbe – mi spiegano cortesemente applicati e vicepresidi – reperire i programmi svolti nelle classi, che spesso vengono richiesti dall’insegnante di nuova nomina o dallo studente che deve sostenere esami integrativi.
Esperienza istruttiva n. 2
Mi trovo a far parte di una commissione di maturità professionale che deve esaminare 50 candidati privatisti, per lo più preparati da istituti specializzati nel recupero di anni scolastici. Molti di loro debbono sostenere prove integrative sui cinque anni, e di conseguenza avrebbero tutto l’interesse a limitare al massimo il carico di studio. Ebbene: l’unico programma di storia che rispetti il dettato ministeriale (ossia un programma di storia contemporanea sia per il corso di qualifica che per il postqualifica) è quello di un candidato che si è preparato da solo. Gli altri sono un compendio di storia universale, di cui all’atto pratico i candidati si rivelano quasi totalmente all’oscuro. Una rapida indagine presso i colleghi delle altre commissioni rivela che si tratta di un fenomeno generalizzato.

 

L’assenza di una cultura dei programmi

Tutto questo, si converrà, è abbastanza curioso. Non parliamo degli studenti che non sono tenuti in partenza a conoscerlo, ma per l’insegnante di storia il programma dovrebbe essere il primo testo di riferimento, qualcosa come il manuale d’officina per il meccanico riparatore, un documento da tenere sottomano e consultare non dico continuamente, ma almeno a ogni inizio d’anno quando si mette a punto la programmazione. E invece no: il programma spesso non viene letto, resta un oggetto misterioso che tutti nominano (soprattutto nella locuzione "ho un programma da svolgere") ma pochi conoscono veramente.

Programmi di storia e modelli disciplinari

Quali possono esserne i motivi? Ben poco sostenibile sarebbe una spiegazione riferita alla cattiva fede di maestri e professori, o a una loro costituzionale pigrizia. Essa va invece cercata a un livello più profondo, quello dei modelli mentali disciplinari. In qualche modo, l’insegnante-tipo ha un’immagine della "storia da insegnare" che rende superflua la lettura dei programmi, vissuti come mera veste verbale di un contenuto dato una volta per tutte. Come sottolinea efficacemente Ernesto Perillo, "quando parlo dei programmi di storia con gli insegnanti che conosco il discorso scivola inevitabilmente sui manuali. È uno slittamento semantico e concettuale, uno spostamento che si ripropone più volte nel corso della conversazione e mi sembra sottendere l'equazione che la storia da insegnare sia la storia così come è rappresentata nei manuali. O meglio la storia scritta nel manuale in adozione".

 

L’immagine della disciplina che ne deriva è quella di una storia universale, narrativa, cronologicamente lineare, monolitica, un "tutto senza crepe" (Philippe Ariès).

Sul piano dell’insegnamento, ciò comporta che la sequenza cronologica dei contenuti (dei programmi o del manuale) risulta in sostanza immodificabile. Se i vincoli di contesto (le due ore settimanali, le interruzioni dell’anno scolastico, le carenze di base degli studenti) rendono palesemente irrealizzabile l’insegnamento di tutti gli argomenti del manuale, nel migliore dei casi si ricorrerà alle "ampie sintesi" di questo o quell’argomento già suggerite dai programmi della scuola media del 1979 onde evitare "salti arbitrari"; nel peggiore, sarà la fine dell’anno scolastico a tagliar fuori dal programma svolto una serie più o meno lunga di temi, la cui trattazione verrà rimandata all’anno successivo. Comunque sia, magister non facit saltus. Ogni rottura della sequenza cronologica viene vissuta come una insopportabile violenza alla struttura stessa della disciplina.

Se per caso il programma viene letto, la pesantezza del modello manualistico fa sì che si consultino solo i contenuti e i termini cronologici "post" e "ante" delle annualità di corso. Esaurito l’elenco dei temi, conclusa la lettura. In una sorta di rimozione a priori, quasi nessuno legge con cura (o legge del tutto) le note introduttive, le finalità, gli obiettivi, le indicazioni metodologiche. Tutto questo è vissuto come irrilevante, accessorio, pura decorazione . E se i temi sono scanditi in una sequenza che non sia semplicemente cronologica (vedi il Brocca per i trienni, ma anche i vecchi programmi per i licei!), si tende a leggerli selettivamente estraendone solo le informazioni compatibili con il modello manualistico, in sostanza i "paletti" cronologici di ciascuna annualità di studio, con scarsa o nessuna attenzione all’articolazione tematica.

