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Quale formazione per il lavoro?

di Luigi Zanotta

Penso che la giornata del 16 maggio 1997 rimarrà data fondamentale nella storia di Pragma e dell’Istruzione professionale di Stato; aggiungo volutamente il di Stato in quanto purtroppo non sono ancora risolte le incertezze sulla sorte di questa scuola che a buona ragione può essere considerata istituzione veramente benemerita nel panorama dell’istruzione secondaria italiana.

In effetti nel gran polverone che tuttora circonda il progetto di riordino dei cicli scolastici non è ancora chiaro, al di là dei grandi pronunciamenti sulla assoluta necessità di formazione, chi se ne deve incaricare e come si intende operare; perché ai fini di un corretto rapporto col mondo del lavoro non é tanto importante il "chi" ma piuttosto il "come".

Il modello di istruzione proposto col Progetto ’92, nonostante non abbia forse raggiunto tutti i risultati ipotizzati e sperati, resta comunque a parere mio e di gran parte degli intervenuti al convegno, un modello estremamente valido anche se perfettibile.

È chiaro a tutti che ormai é finito il tempo del mestiere per tutta la vita; è chiaro, quindi, che non ha assolutamente più senso far imparare un mestiere nel senso di addestrare una specie di scimmia sapiente a una manualità acritica.

È quindi preciso interesse proprio del mondo del lavoro avere una mano d’opera di livello culturale relativamente alto, che abbia appreso l’uso dell’utensile più importante (il proprio cervello!) a sua disposizione, che non abbia paura di essere sorpassato dalla tecnologia perché è in possesso degli strumenti per controllarla, se non per dominarla.

Non sapevamo allora e non sappiamo ancora adesso come, tra l’altro, si evolverà la struttura della Repubblica; molto probabilmente qualsiasi futura e probabile struttura federale non potrà rinunciare a farsi carico della formazione professionale; difficilmente però assumerà come modello l’attuale struttura dell’ Istruzione di stato; contro ogni logica si assiste attualmente a preoccupanti fenomeni di descolarizzazione che investono non solo le regioni meno ricche ma anche le cosiddette aree forti del paese. La voglia di un posto di lavoro qualsiasi, non importa come retribuito, non importa come ottenuto, potrebbe riportare indietro il ciclo della storia scolastica; potrebbe portare a un rapido addestramento mascherato da formazione continua.

Ritengo che la difesa di un modello di istruzione che professionalizza senza chiudere in un ghetto senza uscita (se non a costi decisamente troppo elevati) le molte migliaia di giovani in tutt’Italia che vi accedono, sia troppo importante per non essere portata avanti con forza; e questo, sia ben chiaro, non é interesse settoriale di chi egoisticamente coltiva il suo piccolo campo; è preciso interesse della intera società Italiana.

Parecchi anni fa, ebbi occasione di proporre in un corso d’aggiornamento una videocassetta di una bella lezione del prof. (allora solo prof.) Romano Prodi; ricordo, tra le altre cose, una frase, forse d’effetto ma sicuramente vera: "un popolo di ignoranti", diceva allora Prodi, "non può rimanere ricco per più di una generazione". Io continuo a ricordarmene e a ricordarla.

 

* preside dell’Ipsia "Ponti" di Gallarate (VA)

 


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