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Saperi e discipline
I programmi di storia per l’istruzione
professionale a cinque anni dalla loro introduzione
Di Bernardo Draghi*
Su ScuolaSnals del 28
novembre 2001 è stato pubblicata una lettera dei docenti di Lettere
dell’Istituto professionale per il commercio e il turismo di
Civitanova Marche a proposito dei programmi di storia introdotti nel
1997. Il documento ha il merito di riassumere non solo la maggior parte
delle obiezioni mosse dagli insegnanti al decreto ministeriale già
all’epoca della sua emanazione, ma anche le difficoltà incontrate da
molti di fronte a ogni ipotesi di revisione del curricolo di storia che
si distacchi dall’impianto tradizionale. Una riflessione in proposito
appare quindi assai opportuna, tanto più in un periodo in cui la
riorganizzazione dei curricoli continua a essere uno dei temi caldi nel
processo di riforma del sistema scolastico. Ma vediamo la lettera dei
colleghi, per poi proporre qualche nostra osservazione.
ISTITUTI PROFESSIONALI - PROGETTO DI
REVISIONE PROGRAMMI DI STORIA
Lo scorso giugno, il
collegio dei docenti della nostra scuola ha approvato una
sperimentazione didattica relativa all’insegnamento della Storia. Il
collegio ha accolto la proposta degli insegnanti di Lettere della sede
centrale, volta a modificare radicalmente la scansione temporale
prevista dallo specifico decreto del ministro della pubblica istruzione
del 31 gennaio 1997.
II progetto prevede la
seguente scansione temporale: I anno - Dalle origini all'età della
monarchia di Roma; II Anno - Da Roma repubblicana all’età dei comuni;
III Anno - Dalla fine del Medioevo alle origini dello stato modemo; IV
Anno - Dall’Ancien regime alle rivoluzioni risorgimentali; V Anno -
Dall’Unità d’Italia agli scenari mondiali contemporanei.
In questo modo si potrà
dedicare un intero anno di corso (il quinto) alla trattazione di un
secolo che, per la sua complessità, richiede un patrimonio di
conoscenze (allo stato attuale delle cose non acquisibile) e una capacità
critica che studenti dell’ultimo anno dovrebbero possedere in maggior
misura. Inoltre, si risponderebbe adeguatamente alle insistenze
ministeriali perché il Novecento sia oggetto di studio approfondito.
La Storia verrebbe così a
costituire il tessuto connettivo in grado di unificare più discipline:
Italiano, Religione, Scienze della terra, Geografia, Diritto, Lingue
straniere, Storia dell’arte... Quanto al problema posto dal monoennio,
facciamo presente che nel futuro sistema scolastico, l'esame di
qualifica scomparirà e che, statisticamente, la quasi totalità degli
studenti prosegue gli studi fino all’esame di stato.
Questo progetto è il
frutto di una riflessione che gli insegnanti di lettere hanno svolto su
quattro anni di attuazione del programmi del citato decreto. La
valutazione didattica sui risultati conseguiti dagli studenti e sulle
metodologie di insegnamento, ha tenuto conto di questi parametri: la
capacità di orientamento spazio-temporale, l’effettiva conoscenza e
collegamento del contenuti, l’interdisciplinarietà. La conclusione
principale a cui siamo pervenuti è che la scansione temporale scelta
dal D.M. (la storia ripetuta due volte nei cinque anni di corso) e
1’impostazione modulare hanno avuto l'effetto di disorientare gli
studenti.
L’eccessiva
concentrazione degli eventi in un anno scolastico e la conseguente
estrema sinteticità della trattazione impediscono, infatti, di
approfondire lo studio degli avvenimenti storici e obbligano a salti
temporali irragionevoli. La natura del testi, necessariamente non
narrativa bensì concettosa, ha ostacolato gli studenti
nell’acquisizione e nell’approfondimento di un adeguato metodo di
indagine storica, obiettivo espressamente richiesto dal citato decreto.
