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Quale spazio per il Professionale nella "scuola dei cicli"

di Antonio Merito *

Siamo tutti consapevoli, dopo una lunga stagione di riforme non avvenute o incomplete, che esistono oggi i segni che indicano una trasformazione piuttosto radicale del mondo della scuola. I riferimenti fondamentali, già definiti o in via di definizione, sono la legge sull’autonomia (marzo 1997), l’accordo per il lavoro (settembre 1996), la proposta di riordino dei cicli scolastici (gennaio 1997).

Aldilà di qualunque analisi che, per ragioni di complessità, non è possibile fare qui, è facile comprendere come i documenti già impostati abbiano una matrice che sottende un disegno complessivo coerente. La principale finalità che appare è quella della necessità di adeguare l'offerta scolastica alle esigenze di una società complessa: innalzamento dell'obbligo, raccordo col mondo del lavoro, formazione continua rappresentano solo alcuni dei presupposti per elevaree la qualità del sistema dell’istruzione.

Le linee guida e gli strumenti fondamentali che si evidenziano per il raggiungimento di questi obiettivi sono sostanzialmente due: la flessibilità e l'integrazione.

Nel seguito espliciterò meglio questi due concetti. Per ora faccio presente come la legge sull'autonomia scolastica abbia sancito tutti i presupposti per la flessibilità, di tipo sia organizzativo sia didattico, sia formativo. Una interrelazione tra i vari soggetti istituzionali (istruzione professionale, formazione regionale, mondo del lavoro)ed una integrazione dei curriculi rappresentano gli strumenti più adatti per il raggiungimento degli obiettivi. Se nell'offerta formativa attualmente esistente si dà uno sguardo al settore dell'istruzione professionale, alla quale sono approdato da poco tempo, si vedono segni di interesse e di entusiasmo, come del resto testimonia la numerosa partecipazione al convegno indetto da PRAGMA.

L'istruzione professionale ha già nell'attuale ordinamento, in maniera fortemente accentuata e anticipatoria rispetto alle altre realtà, le radici dei principi fondamentali che oggi si vogliono estendere a tutto il settore dell'istruzione.

Il principio della flessibilità dei programmi, dei nuovi modi di fare didattica, della personalizzazione degli interventi, anche mediante l'area di approfondimento, dell'integrazione con la formazione regionale ed il mondo della produzione attraverso l’area di professionalizzazione dei corsi post - qualifica, sono realizzazioni già largamente attuate nell'Istruzione professionale.

Tali principi appaiono ancora più marcati nelle esperienze di educazione per gli adulti. Una circolare del '90, fortemente anticipatrice per i suoi tempi, in parte consentiva già, accentuando le caratteristiche tipiche del Progetto ’92, di mettere in campo crediti e debiti formativi, cioè elementi oggi riconosciuti come fondamentali per la nuova scuola che intendiamo costruire.

Con questo non voglio certo dire che non ci siano stati inconvenienti: vi sono state ottime realizzazioni ma anche aree di sofferenza, differenziazioni forti tra le varie realtà. La stessa area di approfondimento, felice intuizione, in alcuni casi ha dimostrato limiti oggettivi noti a tutti. Anche la terza area dei corsi post - qualifica ed il rapporto con le regioni, fondamentale per un positivo raccordo con il mondo del lavoro, hanno dimostrato talora inconvenienti derivanti spesso dal diverso contesto territoriale. E tuttavia l'esperienza nel suo complesso può dirsi altamente positiva.

A questo punto, riallacciandoci al discorso precedente, possiamo affermare che i presupposti, i principi contenuti nel documento relativo alla scuola dei cicli trovano già applicazione significativa, seppur perfettibile, in quello che è l'attuale modello dell'Istruzione professionale.

