HOME.GIF (399 byte)
 

La scuola che non vogliamo

Articolo precedente
Articolo seguente

di Lucia Frigerio

 

Il consiglio dei ministri del 1° febbraio scorso ha definitivamente inviato alla discussione in Parlamento la legge delega Moratti “per la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e di formazione professionale”.

Ora i commenti rimbalzano da un media all’altro e anche noi intendiamo dire la nostra, noi che, come tutti gli insegnanti “in forza” nelle scuole, non c’eravamo a decidere, noi che quando facciamo presente qualche perplessità veniamo tacciati di corporativismo, di ideologismo e di pregiudizio, noi del Professionale che in questi anni abbiamo costruito, per molti versi, una scuola nuova, della quale siamo giustamente fieri.

PRAGMA non è nata come rivista di dibattito politico, tanto meno si è ispirata a questo o a quel gruppo, ma tutte le volte in cui sono entrati in gioco alcuni principi fondamentali, quali il diritto allo studio e alle pari opportunità per tutti coloro che si avviano a diventare nuovi cittadini, la redazione ha sempre scelto con chiarezza per la scuola che è in grado di dare una formazione di base di uguale dignità a tutti; ora tutto ciò ci pare in pericolo. Intendiamoci: non che questi principi siano negati dalla legge delega, essi sulla carta vengono riaffermati con fermezza, il problema è che la differenziazione dei canali nell’istruzione superiore (il sistema duale insomma, come quello tedesco di antica e discussa memoria fra gli addetti ai lavori) non ci sembra dare sufficienti garanzie.

Se da una parte alcuni osservano che il ddl del 1° febbraio non cambia poi molto rispetto alla scuola superiore di oggi e che, anzi, ha forse il “pregio” di eliminare la storica divaricazione dei percorsi formativi tra sistema scolastico e sistema della formazione professionale, non dobbiamo dimenticare che i due nuovi canali si chiameranno “sistema dei licei e sistema dell’istruzione e della formazione professionale”, e ciò vale a dire che dall’ultimo posto in classifica tra i canali di istruzione gerarchizzati, gli istituti professionali passeranno al primo, ma di un’altra “parrocchia”, di un’altra storia.

Infatti la pari dignità dei due canali formativi non è affatto scontata e ancora troppo generiche appaiono le indicazioni affidate alle norme delegate, che dovrebbero riguardare soprattutto il rapporto fra centro e periferia. Il tutto all’interno del nuovo dettato costituzionale del federalismo, in merito al quale, per altro, l’ultimo decreto Bossi propone questa distinzione: allo Stato le funzioni di indirizzo e valutazione, alle Regioni quelle di organizzazione e di gestione di tutta l’offerta formativa, sia quella di tipo scolastico-istituzionale, sia quella a carattere professionale. E se tale prospettiva sembra essere contraddetta dal rientro (articolo 2, punto g) di quasi tutta l’istruzione tecnica nel sistema dei licei, perché non dovrebbero rientrarci anche gli Istituti professionali, soprattutto quelli che in questi anni hanno realizzato esperienze d’avanguardia nella sintesi di cultura e professionalità?

Con le istituzioni regionali gli istituti professionali collaborano ormai da tempo, sia per quanto riguarda la terza area del biennio post-qualifica, sia per l’ area di integrazione del biennio 2002, sia per l’introduzione nel curricolo di studio dello stage obbligatorio al terzo anno. Il Progetto 2002, in particolar modo, grazie alla sua articolazione in aree e per le innovazioni introdotte con la modularità, la flessibilità e il recupero delle situazioni di svantaggio, rappresenta uno dei punti più qualificanti della ricerca metodologico-didattica nell’istruzione pubblica italiana di questi ultimi anni.

Anche alla luce dei positivi risultati raggiunti e delle risposte dell’utenza, l’attuale dibattito sulla riforma della scuola non può trascurare ciò che con Progetto ’92 e con la sperimentazione 2002 gli Istituti professionali hanno realizzato, d’intesa con il Ministero, che vi ha impiegato notevoli risorse.

Quindi, se appare comprensibile che tutte le scuole possano far capo ad un’autorità regionale, non risulta chiaro perché solo gli Istituti professionali dovrebbero rientrare nella gestione regionale con un percorso più breve, seguito da un anno di riallineamento che non è invece tale nel sistema dei licei.

La scuola superiore che vogliamo non crede in percorsi rigidamente separati, non deprime curricoli consolidati, svilendo l'esame di Stato conclusivo che dà valore legale al titolo di studio, non manda i ragazzi di 15 anni a lavorare subito in azienda, sapendo che dopo non molto ne dovranno uscire perché sottoqualificati, e quindi già sufficientemente utilizzati per quel poco di competenze che avevano.

Un conto è il sistema integrato scuola nazionale – formazione professionale regionale, già sperimentato ed apprezzato proprio per la complementarietà tra ampia formazione culturale e saltuarie pratiche orientative al lavoro, mirate al territorio; un altro conto è la canalizzazione precoce del sistema duale che penalizza due volte i giovani più svantaggiati. Li penalizza da studenti, dandogli una scuola meno qualificata, li penalizza da lavoratori, immettendoli nel mercato con competenze che si riveleranno ben presto insufficienti; ce l’hanno ricordato anche recentemente alcuni responsabili del settore scuola di Confindustria.

Da qui il nostro dissenso, chiamiamolo così, per una controriforma elaborata da una commissione, definita “ristretta” forse perché non contemplava la presenza di alcun insegnante; da qui anche la nostra consapevolezza che la riforma potrebbe piacere alle superiori che non verranno disturbate nemmeno nei primi due anni dall’inserimento di “corpi troppo estranei”.

Ed è proprio questa inutile distinzione dei diversi canali di istruzione che è apparsa subito ingiusta a PRAGMA e la redazione sente il dovere di non far passare l’idea sottilmente antipedagogica del nuovo progetto, l’idea che: o si nasce con la voglia di studiare, cioè di conoscere, di capire, di sapere, come parte integrante del proprio patrimonio cromosomico (o finanziario?), o è meglio andare presto, anzi prestissimo a lavorare.

La voglia di studiare invece, soprattutto là dove è meno radicata per tradizione, va promossa, incoraggiata, coltivata, essa cresce con il tempo, lungo “ tutto l’arco della vita”, e la scuola di uno stato democratico deve davvero, e non solo sulla carta, garantire a tutti i suoi cittadini di raggiungere quei minimi livelli di base comuni che nel nuovo millennio non possono certo essere completati a 13 anni e, di fatto, a danno di coloro che spesso sono già socialmente deprivati.

Don Milani, interpretato in modo discutibile anche nella proposta della commissione Bertagna, diceva che per trattare in modo eguale le persone inevitabilmente diverse, bisogna dare a ciascuno cose differenti, ma intendeva dire: “di più” e “non di meno” per chi ha già socialmente di meno.

Articolo precedente
Articolo seguente