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Saperi e discipline
Che cos’è questa
storia?
a cura
della redazione
Continua la rubrica sulla storia, disciplina alla quale PRAGMA dedica
da molti anni uno spazio particolare, visto il dibattito sempre acceso
sul curricolo. Pubblichiamo una seconda lettera dei docenti
dell’Istituto di Civitanova Marche che rispondono alle osservazioni
del nostro esperto, Bernardo Draghi, comparse sul numero 18 di marzo.
La
parola all’esperto e anche ad altri docenti di storia...
La
inevitabile sinteticità della nostra lettera, comparsa su Scuola Snals
del 28 novembre 2001, può aver suscitato in qualche lettore, non del
tutto scevro da vis polemica, delle osservazioni che mostrano di non
aver compreso fino in fondo la genesi della nostra proposta didattica.
È comunque importante che sia iniziato un dialogo (e di questo
ringraziamo il professor Draghi), nel quale mettere a confronto
esperienze didattiche e posizioni culturali differenti. A questo
proposito, ci sembrano inopportune alcune affermazioni del nostro
interlocutore, laddove sostiene che la nostra proposta nasce non da
valutazioni professionali bensì da carenze formative nonché
ermeneutiche: «certamente è una storia diversa da quella che noi
insegnanti siamo abituati a praticare, e questo rappresenta un problema
che può essere risolto solo con l’aggiornamento e una buona
organizzazione del dipartimento di Storia d’Istituto»; «le
osservazioni riguardanti la presunta nocività della nuova impostazione
non sono suffragate da alcun dato fattuale tranne quello dell’evidente
disagio degli insegnanti di fronte a una proposta della quale non
riescono a cogliere il senso»; «le difficoltà stanno da una parte
nella carenza di materiali, dall’altra in una formazione iniziale
degli insegnanti di Storia che non si è mai preoccupata di fondare le
necessarie competenze programmatorie e didattiche», e si potrebbe
continuare.
Al
riguardo, è appena il caso di precisare che, come tanti altri colleghi,
abbiamo partecipato a numerosi corsi di aggiornamento (promossi anche
dall’IRRSAE, oggi IRRE), organizzandone anche uno sulla Modularità, a
livello provinciale, con esplicito riferimento alla didattica della
Storia (ottobre - novembre 2000). Quanto al “senso” dei programmi di
storia, emanati da Berlinguer nel gennaio del 1997, lo abbiamo capito, e
anche molto bene, partendo dalla nostra esperienza personale e con il
conforto di studiosi di spessore, appartenenti a differenti aree
culturali: Rosario Villari, Lucio Russo (davvero illuminante la lettura
del suo Segmenti e bastoncini), Ernesto Galli della Loggia, Nicola
Tranfaglia, Luciano Canfora, Chiara Frugoni.
Entriamo
ora nel merito delle osservazione del nostro collega.
La
prima è di carattere legislativo. Èvero che l’articolo 277 del DL
297/94 è stato esplicitamente abrogato dal Regolamento dell’Autonomia
scolastica (DPR 275, 8 marzo 1999), ma questo Regolamento è un passo in
avanti sulla strada della libertà d’insegnamento (più volte
esplicitamente richiamata, vedi il comma 2 dell’articolo 1: «L’autonomia
delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e
di pluralismo culturale»). Diversamente, l’autonomia si ridurrebbe ad
operazioni di ingegneria organizzativa e amministrativa. È chiaro,
invece, che il Regolamento sopra citato preveda soprattutto
l’autonomia didattica (senza sperimentalismi azzardati né eccessive
pastoie burocratiche) e conforti la nostra scelta. Interpretazione,
questa, fornita anche da alcuni esperti incontrati nei corsi di
aggiornamento. Crediamo, a questo riguardo, che i nostri colleghi
abbiano la professionalità e la serietà sufficienti ad evitare «programmi
quinquennali di storia padana, o toscana, o magari cinese».
