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Istruzione professionale e patto per il lavoro

di Laura Mengoni

 

Presenterò rapidamente il patto per il lavoro, vedendo quali sono i contatti con la proposta di riforma della scuola, con particolare riferimento all’Istruzione professionale.

Il patto per il lavoro non è un’innovazione ma un compimento, esso riprende infatti in larga parte i contenuti del protocollo di intesa del luglio ’93 stipulato tra governo Ciampi, confindustria e CGIL-CISL-UIL, ma ancora di più riprende gli spunti di tutti gli accordi sulla formazione, e sui contratti di formazione/lavoro, che si sono susseguiti tra confindustria e sindacati confederali a partire dagli anni ’90. Il tema della formazione e quello dell’istruzione costituiscono un obiettivo congiunto, che va adempiuto in maniera partecipata. Per tre anni si sono riuniti organismi paritetici nell’ambito del professionale, sia a livello nazionale che regionale e provinciale, organismi che quindi dovrebbero essere, in maniera congiunta, gli interlocutori del mondo della scuola, capaci di creare una sorta di coordinamento, di rappresentare il fabbisogno delle imprese per quanto riguarda la formazione attuata negli istituti professionali e di indicare le novità che si prospettano in ambito lavorativo per i giovani.

Uno degli aspetti qualificanti del PL è l’esigenza di un maggior raccordo tra la scuola e le parti sociali, di un maggior coinvolgimento, di una maggiore partecipazione. Perché questa esigenza trovi soddisfazione è necessario potenziare la conoscenza delle imprese, valorizzare le esperienze di alternanza con particolare riferimento alla possibilità di stage; un altro fatto di collaborazione sicuramente è stato l’agire in collaborazione, come accade nell’orientamento e nella Formazione professionale laddove vengono valorizzate anche le competenze esterne attraverso l’utilizzo di docenti provenienti dall’impresa.

L’accordo si concentra soprattutto su diversi punti indicati come prioritari: l’innalzamento dei livelli d’istruzione, l’innalzamento dell’obbligo a 16 anni e del diritto all’istruzione fino a 18 anni.

Si parla della necessità di organizzare un sistema di formazione continua che tenga conto dell’apporto del sistema d’istruzione e di formazione, dal momento che oggi in Italia non esiste un sistema di formazione continua. I sistemi di formazione e d’istruzione devono essere riformati in modo integrato, poiché non si può parlare della riforma della scuola separatamente dalla riforma del sistema di formazione professionale e bisogna tenere conto anche della formazione universitaria.

L’altra opzione forte è la necessità di una pluralità dell’offerta formativa in cui la Fp deve ritornare al suo compito originario che è quello di garantire il raccordo tra l’ istruzione ed il mondo del lavoro e delle professioni, secondo un quadro integrato di distribuzione dei compiti all’interno del quale la scuola deve fornire la formazione di base e una formazione di tipo preprofessionalizzante, l’università si occupa della formazione di tipo generale e in parte professionalizzante, e la Fp garantisce il raccordo con il mondo del lavoro, un momento mirato all’inserimento lavorativo.

È necessario, sempre per quanto riguarda il lavoro, rivedere tutto il sistema d’istruzione, realizzare il decentramento, realizzare l’autonomia (se ne è parlato a lungo), realizzare un sistema, nell’autonomia, forte di controllo e di valutazione.

Occorre un’informazione attendibile e trasparente sulla qualità e quantità dell’offerta formativa, cosa che oggi in Italia manca, in modo tale che gli utenti possano scegliere coerentemente alle esigenze stesse del territorio. Perché se è chiaro che la formazione di base, in quanto formazione generale, ha degli aspetti che vanno al di là delle esigenze del sistema produttivo-professionale, ci sono alcuni aspetti, soprattutto la parte professionalizzante dell’Istruzione professionale, che devono tenere assolutamente conto delle esigenze del territorio.

Per quanto riguarda la valutazione che possiamo dare rispetto alla proposta di riforma, anche in rapporto alle proposte e indicazioni contenute nel patto per il lavoro, sottoscritto tra gli altri anche dal governo, possiamo dire che si tratta di una riforma orientata in senso europeo, che tiene conto del fatto che i nostri giovani devono vivere in un ambiente europeo e quindi in un mercato unico in cui potranno collocarsi non solo nel nostro paese, ma anche negli altri paesi della comunità; per questo è assolutamente importante che la preparazione al lavoro sia condotta in modo da permettere ai giovani di accedere al riconoscimento dei titoli formativi.

L’altro aspetto politico forte della proposta del ministro Berlinguer è l’innalzamento dell’obbligo scolastico, anche se in realtà non è un innalzamento di 2 anni perché alla fine del riordino dei cicli l’obbligo è a 15 anni, comunque è già un passo avanti.

Il progetto contiene elementi di flessibilità e, valorizzando la formazione non solo teorica, ma anche pratica, assume un diverso equilibrio rispetto a quelle che erano le precedenti proposte di riforma che sembravano portare a un’eccessiva licealizzazione del sistema dell’Istruzione superiore.

Passiamo ora ai punti più discutibili della riforma. La critica fondamentale è che non si tratta di una riforma integrata, come si chiedeva, perché la riforma della formazione professionale sarà gestita dal Ministero del Lavoro e non inserita nella riforma generale della scuola; è ancora incerto il ruolo della Formazione professionale, e altrettanto incerto è il rapporto fra questa e l’Istruzione professionale; non sono del tutto chiari i contenuti e scarno è il riferimento alle nuove modalità di insegnamento; anche l’aspetto relativo ai nuovi sistemi di valutazione e di certificazione è ancora insufficiente e mancano soprattutto risposte sul sistema di reclutamento e di carriera degli insegnanti, assolutamente indispensabili per poter sostenere una riforma così ambiziosa.

Inoltre, i tre anni ritenuti necessari per un progetto così complesso, mi sembrano troppo pochi per poter realizzare bene una riforma così impegnativa. Un altro punto che non convince è l’ultimo anno della scuola materna in un contesto di scuole private dove non si può garantire come nelle scuole statali l’obbligatorietà dell’ultimo anno della materna.

Analizzerò ora brevemente il percorso formativo post-obbligo, secondo le indicazioni che emergono dal patto per il lavoro.

Tale percorso formativo deve svilupparsi con pluralità di opzioni tra loro collegate in una logica di sistema e raccordate attraverso la possibilità del passaggio da un’opzione all’altra senza che ciò implichi la perdita di anni scolastici.

La scuola superiore deve essere in grado di preparare all’università, oppure al conseguimento di un diploma pre-professionalizzante, che preveda un breve corso professionalizzante successivo, da scegliere all’interno di una pluralità di opzioni formative tale che i giovani possano avere diverse possibilità, anche attraverso tirocini o stages in azienda, soluzione attualmente impossibile, visto che i sistemi di formazione e di istruzione non si parlano.

 

* responsabile della Formazione di Assolombarda


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