SAPERI E DISCIPLINE

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Le TIC a un bivio: da strumento ad ambiente di ricerca

Le interrelazioni che corrono tra ipertestualità, multimedialità, interattività e metacognizione

di Andrea Varani *

Fra gli ultimi atti del Ministro dell’Istruzione uscente, c’è stata la pubblicazione del documento finale della Commissione Ministeriale per il riordino dei cicli. Al suo interno, il Gruppo per l’introduzione delle nuove tecnologie, coordinato da Silvano Tagliagambe, ha espresso alcune indicazioni di lavoro che meritano un’attenta riflessione.

La filosofia di fondo del documento sembra rifarsi all’interessante punto di vista di Roberto Maragliano che auspica che “lo shock che inevitabilmente comporta l’introduzione delle macchine e dei loro linguaggi favorisca un ripensamento generale dei contenuti e dei modi della formazione” e descrive due possibili approcci alla multimedialità:

  1. il modello strumentale, che prevede l’uso del computer come ulteriore supporto didattico per rendere più efficace la didattica e ottenere migliori risultati;

  2. il modello filosofico, grazie al quale la multimedialità permette di ripensare e costruire il mondo e il modo di agire in esso.

Nel primo caso il PC è uno strumento neutro, che non altera gli equilibri esistenti ma si adegua; nel secondo caso, invece, si trasforma in una chiave di volta in grado di sostenere una nuova pedagogia più adatta all’epistemologia della complessità, alla pluralità degli stili di apprendimento, alla logica della reticolarità e all’infinita componibilità della conoscenza. Un grimaldello, quindi, capace di scardinare la didattica e i saperi formativi tradizionali, adeguando la scuola alle esigenze della società dell’informazione.

Nel documento si definiscono due obiettivi. Da un lato, dotare tutti gli studenti di una adeguata abilità strumentale nell’uso delle TIC, dall’altro, formarli ad un uso critico e consapevole delle loro implicazioni teoriche in tutte le discipline.

Correttamente, il PC non viene visto semplicemente come strumento in grado di velocizzare e semplificare procedure mentali consuete ma come “ambiente cognitivo” che modifica i processi di apprendimento e di pensiero.

La mente degli esseri umani, infatti, non è qualcosa di universale, di astorico, di sganciato dall’ambiente, specialmente tecnologico, in cui cresce e in cui esercita le sue capacità ed espleta le sue attività. Ogni tecnologia plasma e modifica la percezione del mondo e le modalità di pensiero con cui l’uomo lo affronta.

Di fronte a questi radicali cambiamenti di paradigmi, però, “è ingenuo credere, sottolinea Antonio Calvani, che basti introdurre i computer e la multimedialità nella scuola per ottenere un miglioramento della qualità dell’educazione. Senza una adeguata preparazione specifica degli insegnanti, si rischia di fare un uso banale e didatticamente irrilevante di tecnologie estremamente sofisticate”.

In linea con queste riflessioni, le soluzioni individuate dal Gruppo per l’introduzione delle nuove tecnologie non specificano chi insegnerà la nuova disciplina né per quante ore, ma ne forniscono il profilo professionale. L’insegnamento delle TIC richiede il possesso di competenze diversificate che riguardano aspetti teorici (legati alla teoria dell’informazione), teorico-pratici (pacchetti applicativi e integrazione di diversi linguaggi per la produzione di ipermedia, saper gestire la comunicazione in rete), relazionali (legati all’esigenza di collaborare con insegnanti di diverse discipline e coordinare progetti di lavoro) e didattico-pedagogici (fare delle TIC, oltre che uno strumento di lavoro anche oggetto di studio e riflessione valorizzando diversi stili cognitivi e sviluppando riflessioni metacognitive negli allievi).

Come si vede, un obiettivo ambizioso, per il quale si prevede una formazione in servizio di 180 ore per il personale che dovrà assumere questo tipo di incarico.

A sostegno di questa complessa professionalità è prevista la presenza di un docente specializzato e di un tecnico per ogni istituzione scolastica, oltre ad una équipe di supporto a livello provinciale.

Se è certamente condivisibile l’allargamento a tutte le scuole dell’insegnamento delle TIC, il tipo di impostazione proposto apre almeno due ordini di problemi. Innanzitutto non è chiaro attraverso quale percorso dovrebbe avvenire l’attribuzione di queste ore di insegnamento. La scelta di formare una specifica categoria di docenti specializzati risolverebbe forse sul breve periodo il problema già oggi osservabile negli istituti dove la materia è insegnata. L’attuale normativa prevede, infatti, che l’insegnamento delle TIC venga svolto da docenti di qualsiasi disciplina, presenti nell’istituto e che abbiano anche competenze in materia. Non sempre e non in tutte le scuole, evidentemente, esistono le risorse umane adeguate. Il risultato è, a volte, che le TIC vengono svuotate di significato e assumono connotazioni ampiamente diverse da quelle previste.