 

Programmi e innovazione

Non abbiamo qui lo spazio per addentrarci in una storia dei programmi di storia. Va tuttavia sottolineato che tutti i programmi finora introdotti nella scuola secondaria a partire dal 1979, se hanno talvolta lasciato significativo spazio all’innovazione, in molti casi casi hanno consentito di non innovare affatto. Una spia evidente è la produzione editoriale. Salvo rare eccezioni, tanto il Brocca per i bienni quanto quello per i trienni hanno consentito agli editori di manuali di riciclare anche più volte testi già esistenti con semplici operazioni di riconfezionamento, talvolta ai limiti della decenza.

  • I nuovi programmi di storia per gli istituti professionali

    Perché tanta reattività di fronte ai nuovi programmi di storia del professionale? Perché per la prima volta essi non consentono di lasciare le cose come stanno. La rottura della falsa linearità cronologica rende lampante la non insegnabilità manualistica (cioè sequenziale, senza salti) della lista completa dei 17 temi del triennio e relativi sottotemi. Per non cadere vittime della disperazione bisogna cercare altrove. Ma tanto pesa il modello manualistico che alcuni si fermano qui, non riflettendo sul fatto che se su 28 pagine dei programmi per il triennio, 8 sono dedicate ai contenuti e 20 ad altro, gli estensori dei programmi avranno avuto le loro ragioni, che non siamo obbligati a condividere ma con le quali dobbiamo comunque fare i conti.

    Chi invece comunque ha la pazienza di leggere anche il resto, scoprirà invece che i programmi stessi offrono criteri di orientamento, di selezione e di gestione didattica dei contenuti. Il modello di riferimento non è più quello del decalogo, ma della banca dati con allegate istruzioni per l’uso.

    Vediamo di approfondire le caratteristiche dei nuovi programmi per il triennio attraverso uno schema grafico. Purtroppo qui possiamo solo accennare ai programmi del biennio postqualifica, che in parte riprendono quelli del triennio, in parte rappresentano un’assoluta novità con la proposta di un curricolo modulare di storia settoriale, che rompe con l’assurda ripetitività della situazione precedente e può in qualche modo prefigurare quello della scuola superiore riformata.

    Osservazioni

    Una prima, evidente caratteristica è l’ampiezza e l’articolazione del testo. Come già nel Brocca, i contenuti seguono finalità e obiettivi, e precedono le indicazioni didattiche. Le finalità sono più numerose che nel Brocca (16 contro 7) e scandite per area (cognitiva, operativa, orientativa).

    Anche gli obiettivi sono molto più numerosi che nei programmi precedenti (52 contro 6), dove inspiegabilmente erano meno delle finalità. I contenuti comprendono 17 temi per l’intero triennio (contro i 64 del biennio Brocca). Notevole spazio infine viene attribuito alle indicazioni metodologiche, strettamente connesse alle parti precedenti.

    Se le finalità conservano il massimo grado di prescrittività, a differenza di quanto avveniva nel Brocca gli obiettivi possono, anzi debbono essere oggetto di scelta e programmazione; analogamente, gli unici moduli indicati come obbligatori sono quelli di apertura del curricolo (cioè 2 su 17), mentre degli altri è prescritta solo l’articolazione modulare, non il numero dei sottotemi da svolgere.

    La ricchezza degli obiettivi e dei temi diviene dunque una risorsa a disposizione del docente, che non deve più insegnare tutto ma può adattare il programma alla situazione della classe e - perché no? - ai propri gusti e alle proprie inclinazioni.