L’interdisciplinarietà, poi, è risultata praticamente
irraggiungibile, visto che le materie di Storia, Italiano, Lingua
straniera, Storia dell'Arte sono state costrette a seguire percorsi
didattici sfalsati fra loro. Ouesto ha impedito, in particolare agli
alunni delle quinte classi, di acquisire una visione ampia, organica e
completa delle epoche oggetto di studio.
Nell’ultimo anno, ad
esempio, il programma di Storia dovrebbe partire dalla rivoluzione
americana e giungere ai nostri giorni. Quello di Italiano, invece,
riguarda soprattutto la seconda metà dell'Ottocento e il Novecento. Di
conseguenza i nostri ragazzi, all’esame di stato, - che richiede
espressamente interdisciplinarietà e trasversalità, soprattutto nel
colloquio - si trovano in difficoltà.
Nessuno di loro, tra
l’altro, può essere in grado di svolgere, con conoscenze e competenze
adeguate, il tema di Storia: il Novecento, infatti, si studia
inevitabilmente in maniera sommaria, a meno che non si vogliano
trascurare completamente argomenti come la Rivoluzione francese e il
Risorgimento.
Per approvare questa
revisione del programma di Storia, il collegio docenti ha tenuto conto
dell’autonomia scolastica riconosciuta agli Istituti, e fatto
riferimento all'art. 277 (Sperimentazione metodologico-didattica) del
D.L. n. 297 del 16 aprile 1994.
Inoltre, si è richiamato
a quanto esplicitamente affermato dal Consiglio di Stato, nella sua
recente sentenza in ordine alla riforma dei cicli, secondo la quale i
cumicoli della scuola di base "non hanno carattere vincolante, nel
senso che non obbligano all'uniformità generalizzata della
didattica".
Per quel rispetto verso le
fonti che dovrebbe distinguere l’insegnante di storia, partiamo dai
riferimenti legislativi. Appare infatti curioso che per giustificare la
non prescrittività dei programmi nazionali ci si richiami
all’articolo 277 del DL 297/94, esplicitamente abrogato dal
Regolamento dell’autonomia scolastica (DPR 8 marzo 1999), nonché a
una sentenza del Consiglio di stato riferita alla scuola di base, mentre
l’istruzione professionale fa parte a pieno diritto della secondaria
superiore. Più centrato appare il richiamo al Regolamento stesso, nel
quale tuttavia si afferma (art. 8) che spetta al Ministero
dell’istruzione definire “gli obiettivi specifici di apprendimento
relativi alle competenze degli alunni”, a loro volta definite
(allegato A della versione approvata dal Consiglio dei Ministri il 30
ottobre 1998) come “intreccio di conoscenze e di abilità”. Dunque,
se la scuola autonoma ha facoltà di adattare il curricolo al contesto
locale anche attraverso una selezione o un arricchimento dei contenuti
di studio, ciò non significa che sia possibile sostituire di peso i
temi indicati dai programmi per un determinato ciclo di studi con altri,
quali che ne siano le ragioni. È facile capire che altrimenti qualsiasi
scelta diverrebbe possibile (compresa quella di svolgere un programma
quinquennale di storia padana, o toscana, o magari cinese) e non avrebbe
più senso parlare, accanto ai curricoli locali, di una quota di
curricolo nazionale.