D’altra parte, la costituzione di una specifica classe di concorso rischierebbe di riprodurre quanto già avvenuto in passato con i Piani Nazionali di Informatica, innescando pericolosi processi di delega e di confinamento delle TIC in ambiti specifici e circoscritti, agendo in controtendenza rispetto alla valenza trasversale di questa disciplina. Il risultato non sarebbe la diffusione dell’uso degli ambienti informatici, bensì la costituzione di nicchie autoreferenziali, prive di incidenza sul contesto.

Nella precedente impostazione, alle Tic erano destinate tre ore settimanali di cui una in compresenza in quanto il clima cooperativo con un collega esperto favorisce l’apertura alle nuove tecnologie e permette il sorgere di una sensibilità e cultura della multimedialità negli insegnanti rendendoli capaci di captare le nuove opportunità nella attività didattica quotidiana (dalla premessa della Direzione Generale della Pubblica Istruzione del 31/10/97).

Veniva quindi sollecitata la valorizzazione del lavoro collaborativo e cooperativo, sia fra studenti che fra docenti, costringendo a mettere in moto processi virtuosi di programmazione e progettazione puntuale delle attività. Progettare un ipermedia, per esempio, valorizzandone le caratteristiche di ambiente trasversale ai diversi saperi, permette di coinvolgere buona parte del Consiglio di Classe e di rompere gli schemi rigidi delle discipline.

Quando ciò non accade, le TIC vengono gestite come attività a sé, separata dalle altre materie e invece di svolgere una funzione di superamento delle barriere disciplinari, finiscono per diventare una materia in sé, che semplicemente si aggiunge a quelle preesistenti.

Parallelamente, anche le sue modalità di insegnamento e di verifica spesso non sfruttano le potenzialità che le nuove tecnologie offrono. Il laboratorio, che consentirebbe modalità di apprendimento esperienziali e basate sul pensiero analogico/concreto, creando ambienti di apprendimento in cui il sapere si costruisce e gli allievi diventano co-protagonisti del progetto educativo, rischia di diventare, senza un approccio collaborativo, luogo di culto del pensiero simbolico/astratto ancora basato su un insegnamento puramente trasmissivo e su inadeguate forme di valutazione.

In questo modo, il computer non agisce più da strumento di cambiamento, venendo invece fagocitato e ricondotto al tradizionale schema spiegazione/verifica.

Il problema, allora, dovrebbe forse essere affrontato non costruendo professionalità specialistiche ma attraverso una formazione diffusa su tutti gli insegnanti, percorso certamente più lungo e complesso ma probabilmente più produttivo sul lungo periodo. Non andrebbe sottovalutata, inoltre, la formazione iniziale dei nuovi insegnanti. Se è difficile far cambiare abitudini e schemi mentali ad una categoria in rapido invecchiamento, le SSIS (Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Superiore) sono un’occasione da non perdere per introdurre nuovi modelli di apprendimento nelle leve di docenti in formazione. Occorre che loro stessi apprendano attraverso le TIC, assumendo in modo esperienziale e non solo teorico modelli di comportamento da trasmettere poi ai loro allievi. Qualche cosa si fa all’interno delle Scuole di Specializzazione, ma sono ancora tentativi timidi e poco incisivi rispetto alla preponderante modalità, tradizionalmente trasmissiva, utilizzata.

 

TIC come ambiente di ricerca

Le scelte da fare relativamente alla collocazione delle TIC nella scuola non sono dunque ininfluenti. Fondamentale, è il porsi risultati che vadano oltre la pura istruzione tecnica all’uso degli strumenti informatici puntando a obiettivi trasversali quali la capacità di sintesi, il saper cercare, selezionare e riorganizzare informazioni, l’educazione all’immagine e alla comunicazione iconica, alla modellizzazione e alla simulazione, l’educazione alla trasversalità dei saperi. Significa inoltre lavorare in modo gruppale e collaborativo su progetti finalizzati alla produzione di “oggetti” visibili ed esportabili, rompendo l’autoreferenzialità tipica dell’aula scolastica.

Naturalmente, occorre anche porsi il problema di sperimentare nuovi e diversi criteri di valutazione, dove l’elemento centrale non sia ridotto al “sapere”, magari verificato attraverso test strutturati, ma dove, invece, l’attenzione sia rivolta al processo oltre che al prodotto, alla capacità di interagire in gruppo come all’apporto individuale, alla ricchezza dei contenuti come alla qualità della forma comunicativa. Un mix di monitoraggio del percorso e di valutazione del prodotto, dove il processo di autovalutazione diventa centrale.

Se ben usate, quindi, le TIC potrebbero diventare un significativo laboratorio di ricerca-azione in cui sperimentare nuove metodologie didattiche con un approccio costruttivista, iniziare a definire un diverso rapporto docente/discente e contribuire alla costruzione di una nuova professionalità dell’insegnante più idonea alla scuola che si sta configurando.

 

* Docente di Psicologia presso Ipsscts “Frisi ”

– Supervisore SILSIS (Scuola Interuniversitaria di Specializzazione per l’insegnamento Secondario) - Formatore OPPI - IAD

 

 

bibliografia