Nel
ringraziare, poi, il professor Draghi di averci ricordato che l’ «istruzione
professionale fa parte a pieno diritto della secondaria superiore» e
non della scuola di base, facciamo osservare che la sentenza del
Consiglio di Stato, relativa ai curricoli di storia contenuti nella
vecchia riforma dei cicli (i curricoli «non hanno carattere vincolante,
nel senso che non obbligano all’uniformità generalizzata della
didattica»), era riferita alla scuola di base semplicemente perché,
all’epoca, si conoscevano solo quei programmi. È stato, però, più
che ragionevole e legittimo pensare che il Consiglio di Stato avrebbe
espresso identica sentenza a proposito dei curricoli delle superiori,
ispirati alla stessa “filosofia”.
Il
professor Draghi, poi, riporta i «vincoli posti dal Ministero al gruppo
incaricato nel 1996 della elaborazione dei nuovi programmi di storia per
l’istruzione professionale». Fra questi compaiono anche l’invito a
«coordinare cronologicamente i programmi del biennio iniziale con
quelli degli altri indirizzi della secondaria superiore, per non
ostacolare i passaggi in orizzontale previsti dalla normativa» e ad «evitare
la ripetitività dei precedenti programmi in cui si studiava storia
generale dell’età contemporanea due volte». Preoccupazioni che
vengono pienamente accolte nel nostro progetto mentre non ci sembrano
del tutto tenute presenti dai programmi introdotti nel 1997.
Le
nostre obiezioni al DM del 3 gennaio 1997 partono anche dal modo in cui
sono stati realizzati i libri di testo: una modularità rigorosamente
tematica, nella quale c’è pochissimo spazio per una didattica
diversa. Si dirà che gli editori hanno dato una loro interpretazione
restrittiva del suddetto Decreto. Noi, invece, pensiamo che gli editori,
sfrondando i programmi del didattichese e andando al sodo, abbiano
rivelato, direbbe Foscolo, di che lagrime grondino e di che sangue.
Vorremmo,
a questo punto, riportare sinteticamente le nostre riflessioni sulla
storia e sulle finalità del suo insegnamento, che abbiamo elaborato
alla luce della nostra personale esperienza didattica e culturale e che
sono poi divenute il terreno da cui è scaturito il nostro progetto.
-
Oggetto
della storia è l’evento o avvenimento, cioè l’intreccio di
fattori materiali e strutturali, ai quali si legano l'intenzionalità
umana e talvolta anche la casualità. Compito dello storico è
accertare, ricostruire e rappresentare criticamente, per quanto gli
è possibile, gli eventi realmente accaduti.
-
L’insegnante
di storia non è uno specialista di questo o quel periodo nè può
sapere tutto sul piano della ricerca. Egli ha il compito di aprire
lo sguardo del giovane alla dimensione storica e di introdurlo,
attraverso l’analisi delle strutture, alla conoscenza
dell’esperienza umana globale di un periodo del passato. Insegna
veramente storia chi riesce a rendere contemporanea anche la storia
più antica, colui che fa percepire come la ricerca del vero sia
stata la costante di tutta la storia umana. La storia, infatti, non
ci interessa in quanto “passato” ma perché vissuta e
risignificata dagli uomini.
-
L’insegnamento
della storia richiede un criterio prospettico, questo criterio è la
tradizione (culturale, sociale, economica, politica) in cui si è
inseriti, non per un giudizio di valore aprioristico («la nostra è
la migliore») ma perché la conoscenza del passato è condizione
per la propria identità presente. Come ricorda Bernardo di Chartres,
siamo bambini portati sulle spalle di giganti.
Il
curricolo
Per
la stesura di un curricolo, riteniamo necessario, da un punto di vista
epistemologico scientifico, trovare il modo migliore per offrire,
seppure a maglie larghe, un quadro generale della storia sotto i suoi
molteplici aspetti, affinché ne emerga il continuum.
Pertanto,
crediamo sia opportuno tener presenti le seguenti indicazioni
didattiche:
-
Ai
contenuti va riconosciuta un’importanza fondamentale, perché non
c'è competenza senza conoscenza.