Ma poiché ci interessa
l’aspetto sostanziale e non quello formale, vale la pena di rammentare
i vincoli posti dal Ministero al gruppo incaricato nel 1996 della
elaborazione dei nuovi programmi di storia per l’istruzione
professionale, in seguito alle obiezioni mosse dal CNPI a quelli in
vigore dal 1992 (qualifica) e 1994 (postqualifica):
-
coordinare cronologicamente i programmi del
biennio iniziale con quelli degli altri indirizzi della secondaria
superiore, per non ostacolare i passaggi in orizzontale previsti
dalla normativa;
-
rispettare l’autonomia del triennio di
qualifica, all’uscita del quale lo studente deve possedere una
adeguata conoscenza del mondo attuale;
-
evitare la ripetitività dei precedenti programmi
in cui si studiava storia generale dell’età contemporanea due
volte, nel corso di qualifica e in quello postqualifica;
-
rafforzare il valore formativo della disciplina;
-
renderla interessante e utile per gli studenti
del professionale (tra i quali, da tutte le indagini svolte in
merito, la storia risultava immancabilmente tra le materie meno
gradite);
-
dare ai docenti la possibilità di organizzare
percorsi modulari, raccordabili con quelli delle altre materie di
area comune e professionalizzante.
A questi vincoli i
programmi del 1997 cercano di dare una risposta in positivo, recuperando
la dimensione professionale in senso alto della disciplina. Non la
storia scolastica, cioè, ma quella degli storici, compresi quegli
accademici che dalle matricole universitarie vorrebbero una conoscenza
senza sbavature della “storia generale”, e insieme ostentano un
aristocratico disprezzo dei manuali. Questa storia è:
-
una disciplina che prima di poter analizzare il
proprio oggetto lo deve costruire a partire da tracce e
sopravvivenze del passato, e in cui la conoscenza è quindi basata
su un paradigma indiziario e il “fatto” è sempre un’ipotesi
sul passato, anche se costruita mediante procedure controllabili;
-
una storia in cui la ricostruzione dei fatti del
passato è inevitabilmente funzione del problema conoscitivo che lo
storico si pone in quanto uomo del suo tempo, e anche per questo non
è mai di per sé univoca e assodata una volta per tutte, se non
altro riguardo alle attribuzioni di significato assegnate alle
specifiche informazioni;
-
una storia di storie, in cui la tradizionale
narrazione politico-militare-diplomatico-dinastica è solo uno dei
filoni tematici praticabili, e non necessariamente quello col
maggiore valore esplicativo rispetto ai grandi mutamenti del passato
e del presente;
-
una storia in cui a loro volta le scelte
tematiche non solo sono inevitabili, ma impongono proprie scale
temporali, di rado riconducibili alle periodizzazioni scolastiche
tradizionali;
-
una storia in cui la narrazione di eventi e di
processi è integrata dalla descrizione di situazioni e contesti, ed
entrambe (narrazione e descrizione) divengono significative e si
articolano in sistemi di rilevanze nella trama argomentativa della
problematizzazione e della spiegazione.
Questa visione richiede
evidentemente di superare l’immagine scolastica della Storia con la S
maiuscola, concepita come una e una sola, un filo narrativo da
percorrersi dall’inizio alla fine e senza salti, con l’unica
variabile della ricchezza di dettagli. Una Storia in cui gli
“eventi” sono dati una volta per tutte, e ciò che cambia sono le
“interpretazioni” degli storici, tanto più viziate dalle ideologie
quanto più ci si avvicina al tempo presente. Dal punto di vista
tematico, di quale Storia si tratti risulta evidente dai termini-chiave
della periodizzazione proposta dai colleghi di Civitanova: la vicenda
politico-militare-istituzionale d’Italia, con possibili cenni
all’Europa occidentale e un’apertura finale agli “scenari
mondiali”. Una storia legittima, certo, ma non l’unica possibile.
Soprattutto da discutere è se sia quella che rende gli studenti degli
istituti professionali più capaci non tanto di svolgere il tema
dell’esame di Stato, quanto di orientarsi in una società globale e
complessa.
Se i programmi di storia
per gli istituti professionali si ispirano alla prima immagine della
disciplina, la presa di posizione dei colleghi di Civitanova appare
derivare dalla seconda, assunta in modo autoreferenziale e scarsamente
problematico. I colleghi infatti sembrano spesso assumere come oggetto
di critica non tanto il testo dei nuovi programmi, quanto una propria
lettura selettiva degli stessi, a sua volta orientata dal presupposto
che “la Storia” sia appunto una e una sola, e insegnabile in un
unico modo. Si creano in questo modo difficoltà e addirittura
prescrizioni ministeriali non confortate da alcun riscontro fattuale. Ne
citiamo solo alcune:
Gli attuali programmi obbligano a ripetere la Storia due volte.