In qualche maniera questi concetti contribuiscono a comprendere quale debba essere il nucleo dell'Istruzione professionale in futuro. Difficile per me indicare con estrema precisione quale possa essere l'avvenire di questo settore, so però che l'intenzione dell'Amministrazione è che vi sia un futuro forte dell'Istruzione professionale nella "scuola dei cicli". Una soluzione di carattere diverso comporterebbe una dispersione di un patrimonio di competenze forti e consolidate.

L'esperienza è stata estremamente significativa, ed è stata accompagnata da un'opera di aggiornamento dei docenti e dei presidi da considerarsi fondamentale. Sarebbe quindi particolarmente grave disperdere queste energie e queste competenze specifiche.

La riforma dei cicli prospetta una doppia offerta nel campo della formazione: una più specificatamente di carattere culturale (che coinvolge gli attuali licei, ma anche in parte l’istruzione tecnica con la sua liceizzazione) ed una più professionalizzante (innestata comunque su una forte formazione culturale di base), che si dovrà rivolgere ad un'utenza più ampia rispetto a quella che attualmente sceglie i percorsi formativi dell’Istruzione professionale. Dobbiamo ricordare infatti quanto la situazione italiana sia squilibrata rispetto a quella di tutta l’Europa: da noi l’utenza degli istituti professionali rappresenta appena il 25% del numero complessivo degli allievi dell’Istruzione secondaria superiore contro il 50% riscontrabile nel resto del continente.

Gli strumenti che abbiamo individuato, la flessibilità e l'integrazione, risultano essere i più importanti per raggiungere questi obiettivi. Se ipotizzassimo una prospettiva tale per cui lo stato non si dovesse più occupare dell'Istruzione professionale, ci troveremmo di fronte a un ventaglio di esperienze regionali fortemente diversificate: tale prospettiva non appare oggi auspicabile nel contesto attuale, né coerente con lo sforzo di innalzare gli attuali livelli di istruzione dei cittadini.

Tuttavia bisognerà certamente andare avanti in modo determinato sulla via dell'integrazione dei sistemi formativi; solo una proposta forte da parte dell'Istruzione professionale può garantirle una significativa continuazione delle esperienze positive già realizzate. Vanno quindi accentuati tutti gli elementi di flessibilità sinora sviluppati. Bisogna inoltre cominciare a ipotizzare momenti di grande anticipazione rispetto a processi di integrazione già in corso nel post - qualifica. La stessa riforma dei cicli prevede che già nel triennio dell’orientamento vi siano dei moduli realizzati in collaborazione con le regioni o con il mondo del lavoro, in modo da costruire un significativo percorso integrato. Nel triennio successivo l’integrazione appare ancora più accentuata. Bisogna perciò fare un passo avanti ancora al riguardo, passo che comporterà modifiche a livello istituzionale. Sarà necessario infatti aggiornare i poteri della Conferenza Stato-Regioni e Stato-Enti Locali, proprio perché bisogna costruire una cornice uniforme nella quale inserire le autonomie in modo da evitare che diventino anarchie.

Un passo avanti andrà fatto sia a livello strutturale, conferendo una maggiore flessibilità alle due parti che si devono integrare, sia soprattutto a livello culturale, in modo da favorire la condivisione degli obiettivi e la gestione complessiva del sistema da parte di tutti gli interessati.

Mi rendo conto che tale strada è complessa, ma la complessità non ci esime dalla necessità di doverla percorrere. Evidentemente vi saranno, nel percorso, degli ostacoli. Voglio accennare solamente ad alcuni di essi.

Vi è anzitutto l'esigenza di trovare un accordo tra i diversi soggetti interessati che devono partecipare alla costruzione di questo percorso. Una seconda difficoltà è rappresentata dal clima culturale complessivo del paese che certamente ha già fatto un passo avanti, ma che ancora deve fortemente adeguarsi. Una recente indagine del Censis indica che in un campione di intervistati solo il 5,7% ritiene il fattore cultura indispensabile per risolvere la crisi del Paese; questo dato la dice lunga su quanto sia difficile la strada da percorrere. D’altronde senza una forte partecipazione collettiva ed una condivisione su questi temi è impossibile che vi sia la spinta sufficiente sia per risolvere la parte normativa, sia per destinare le necessarie risorse alla soluzione dei problemi dell'istruzione.