-
Il
criterio prospettico della programmazione sia la memoria delle
proprie origini, quindi, nel nostro caso, il riferimento alla
tradizione culturale, socio-economico e politica dell'Europa. Ciò
non impedirà di conoscere le altre civiltà in quanto l'interazione
stessa della nostra tradizione con le altre è sempre stata una
costante del nostro passato.
-
La
metodologia della didattica sia corrispondente all’oggetto della
storia: la narrazione dell’evento. Dice Veyne: «la storia è il
racconto di avvenimenti».
-
Vogliamo
rendere la storia interessante ai nostri studenti, senza snaturarla
ma ricercando tecniche, strumenti o supporti tecnologici utili a
migliorarne la didattica.
-
Non
abbiamo nulla contro la modularità intesa come «organizzazione
dell’ insegnamento/apprendimento della disciplina per unità di
conoscenze, abilità e competenze, che siano da una parte
relativamente autosufficienti e dall’altra disponibili ad
integrarsi ai moduli precedenti ed essere integrati da quelli
successivi». Quello che ci lascia perplessi è l’idea che la
storia venga insegnata per “temi”, come risulta ampiamente dalle
“Indicazioni didattiche” e dagli esempi formulati nel famoso DM
del gennaio del 1997. A pag. 24 della Gazzetta Ufficiale del
13.2.97, che riporta il testo del Decreto, si afferma: «Per ogni
tema è stata suggerita un’articolazione in sottotemi, allo scopo
di segnalare plausibili rilevanze tematiche. Inoltre, la mappa
tematica di riferimento può rendere chiara un’impostazione che
tende a contrastare una caratteristica negativa per
l’apprendimento: l’intermittenza tematica derivante dalla
tendenza ad aderire allo svolgimento cronologico di una pluralità
di fatti». E ancora, «si suggerisce che lo svolgimento di ogni
tema avvenga senza interpolazioni di altri temi fra i diversi
segmenti tematici e periodali in cui esso può essere suddiviso».
La
metodologia di insegnamento della storia non può essere solo quella
tematico-modulare; l’insegnante deve poter valorizzare tutta la gamma
delle metodologie adeguate al complesso oggetto della storia. Ad ogni
modo, crediamo che un decreto sull’insegnamento di questa o di
qualsiasi altra disciplina debba limitarsi ad indicare gli obiettivi
fondamentali della stessa e lasciare alla libertà e alla creatività
dei singoli docenti l’individuazione degli strumenti e dei metodi
migliori per raggiungerli.
L’approccio
metodologico privilegiato dalla didattica berlingueriana trascura
totalmente il valore dell’azione umana, messa in ombra dalle
“strutture” economiche e sociali. Eppure chi insegna sa che una
delle poche cose che suscitano l’interesse degli studenti è ancora la
vivace delineazione delle “avventure” di personaggi storici, magari
evocati da film, come base di un approfondimento critico.
Come
abbiamo sempre detto, questo progetto di curricolo è nato dalla
valutazione della situazione del nostro Istituto, che ha quattro corsi
professionali: Economico aziendale, Turistico, Grafico-pubblicitario,
Servizi sociali. Attualmente sono quasi inesistenti i casi di ragazzi
che si fermano al diploma di qualifica: tutti, praticamente, proseguono
fino all'esame di stato. Non ci sono, inoltre, elementi per prevedere
che questa tendenza abbia a modificarsi con la prossima Riforma dei
cicli.
Non
abbiamo nessuna intenzione di generalizzare nostra proposta ma solo di
avvalerci della libertà d'insegnamento garantita dal Regolamento
dell'Autonomia scolastica. Nessuna volontà di opposizione preconcetta,
dunque, ma il tentativo di dare una risposta alle esigenze (di
comprensione e di approfondimento) quotidianamente manifestate dai
nostri studenti.
* I docenti di
Lettere della Sede centrale dell’Ipsctp di Civitanova Marche
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