È esattamente quanto i
programmi, nell’ambito dei vincoli sopra ricordati, cercano di
evitare, proponendo per i primi tre anni un percorso di storia generale
che costruisca una mappa conoscitiva di sfondo, e per il biennio
postqualifica percorsi tematici di approfondimento in chiave settoriale.
Indicare per i due cicli archi temporali parzialmente sovrapponibili non
significa affatto imporre ai docenti di ripetere la “Storia” due
volte, ma offrire loro la possibilità di svolgere percorsi diversi e al
tempo stesso reciprocamente integrati. Le difficoltà caso mai stanno da
una parte nella carenza di materiali, dall’altra in una formazione
iniziale degli insegnanti di storia che non si è mai preoccupata di
fondare le necessarie competenze programmatorie e didattiche.
Gli attuali programmi non danno uno spazio adeguato allo studio della
storia del Novecento.
Immaginando che ci si
riferisca al corso postqualifica, in quanto l’ultimo anno della
qualifica è interamente dedicato al ventesimo secolo, i programmi in
questione chiedono di svolgere percorsi di storia settoriale, per la
classe quarta del periodo preindustriale, per la quinta del periodo
industriale, senza tuttavia stabilire scansioni temporali rigide. È
quindi del tutto possibile dedicare l’intero quinto anno allo studio
del Novecento, approfondendo quanto già svolto in terza. Viene peraltro
da chiedersi se, nella scansione proposta dai colleghi di Civitanova,
avviare il quinto anno dall’unificazione italiana (ossia, se non
ricordiamo male, dal 1861!) consenta davvero gli auspicati
approfondimenti del periodo novecentesco.
L’impostazione modulare disorienta gli studenti.
L’affermazione è tanto
recisa quanto indimostrata. Se modularità, come risulta dal testo dei
programmi, significa organizzare l’insegnamento/apprendimento della
disciplina per unità di conoscenze, abilità e competenze che siano da
una parte relativamente autosufficienti (in quanto contengono percorsi
di recupero o acquisizione delle preconoscenze e dei prerequisiti
necessari), dall’altra disponibili a integrarsi ai moduli precedenti
ed essere integrati da quelli successivi, il disorientamento dovrebbe
essere evitato di partenza. Altrimenti, dichiariamo la nostra incapacità
di comprendere il problema, a meno che esso non dipenda dal confondere
le indicazioni dei programmi con certe fantasiose interpretazioni
manualistiche, che un professionista dell’insegnamento storico
dovrebbe essere perfettamente in grado di evitare.
L’eccessiva concentrazione degli eventi in un anno scolastico [il
primo] impedisce l’approfondimento degli avvenimenti storici e obbliga
a salti temporali irragionevoli.
Se “eventi” sta per
“accadimenti politico-militari-diplomatici…” è evidente
l’impossibilità di concentrare in un solo anno svariati millenni di
ricostruzione storica. Anche la bignamizzazione ha i suoi limiti
invalicabili. Ma i programmi non richiedono assolutamente di fare
questo, bensì di focalizzare il percorso di insegnamento-apprendimento
su permanenze e processi di lungo periodo riguardanti i grandi temi del
popolamento, delle strutture economiche e sociali, delle istituzioni
politiche e giuridiche, delle visioni del mondo, da svolgersi in
sequenza o intrecciandoli fra loro. Certamente è una storia diversa da
quella che noi insegnanti siamo abituati a praticare, e questo
rappresenta un problema che può essere risolto solo con
l’aggiornamento e una buona organizzazione del dipartimento di storia
d’Istituto.
