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Diritto allo
studio
Un Progetto un po’…speziato
di Isabella Pellicanò
L’emergenza droga è un
problema molto sentito a livello europeo. Il consumo di stupefacenti è
in continua crescita ed ogni giorno circolano tra i giovani nuove
sostanze particolarmente nocive che vengono consumate attraverso il
fumo, l’inalazione, l’ingestione, ed i cui effetti sono basati
sull’intensità e sulla brevità. Sono sostanze che vanno molto nelle
discoteche perché consentono di “potenziare” gli effetti della
musica e di sentirsi più sicuri e disinibiti. Il consumatore è di
solito giovane o giovanissimo e spesso neanche gli operatori esperti
sono in grado di individuare un soggetto che ne fa un uso occasionale.
Gli adulti possono “chiamarsi” fuori?
Quali possibilità ha la
scuola per intervenire in un ambito che sembra inaccessibile ai docenti
e alle famiglie? Si tratta oggi di una vera sfida a cui siamo ancor meno
preparati di prima, ma che non può vederci sconfitti in partenza. Negli
ultimi tempi in Lombardia (e probabilmente in altre regioni) le ASL
hanno cercato di intervenire con progetti volti alla formazione dei
docenti, per informarli sui pericoli delle nuove droghe. Ma questo
sforzo, seppure assai lodevole, non basta. Innanzitutto perché il
mercato della droga, specularmente al mercato altro, sforna
continuamente nuovi tipi di sostanze sempre più sofisticate, e poi
perché gli studenti non amano parlare delle proprie esperienze
personali con chi solitamente li giudica e può decidere della loro
promozione.
Questa serie di motivi ha
spinto le cooperative milanesi Comunità Nuova e Comunità del
Giambellino a dar vita al progetto triennale “Drug”, finanziato
dalla legge n.45/99 istitutiva del Fondo nazionale per la lotta alla
droga, destinato agli istituti superiori. Per i professionali è stato
strutturato il Progetto “Spice” destinato a facilitare i processi di
comunicazione e di educazione sul tema delle sostanze stupefacenti, del
loro uso e del loro abuso. Gli obiettivi sono l’informazione agli
studenti e agli insegnanti delle seconde e terze classi riguardo alle
nuove droghe, per giungere alla prevenzione e alla comprensione di un
fenomeno in costante allargamento, che troppo spesso vede gli adulti
relegati nel ruolo di demonizzatori e i giovani in quello di
trasgressori.
La scuola entra timidamente in gioco
L’Istituto “Oriani-Mazzini”,
che da tempo collabora con la Comunità del Giambellino, è al secondo
anno del Progetto “Spice”, destinato a concludersi il prossimo anno,
anche se la ricaduta positiva può far pensare ad un prolungamento nel
tempo, fondi permettendo. Questo è uno degli aspetti più spinosi della
questione, infatti grazie alla legge sopra citata il progetto è
gratuito, ma non è dato sapere se sarà ripetibile in futuro con la
medesima modalità.
L’iniziativa prevede
momenti di confronto e formazione dei vari soggetti coinvolti e punta
sulla facilitazione dei processi di comunicazione e sull’ottica,
nuova, della prevenzione attraverso la responsabilizzazione dei giovani
che devono sentirsi protagonisti delle proprie scelte e quindi coinvolti
in prima persona.
Spesso gli adolescenti non
hanno la consapevolezza delle loro azioni, “calarsi” una
pastiglietta colorata non è poi così diverso dall’ingoiare
un’aspirina o un antidolorifico, se poi lo si fa in gruppo, e solo
quando si va in discoteca l’atto si trasforma in comportamento trendy.
Da un’intervista
compiuta su un gruppo piuttosto vasto di nostri studenti tra i 15 e i 17
anni si è evidenziato un giudizio di merito sulle varie sostanze che è
a dir poco, agghiacciante. L’eroina è da vecchi e da tossici, roba
del passato; il tossicodipendente eroinomane è un diseredato, un
reietto, un individuo che non ha alcuno spazio sociale, un frustrato. Il
consumatore di cocaina è, viceversa, un individuo riuscito, alla moda,
ricco, famoso, dalla vita facile. Le conclusioni possiamo tirarle noi
senza bisogno di concludere la lettura dei dati: cocaina è bello,
questo pensano i nostri allievi, aiutati dai mass media che negli ultimi
anni hanno battuto la grancassa ai divi dello spettacolo, ai calciatori
ed ai Vip che più, o meno implicitamente, ammettevano che circolasse
nel loro ambiente.