    Un’altra importante differenza rispetto al Brocca sta nella presenza di indicazioni metodologiche prescrittive. D’altra parte, se accettiamo l’idea che insegnare storia sia anche insegnare delle abilità, nel duplice senso cognitivo (delle operazioni mentali) e operativo (delle abilità di studio), e se "il conseguimento di abilità non può che passare attraverso la sistematica pratica di coerenti attività", non è possibile che in un programma questo aspetto non venga sottolineato con forza.

     

    Temi e programmazione modulare

    Un aspetto fondamentale è la particolare scansione tematica della materia. La distribuzione dei temi proposti dai programmi nell’arco dei cinque anni può essere sequenzialmente rappresentata nel modo seguente:

     

    Se tuttavia collochiamo i temi su un asse temporale, otteniamo un grafico molto diverso:

    Risulta infatti evidente come la distribuzione dei temi nel tempo non rispetti la tradizionale sequenzialità cronologica, ma venga a costituire piuttosto una sorta di stratigrafia che dalle lunghe durate del rpimo anno, sfondi integratori di tutte le possibili conoscenze sul passato remoto del mondo, passa ai processi di medio e breve periodo del secondo e del terzo. Ma come strutturare ogni singolo tema, in particolare quelli del primo anno? A questo proposito possono soccorerci altri due schemi.


    Ciascun tema indicato dal programma diventa cioè tema generale e titolo dell’unità di insegnamento-apprendimento. Sul piano progettuale , i diversi sottotemi servono a costruire una periodizzazione o una cronologia di massima che rappresentino il contesto generale di future conoscenze specifiche. Su questa intelaiatura si innestano uno o più sottotemi come casi di studio. Proviamo a fare un esempio concreto .

    Il procedimento di costruzione dell’unità modulare potrebbe dunque essere il seguente:

    Basandosi su un testo di riferimento, che nell’esempio è un volumetto di C. M. Cipolla ma potrebbe essere anche un testo manualistico o un montaggio di testi, si è costruita una periodizzazione generale delle principali forme della vita economica dalla preistoria ad oggi , nonché dell’evoluzione demografica e del rapporto tra produzione e consumo. Didatticamente, si tratta di costruire con gli studenti il grafico temporale dell’esempio, quindi definire descrittivamente (attraverso la lettura guidata di testi e operazioni su grafici e tabelle) i caratteri essenziali dei grandi periodi rappresentati.

    Su questo sfondo si collocano i sottotemi indicati dai programmi, che rappresentano conoscenze di scala temporale intermedia. Anche in questa fase l’allievo dovrebbe lavorare attraverso operazioni guidate su materiali prevalentemente descrittivi, che consentano di cogliere sincronicamente i tratti essenziali delle diverse formazioni economico-sociali indicate dai programmi nelle loro analogie e diversità.

    Infine si svolge uno studio di caso, che nel nostro esempio è l’economia dell’alto Impero romano. Si tratta di un passaggio didatticamente importante, poiché serve a dare concretezza fattuale a concettualizzazioni che altrimenti rischierebbero di restare solo vuote etichette, e al tempo stesso a rendere consapevole lo studente come in un campo disciplinare sterminato come quello storiografico ogni scelta (di segmento, di percorso) sia forzatamente parziale.

     

    Conclusione

    Il tipo di percorso di insegnamento-apprendimento prefigurato dai nuovi programmi richiede da parte dell’insegnante sia un capovolgimento della visione consueta della storia-materia, sia una mediazione didattica molto più forte di quella tradizionale; da parte degli studenti, una netta preponderanza del lavoro sui testi e una operatività diffusa a cui forse non sono abituati.

    I nuovi programmi di storia per il professionale certamente non sono esenti da difetti. Ma a differenza di quelli passati, essi spingono all’innovazione. E che bisogno c’è di innovare nell’insegnamento della storia? Qui sta il punto. Ebbene, se con le nostre abituali pratiche di insegnamento i nostri studenti imparano la storia in modo soddisfacente, se amano la materia, se alla fine del corso sono diventati lettori curiosi e competenti di storia, allora è logico lasciare tutto come sta. Ma se le cose stanno diversamente, forse vale la pena di accettare la sfida.

     

    * docente all’Ipsia "C. Chini" di Borgo S. Lorenzo (FI)


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