L’attuale impostazione
del programma impedisce l’interdisciplinarietà in quanto Storia,
Italiano, Lingua straniera, Storia dell’arte sono costrette a seguire
percorsi sfalsati. Nell’ultimo anno, per esempio, il programma di
Storia dovrebbe partire dalla Rivoluzione americana e giungere ai nostri
giorni. Quello di Italiano, invece, riguarda soprattutto la seconda metà
dell’Ottocento e il Novecento…
Ammesso e non concesso che
l’interdisciplinarietà sia solo questione di cronologia, l’esempio
appare mal posto, non solo perché nei programmi di storia del
postqualifica non si fa cenno alla Rivoluzione americana (né alla
Rivoluzione francese o al Risorgimento, altrove richiamati dai colleghi
di Civitanova), ma soprattutto in quanto sia gli stessi programmi di
storia sia quelli di italiano consentono esplicitamente tutti gli
aggiustamenti cronologici che i docenti ritengano opportuni. Lo stesso
vale per la storia dell’arte. Per quanto riguarda le altre materie
(oltre alle lingue straniere, i colleghi citano in apertura religione,
scienze della terra e geografia), da nessuna parte i programmi in vigore
richiedono un insegnamento di tipo storico scandito per annualità,
cosicché in una programmazione ben congegnata di Consiglio di classe
qualsiasi forma di raccordo e integrazione interdisciplinare è non solo
possibile ma assolutamente legittima.
L’attuale programma
impedisce di svolgere in modo adeguato il tema di storia dell’esame di
stato.
Il problema in questo caso
è reale e deriva da un atteggiamento (almeno finora) profondamente
contraddittorio del Ministero, che da una parte nei corsi postqualifica
richiede per decreto di svolgere un programma di storia settoriale,
dall’altra per la prima prova scritta dell’esame di stato insiste
nel proporre una traccia storica di tipo tradizionale, che gli studenti
del professionale avrebbero tutto il diritto di non svolgere. Per
sdrammatizzare, tuttavia, possiamo ricordare che prima del 1997 e
all’esame di maturità di vecchio tipo (quindi con 4 opzioni soltanto,
in luogo delle attuali 8) la percentuale degli studenti che svolgeva la
traccia di storia si aggirava intorno al 7,5% del totale, la metà circa
nei professionali.
Una ultima nota, di ordine
diverso, riguardo la presunta irrilevanza del problema del monoennio,
ossia dell’autonomia del triennio di qualifica con diploma finale, in
quanto (a) “nel futuro sistema scolastico l’esame di qualifica
scomparirà” e (b) “statisticamente, la quasi totalità degli
studenti prosegue gli studi fino all’esame di stato”.
Per quanto riguarda la
motivazione (a), le uniche fonti a cui rifarsi sono la legge Berlinguer
sul riordino dei cicli, attualmente sospesa, nonché il recente
documento della commissione Bertagna. In nessuno dei due casi si
prospetta un’abolizione del corso breve di qualifica, che anzi nella
bozza Bertagna appare rafforzato. L’enunciato (b) può avere un
qualche fondamento in alcuni indirizzi del professionale
(economico-aziendale, servizi sociali), molto meno in altri (meccanico,
alberghiero), e di conseguenza non può essere generalizzata. E anche
nel primo caso, si applica solo a coloro che hanno superato la
perdurante e fortissima selezione dei primi tre anni, alla quale non
pare che l’insegnamento della storia abbia mai cercato di porre
costruttivamente rimedio. Una ulteriore dimostrazione del fatto che le
osservazioni riguardanti la presunta nocività della nuova impostazione
non sono suffragate da alcun dato fattuale, tranne quello
dell’evidente disagio degli insegnanti di fronte a una proposta della
quale non riescono a cogliere il senso.
*Irre Toscana
N.B. L’articolo compare
anche sull’ultimo numero del Bollettino di Clio ’92, indirizzo
e-mail:
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