D’altra parte la stampa
inglese, la scorsa estate ha reso noti dati raccapriccianti: la quasi
totalità delle banconote britanniche reca tracce di cocaina poiché
queste vengono utilizzate per facilitarne l’inalazione. È chiaro
quindi che quando un fenomeno è così diffuso il solo strumento della
dissuasione ha le armi spuntate in partenza.
Un approccio diverso
Per questo motivo il
Progetto “Spice” tenta un approccio diverso: gli operatori
incontrano inizialmente i docenti della classe per spiegare le modalità
dell’intervento ed aprire un dialogo con gli insegnanti sugli
obiettivi del percorso e informandoli sulle nuove droghe,
successivamente il coordinatore di classe compila un questionario di
presentazione degli allievi ed eventualmente discute direttamente con
gli educatori sulle problematiche emerse nell’incontro collegiale. La
seconda fase prevede che un docente referente informi gli studenti sul
Progetto, somministri un questionario anonimo per misurare conoscenze,
domande e attese e lo restituisca alla cooperativa. In seguito gli
operatori incontrano gli allievi due volte, per un totale di quattro
ore, senza la presenza dei docenti e in orario curricolare.
Viene così costruito un setting adeguato ad una comunicazione
circolare, per favorire la libera espressione di tutto il gruppo classe
utilizzando il role-playing e piccole simulazioni, ed infine viene
distribuito un opuscoletto scritto dagli operatori della cooperativa
Comunità Nuova edito da Baldini e Castoldi per fornire un ulteriore
strumento di conoscenza e dibattito. Le caratteristiche del libretto
sono il linguaggio accessibile e l’esaustività delle informazioni:
caratteristiche delle sostanze, effetti ricercati, danni alla salute,
consigli per limitare i danni in caso di uso. In appendice si trovano
inoltre contributi di esponenti del mondo dello spettacolo, vicini al
mondo giovanile e in grado quindi di lanciare messaggi particolarmente
sentiti. Il terzo e ultimo incontro avviene nella forma di uno sportello
di ascolto a cui si può accedere individualmente o in piccolo gruppo.
Infine viene distribuito un questionario anonimo di verifica. A progetto
concluso, avviene una restituzione del lavoro
svolto a tutti i docenti, nell’ambito di una riunione plenaria per
discutere dell’impatto dell’attività sulla classe e della
situazione degli allievi, nell’ovvio rispetto della privacy.
In generale gli insegnanti
apprezzano questa esperienza, innanzi tutto perché consente loro di
valutare la situazione con degli esperti per poter gestire eventuali
situazioni a rischio, poi perché i docenti più sensibili conoscono i
propri limiti in materie così delicate e preferiscono avere la certezza
che dei veri esperti intervengano sulle classi con strumenti appropriati
ai bisogni degli allievi. Non si tratta di scaricarsi di una
responsabilità, quanto di essere messi in condizione di proporre
interventi formativi più attenti ed eventualmente mediati dalla
consulenza degli operatori.
Nel secondo anno
l’esperienza viene ripetuta con modalità diverse, ad esempio con
l’utilizzo di un filmato e incontri più brevi con le classi, per
verificare il grado di consapevolezza acquisita e l’eventuale
mutamento dello stile di vita. L’esperienza ci insegna che i giovani
gradiscono discutere con esperti esterni in situazioni protette, come
avviene nel CIC, e che spazi gestiti con modalità diverse da quelle
delle lezioni curricolari vengono vissuti con consapevolezza e offrono
agli allievi la possibilità di sentirsi al centro dell’offerta
formativa. Questo deve farci superare l’eventuale diffidenza che
alcuni tra noi provano nel cedere momentaneamente ad altri la
responsabilità della gestione del percorso formativo. |
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