Un ultimo elemento di difficoltà si riferisce all'utilizzazione delle risorse: qualsiasi operazione di ingegneria istituzionale scolastica in ogni caso si realizza con le gambe degli uomini. E allora qui si tratterà di fare un discorso molto chiaro e forte. Bisogna mettere in campo tutte le risorse umane, a cominciare da quelle fisicamente presenti nella scuola.

Inoltre la riforma dell'amministrazione centrale e periferica deve essere funzionale ai nuovi obiettivi dell'istruzione. Allo studio, vi è poi un progetto di sperimentazione del biennio con il quale si tende a dare una risposta a chi auspica maggiore flessibilità dei curricoli, variazioni del carico orario all’interno di una più efficace reimpostazione modulare della didattica, una nuova organizzazione dell'area di approfondimento. Gli istituti che sono interessati già dal 1997/’98 si trovano a sperimentare nuove forme, e più ampie, di autonomia.

Un piccolo accenno al problema della certificazione dei crediti. Essa deve tenere conto non solo di ciò che avviene all'interno della scuola, ma anche di ciò che avviene nella formazione regionale e nelle imprese. Alcune esperienze già sono state fatte ed alcuni elementi sono trasferibili. Bisogna ricercare anche una condivisione con il mondo del lavoro sul tipo di certificazione delle competenze, anche se tale discorso, su cui si sta riflettendo, è molto, molto complesso.

La complessità delle trasformazioni, peraltro qui solo appena accennate, richiede un grande coinvolgimento degli operatori scolastici ed un forte incremento della professionalità di tutti, vale a dire un forte investimento nelle risorse umane.

Mi riferisco anzitutto alla necessità di ridefinire la figura dei capi di istituto, per i quali l’autonomia implica nuove, o in ogni caso accresciute competenze gestionali, organizzative, relazionali e decisionali. Ma anche per i docenti si prospetta una radicale trasformazione delle professionalità per gestire una didattica profondamente rinnovata, basata su un’impostazione modulare degli insegnamenti ed un sistema di certificazione dei crediti formativi che consenta e faciliti l’accesso, i passaggi e i rientri degli allievi (anche adulti). Comprendo che è richiesto ai docenti uno sforzo piuttosto grande, ma essi devono sapere che bisogna cercare anche per la loro utilizzazione forme più flessibili. Si tratta sicuramente di aspetti complessi e delicati, che hanno risvolti anche di tipo sindacale, ma su di essi bisognerà iniziare a discutere. La stessa assegnazione degli insegnamenti deve essere regolamentata in maniera più integrata e flessibile nella prospettiva dell'autonomia. La soluzione di questi problemi comporterà inevitabilmente dei sacrifici. Ecco perché questa prospettiva potrà essere percorsa anche immaginando adeguate forme di incentivo per coloro che saranno disponibili a concorrere al raggiungimento degli obiettivi.

Da tali e tante premesse scaturisce non solo l’esigenza di rinnovare le modalità di reclutamento del personale, la necessità di attivare le cosiddette "figure di sistema", ma soprattutto di formare diffusamente tutti i soggetti direttamente coinvolti nella gestione dell’innovazione.

Gli sforzi finora realizzati sono stati ampi, ma non sufficienti: bisogna pensare anche ad altre forme di aggiornamento.

Non è ipotizzabile utilizzare ancora solo corsi di tipo tradizionale. È necessario sviluppare diffusamente l’aggiornamento a distanza con un capillare utilizzo delle nuove tecnologie.

 

* dirigente I Divisione Direzione generale per l’Istruzione professionale

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