|
|
La scuola che non vogliamo
|

|

|
|
|
Articolo precedente
|
Articolo seguente
|
|
|
di Lucia Frigerio
Il consiglio dei ministri del 1°
febbraio scorso ha definitivamente inviato alla discussione in Parlamento la
legge delega Moratti “per la definizione delle norme generali
sull’istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di
istruzione e di formazione professionale”.
Ora i commenti rimbalzano da un
media all’altro e anche noi intendiamo dire la nostra, noi che, come tutti
gli insegnanti “in forza” nelle scuole, non c’eravamo a decidere, noi
che quando facciamo presente qualche perplessità veniamo tacciati di
corporativismo, di ideologismo e di pregiudizio, noi del Professionale che in
questi anni abbiamo costruito, per molti versi, una scuola nuova, della quale
siamo giustamente fieri.
PRAGMA non è nata come rivista
di dibattito politico, tanto meno si è ispirata a questo o a quel gruppo, ma
tutte le volte in cui sono entrati in gioco alcuni principi fondamentali,
quali il diritto allo studio e alle pari opportunità per tutti coloro che si
avviano a diventare nuovi cittadini, la redazione ha sempre scelto con
chiarezza per la scuola che è in grado di dare una formazione di base di
uguale dignità a tutti; ora tutto ciò ci pare in pericolo. Intendiamoci: non
che questi principi siano negati dalla legge delega, essi sulla carta vengono
riaffermati con fermezza, il problema è che la differenziazione dei canali
nell’istruzione superiore (il sistema duale insomma, come quello tedesco di
antica e discussa memoria fra gli addetti ai lavori) non ci sembra dare
sufficienti garanzie.
Se da una parte alcuni osservano
che il ddl del 1° febbraio non cambia poi molto rispetto alla scuola
superiore di oggi e che, anzi, ha forse il “pregio” di eliminare la
storica divaricazione dei percorsi formativi tra sistema scolastico e sistema
della formazione professionale, non dobbiamo dimenticare che i due nuovi
canali si chiameranno “sistema dei licei e sistema dell’istruzione e della
formazione professionale”, e ciò vale a dire che dall’ultimo posto in
classifica tra i canali di istruzione gerarchizzati, gli istituti
professionali passeranno al primo, ma di un’altra “parrocchia”, di
un’altra storia.
Infatti la pari dignità dei due
canali formativi non è affatto scontata e ancora troppo generiche appaiono le
indicazioni affidate alle norme delegate, che dovrebbero riguardare
soprattutto il rapporto fra centro e periferia. Il tutto all’interno del
nuovo dettato costituzionale del federalismo, in merito al quale, per altro,
l’ultimo decreto Bossi propone questa distinzione: allo Stato le funzioni di
indirizzo e valutazione, alle Regioni quelle di organizzazione e di gestione
di tutta l’offerta formativa, sia quella di tipo scolastico-istituzionale,
sia quella a carattere professionale. E se tale prospettiva sembra essere
contraddetta dal rientro (articolo 2, punto g) di quasi tutta l’istruzione
tecnica nel sistema dei licei, perché non dovrebbero rientrarci anche gli
Istituti professionali, soprattutto quelli che in questi anni hanno realizzato
esperienze d’avanguardia nella sintesi di cultura e professionalità?
Con le istituzioni regionali gli
istituti professionali collaborano ormai da tempo, sia per quanto riguarda la
terza area del biennio post-qualifica, sia per l’ area di integrazione del
biennio 2002, sia per l’introduzione nel curricolo di studio dello stage
obbligatorio al terzo anno. Il Progetto 2002, in particolar modo, grazie alla
sua articolazione in aree e per le innovazioni introdotte con la modularità,
la flessibilità e il recupero delle situazioni di svantaggio, rappresenta uno
dei punti più qualificanti della ricerca metodologico-didattica
nell’istruzione pubblica italiana di questi ultimi anni.
Anche alla luce dei positivi
risultati raggiunti e delle risposte dell’utenza, l’attuale dibattito
sulla riforma della scuola non può trascurare ciò che con Progetto ’92 e
con la sperimentazione 2002 gli Istituti professionali hanno realizzato,
d’intesa con il Ministero, che vi ha impiegato notevoli risorse.
Quindi, se appare comprensibile
che tutte le scuole possano far capo ad un’autorità regionale, non risulta
chiaro perché solo gli Istituti professionali dovrebbero rientrare nella
gestione regionale con un percorso più breve, seguito da un anno di
riallineamento che non è invece tale nel sistema dei licei.
La scuola superiore che vogliamo
non crede in percorsi rigidamente separati, non deprime curricoli consolidati,
svilendo l'esame di Stato conclusivo che dà valore legale al titolo di
studio, non manda i ragazzi di 15 anni a lavorare subito in azienda, sapendo
che dopo non molto ne dovranno uscire perché sottoqualificati, e quindi già
sufficientemente utilizzati per quel poco di competenze che avevano.
Un conto è il sistema integrato
scuola nazionale – formazione professionale regionale, già sperimentato ed
apprezzato proprio per la complementarietà tra ampia formazione culturale e
saltuarie pratiche orientative al lavoro, mirate al territorio; un altro conto
è la canalizzazione precoce del sistema duale che penalizza due volte i
giovani più svantaggiati. Li penalizza da studenti, dandogli una scuola meno
qualificata, li penalizza da lavoratori, immettendoli nel mercato con
competenze che si riveleranno ben presto insufficienti; ce l’hanno ricordato
anche recentemente alcuni responsabili del settore scuola di Confindustria.
Da qui il nostro dissenso,
chiamiamolo così, per una controriforma elaborata da una commissione,
definita “ristretta” forse perché non contemplava la presenza di alcun
insegnante; da qui anche la nostra consapevolezza che la riforma potrebbe
piacere alle superiori che non verranno disturbate nemmeno nei primi due anni
dall’inserimento di “corpi troppo estranei”.
Ed è proprio questa inutile
distinzione dei diversi canali di istruzione che è apparsa subito ingiusta a
PRAGMA e la redazione sente il dovere di non far passare l’idea sottilmente
antipedagogica del nuovo progetto, l’idea che: o si nasce con la voglia di
studiare, cioè di conoscere, di capire, di sapere, come parte integrante del
proprio patrimonio cromosomico (o finanziario?), o è meglio andare presto,
anzi prestissimo a lavorare.
La voglia di studiare invece,
soprattutto là dove è meno radicata per tradizione, va promossa,
incoraggiata, coltivata, essa cresce con il tempo, lungo “ tutto l’arco
della vita”, e la scuola di uno stato democratico deve davvero, e non solo
sulla carta, garantire a tutti i suoi cittadini di raggiungere quei minimi
livelli di base comuni che nel nuovo millennio non possono certo essere
completati a 13 anni e, di fatto, a danno di coloro che spesso sono già
socialmente deprivati.
Don Milani, interpretato in modo
discutibile anche nella proposta della commissione Bertagna, diceva che per
trattare in modo eguale le persone inevitabilmente diverse, bisogna dare a
ciascuno cose differenti, ma intendeva dire: “di più” e “non di meno”
per chi ha già socialmente di meno.
|

|

|
Articolo precedente
|
Articolo seguente
|
|
  |
|