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"Scuola reale": qualcuno pensa di poterne fare a meno?
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di Lucia Frigerio
Forse è il silenzio che precede la tempesta, forse quando PRAGMA uscirà
qualcosa si sarà mosso, ma al momento ciò che colpisce è l’assenza delle
istituzioni, centrali o decentrate, nella scuola di tutti i giorni. Come
sempre, però, le cose procedono lo stesso e neppure tanto male, per quel che
ci è dato di conoscere più o meno direttamente.
La scuola reale attua progetti, applica normative,
pianifica risorse, inventa condizioni, modi e strumenti che le consentano di
non presentarsi a mani vuote alle ragazze e ai ragazzi che la popolano. Sì,
perché sono loro l’interlocutore privilegiato della scuola, loro che ogni
mattina sono pronti a incuriosirsi, loro che, anche in eccesso, si sdegnano
per ingiustizie piccole e grandi che noi invece siamo disposti a non
commentare, loro che spesso arrivano in classe con le tracce dei problemi
dolorosi e inquietanti con cui devono mettersi alla prova fuori, e magari
anche a casa.
Così le scuole esercitano sempre di più la loro
conquistata autonomia: si mettono in discussione, si autovalutano, accettano,
o addirittura chiedono, di essere valutate da enti esterni, cercano di capire
sempre meglio le esigenze della società e del territorio per offrire un
servizio adeguato e di qualità. Non si fermano le ricerche metodologiche e
didattiche e le sperimentazioni; non si rinuncia alle scommesse
dell’integrazione (dei disabili, degli stranieri, dei ragazzi difficili,
anche se i decreti “tagliacattedre” sembrano andare in senso contrario);
non si abbassano i livelli di competenza richiesti alla fine di un ciclo, solo
perché nessun collega esterno sarà lì a valutare e a giudicare i nostri
studenti e noi; non si rinuncia a far valere l’obbligo formativo, anche a
costo di cercare faticosamente nuove alleanze e magari trovare ostilità.
Ma la società tutta, anche la sua parte più forte ed
autosufficiente, corre un rischio molto grosso quando il silenzio
istituzionale si protrae per troppo tempo e le scuole vengono lasciate a sé
stesse, le scuole pubbliche si intende: le altre vanno avanti, per
definizione, per conto loro. Quando le istituzioni tacciono, incominciano
anche a mancare i finanziamenti, per ogni tipo di progetto: da quello più
fisicamente indispensabile, di ristrutturazione e di miglioramento edilizio, a
quello apparentemente più opzionale, di offerta formativa aggiuntiva e
personalizzata, passando attraverso tutti gli altri livelli, della pulizia e
della fruibilità degli ambienti e delle risorse materiali,
dell’organizzazione dei servizi di ricevimento e di segreteria, della qualità
didattica degli insegnamenti, della qualità umana delle relazioni.
Molte scuole autonome già lo sanno: l’abolizione
dell’organico funzionale è il primo passo verso quella diminuzione di
risorse umane che comporta automaticamente una perdita di qualità, infatti il
buon lavoro in classe si può svolgere quando alle spalle c’è un tempo
adeguato per elaborare, per aggiornarsi, per confrontarsi, per mettere a punto
nuove strategie. Sempre che si convenga sul fatto che il mondo e la sua
conoscenza sono elementi dinamici e non statici.
Si diceva che la società tutta ha interesse a che lo stato
di salute della scuola sia buono, e lo si capisce anche osservando quello che
avviene in altre nazioni dove, a fronte di una scuola pubblica allo sfascio,
la criminalità giovanile, micro ma non solo, aumenta in modo vertiginoso
generando “mostri” di ogni tipo.
Allora sembra che non si possa fare altro che pensare
alla sicurezza repressiva, aumentando il numero di sanzioni, di poliziotti, di
vigilantes, mentre in proporzione diminuisce quello degli studenti, in fuga
verso scuole private anche lontane, più vivibili, ma costose.
E intanto il disagio e le sue dannose conseguenze non
scompaiono solo perché emarginati e ghettizzati il più lontano possibile,
tanto che a chiunque viene da domandarsi come mai si sia deciso di investire
risorse secondo una logica di tutela a posteriori e non secondo una condotta
di saggia prevenzione, che si basi un progetto di scuola capace di futuro.
Forse proprio una buona scuola pubblica di base, che
avesse a disposizione risorse e strutture adeguate, potrebbe fare molto in
termini di prevenzione.
La scuola può essere un vero e proprio
“contenitore” del disagio giovanile, attraverso attività di rimotivazione,
di recupero, di sostegno, di supporto alle relazioni, di diversificazione dei
percorsi, in sinergia con gli esperti esterni nei vari settori, per un’
offerta formativa di qualità.
Purtroppo è vero: qualcuno pensa di poter fare a meno
di questa scuola reale, pensante e responsabile; c’è chi ritiene superato
il modello di scuola come servizio sociale (così come quello della sanità,
da modernizzare secondo una logica puramente aziendalistica), e sembra
dimenticarsi dell’importanza di migliorare la qualità della vita di ogni
giorno e di tutti i cittadini.
In questo momento più che mai PRAGMA desidera
continuare ad essere un voce della scuola reale, gettando ponti, cercando
collegamenti, attivando collaborazioni con tutti coloro che di questa scuola
sono da tempo gli artefici operosi, ma forse, a volte, troppo silenziosi.
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