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di Giuliana Cavallo-Guzzo
Negli ultimi due anni, anche per effetto dell’innalzamento dell’obbligo scolastico, è aumentato sensibilmente il numero degli alunni diversamente abili inseriti nelle scuole superiori, e in particolare negli istituti professionali. Si sta così diffondendo, anche se faticosamente, la convinzione che la presenza di un alunno portatore di handicap in classe comporti un ripensamento, da parte di tutti i docenti, del proprio modo di impostare tutta l’attività didattica, non solo quella rivolta specificamente all’allievo disabile.
Può essere pertanto utile segnalare, fra i tanti usciti di recente, due libri che possono essere proficuamente consultati da tutti i docenti, non solo da quelli di sostegno.
Il primo, Handicap e risorse per l’integrazione (a c. di D. Ianes e M. Tortello, Erickson, Trento 1999, 396 pp., £ 35.000), raccoglie gli atti del secondo convegno “La Qualità dell’integrazione scolastica”, organizzato dal Centro Studi Erickson a Riva del Garda nel novembre 1999.
Nell’introduzione il prof. Mario Ianes, direttore del Centro, afferma che L’integrazione scolastica degli alunni in situazione di handicap sta entrando nella sua età adulta e la sua funzione di stimolo e di arricchimento della Qualità della scuola per tutti gli alunni si fa sentire ormai con forza (p. 9). Diventa pertanto sempre più importante che si diffondano metodologie didattiche nuove quali l’apprendimento cooperativo e il tutoring, come pure strategie per adattare i libri di testo alle capacità degli alunni, e non solo di quelli portatori di handicap, se si pensa al problema della dispersione. A questo si aggiunge la necessità, sancita ufficialmente con l’autonomia, di adattare l’insegnamento agli stili cognitivi degli alunni individualizzando l’offerta formativa: anche a questo proposito, però, è importante uscire dalle affermazioni di principio e fornire ai docenti proposte concrete e realizzabili: è evidente infatti che un docente non può insegnare in venti stili diversi, mentre può però utilizzare forme di attività didattica ‘mista’, che richiedano l’uso variegato e continuo di competenze cognitive diverse: analitiche, pratiche e creative, in modo che l’alunno trovi maggiore congruenza con il proprio stile cognitivo (p. 11).
Il volume è diviso in sei sezioni: Educare nelle diversità, Educare alle diversità, Partecipare per apprendere, L’autonomia come risorsa, Bisogni educativi speciali, Buone prassi. In esso compaiono relazioni di notevole spessore teorico ad opera di studiosi come Albert Bandura, Robert Sternberg, Elena Grigorenko, accanto ad interventi di taglio più pratico e operativo in cui vengono descritte anche esperienze riuscite di attività didattiche volte all’integrazione.
Particolarmente stimolanti per i docenti di scuola superiore possono risultare gli spunti contenuti nella relazione di Mario Comoglio “I gruppi cooperativi di apprendimento: una risorsa cruciale per l’insegnamento e l’integrazione”. Se infatti metodologie nuove come l’apprendimento cooperativo sono ormai diffuse ed applicate con successo nell’ambito della scuola primaria, molto più difficile risulta il loro inserimento nella scuola secondaria, in cui la valutazione (e la selezione), ancora impostate in modo “tradizionale”, tendono a creare nelle classi un clima competitivo più che collaborativi. Questa situazione spesso si ripercuote negativamente sul livello di accettazione dello studente disabile, visto dai compagni di classe paradossalmente come un “privilegiato”, che si sottrae alle procedure standard di selezione grazie al proprio percorso individualizzato.
Altri stimoli utili alla riflessione sono contenuti nella relazione di M. Tortello, P. Rollero e M. Pavone Partecipare alla ‘cultura del compito’: dagli apprendimenti all’atmosfera culturale dell’apprendere, che mette opportunamente in guardia contro i rischi derivanti da un eccesso di programmazione e di attività fortemente individuali, che possono finire per isolare nuovamente l’alunno (p. 115). Diventa perciò importante far partecipare, seppure in modo adattato e ridotto, l’allievo handicappato alle stesse attività della classe e viceversa, perché è molto importante e formativo per gli alunni normodotati capire che cosa e come un handicappato apprende (p.118).
La seconda segnalazione riguarda la nuova edizione, riveduta ed ampliata, del Manuale di didattica per l’handicap di L. Trisciuzzi (Laterza, Roma-Bari 2000, 288 pp., £ 38.000). Uscito per la prima volta nel 1993, il manuale è stato accolto con favore, tanto da avere cinque edizioni tra il 1993 e il 1999; la nuova edizione del 2000, come scrive l’autore nell’introduzione, è stata ripensata per rivolgersi ad un pubblico più vasto: non più solo gli insegnanti di sostegno, ma tutti i docenti, in quanto il problema dell’integrazione dell’ handicappato deve essere esaminato in una prospettiva che non isoli mai l’handicap come problema, ma che risulti invece come ‘risposta’ della società in cui vive (p. VII).
In termini chiari ma rigorosi, il manuale affronta nella prima parte il tema dell’ handicap a livello cerebrale e neurologico e nella seconda l’aspetto relativo all’organizzazione psichica e alle patologie, nonché ai disturbi relazionali. La terza parte è invece dedicata specificamente alla scuola e alla didattica relativa all’ handicap, mentre nell’ultima parte viene presentata la normativa specifica e viene delineato il percorso operativo che spetta sia agli operatori scolastici sia all’ASL e agli Enti locali, corredato con un esempio concreto relativo ad un caso di grave ipoacusia associato a notevoli disturbi di linguaggio.
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